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Raccolta Le mie stanze

Che ironia


Chissà perché non sento nulla. Mi pervade una freddezza, quasi mi fa spavento. Dopo mesi di pensieri e dialoghi a me da me, dalle mille Baby stratificatesi nel tempo alla costruzione di questa identità che è mia, ma fatta dagli altri, dal mondo che mi circonda, dalle storie vissute e dalle esperienze, con quel poco che vi ho potuto mettere di mio nelle illusioni e nei sogni, nei progetti e nella futilità dell’esercizio di una libertà di scelta che mi pare d’avere, ma che in realtà non ho, è normale non provare nulla. Quando spariscono i dubbi nati dall’analisi del tuo sentito, quando hai esaurito tutte le giustificazioni per gli uomini di questo mondo e per il loro daffare, allora può essere normale non provare più nulla. Vuoi un battito in più nel tuo cuore? Non c’è, è regolare e ritmico come il rintocco dei secondi in un orologio. Vuoi un fiato più veloce e corto? Non c’è, è lento e profondo, tanto che ne senti l’aria fino all’apice dei polmoni e ti sembra di contare ad uno ad uno gli alveoli che si gonfiano di vita corrotta, inquinata. A nulla è servito andarsene a spiegare i giorni su di un monte, tra la fitta vegetazione di boschi vergini… non è servito, lo senti anche qui il fetido puzzo della mondezza umana che ha imparato ad uccidere senza coltelli e pistole, che ora uccide con virus e batteri, con lo spargimento d’odio e disprezzo che, non potendo dare a se stessa, propaga indifferente agli altri. E’ sacrosanto non provare nulla che non sia quella folle, agghiacciante lucidità di una scelta fatta, decisa, programmata e irrimandabile. E’ la serenità di chi ha tirato le somme, fatto il bilancio ultimo del suo respiro, ed ora, non vuole altre opportunità d’inganno, ora vuole solo guardare in faccia la verità, gridarsela, sussurrarsela, abbracciarsela, schiaffeggiarsela con amore questa bastarda, lurida, putrida verità dell’essere. Cosa c’è di più acquietante che decidere quando, dove e come morire? Nulla. Vivi l’intera vita a temerne il momento, a scacciarne il pensiero aggrappandoti a qualsiasi trastugliolà sociale e personale, poi sfoderi ad ogni calcio in bocca un sorriso con sempre meno denti, fino a quando ti guardi allo specchio e denti non ne hai più da prestare ad un sorriso, neanche accennato, finto o vero che sia. Non hai più voglia di sorridere, a cosa poi? Alla vecchiezza? Alla stanchezza? Alla solitudine? Al ricordo delle amarezze? Ti verrebbe da donare un accenno di tenerezza, che non è sorriso, solo ad un uccello che in primavera ti svolazza accanto portandoti il ricordo di vita incosciente e senza timori, oppure ad una viola nata comunque a dispetto della catastrofe imminente del mondo sociale e vegetale. Allora si che ti senti un palpito strano dentro e, se sorridi, non è per il tuo piacere della vita che continua a vivere, ma solo per quella frase che ti riempie il pensiero dicendoti: Ma tu guarda che stronzata l’esistenza e tutto ciò che comporta per me e per chicchessia, mentre io continuo a morire giorno dopo giorno la terra continua a rinascere ora dopo ora. Che ironia su quel fiore che sboccia, su quell’ala che vola, portano la scritta della mia lapide… “Anche la terra se ne fotte di te … Muori”.



(Marilina Frasci)
Pubblicata il 7 maggio 2011 9:17:07


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