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Raccolta Le mie stanze

Briganti



Mammarella, è così che la chiamavo la mia bisnonna, era una donna forte, sanguigna, di quelle non tratteggiate da bellezza immediata, che quando le guardi ne hai prima un gran senso di solidità e poi, aggrappandoti alla vita che emana dagli occhi, riesci a vederne tutta la bellezza interiore. E’ nata nel tempo della fame vera, quella che ti spinge a cercare la fune da annodare ben stretta intorno alla valigia di cartone, a prendere per mano moglie e figli per condurli in miglia di strade fino al bastimento che solca il mare della speranza, un mare sul quale galleggiano, insieme alla disperazione degli uomini, tutti i sogni del vivere. Partì bambina, con sua madre e suo padre, andarono lì nella terra dove tutti correvano, la terra da dove le voci tornavano portando i racconti della ricchezza, del benessere, di quella libertà che rende uguali, ed anche l’ultimo del mondo può ritrovarsi, da sera a mattino come il più ricco e felice degli umani. I pochi frammenti della storia di emigrazione appartenuti alla nostra famiglia mi sono stati riportati da mia madre, mammarella non me ne ha mai parlato, quasi avesse cancellato dalla memoria quegli anni per fare spazio ad altri eventi, ad altri dolori, che forse, a suo parere, avevano maggiore diritto di essere ricordati e narrati con il sentimento della voce rotta e delle lacrime, che dovevano scendere per forza a solcare una vecchiaia profonda, insondabile, come le rughe del suo volto. La nostra gente è forte e caparbia, mi dice mia madre, è gente che la fatica se la mangia con la stessa avidità del pane, capace di centellinare anche il respiro per risparmiare aria, per accumulare un poco di vita in più per quei tempi in cui non ve ne sarà. Abituata al servizio del padrone da secoli di sfruttamento, eppure pieni di una dignità e di una capacità di indignazione che muta la remissività in eroismo, l’obbedienza cieca in furiosa ribellione. Ricordati figlia mia, noi siamo un popolo di briganti, briganti gentiluomini.


La mia bisnonna energica e ossuta, scavata di carne e muscoli, con la pelle che s’attaccava alle ossa penzoloni nascosta nell’abito nero di vedovanza, si sedeva e mi accomodava a gambe divaricate, volto a volto, su quella durezza di vita, poi m’afferrava per i fianchi e stringendomi in un dondolio d’affetto cominciava a raccontarmi le storie del suo passato. Favole, dicerie, fatti accaduti, filastrocche, ne aveva a bizzeffe nel fondo baule dei suoi ottant’anni. Me ne ricordo una in particolare, quella dei cento niente che uccisero l’asino. In tempi lontani usava, di tanto in tanto, censire la popolazione, così tutti gli abitanti, uomini, donne e bambini, dalle più conosciute città alle più sconosciute e disperse aggregazioni abitative collocate su monti ad altitudini vertiginose, venivano invitati ad intraprendere il viaggio dell’esistere. Si nasceva in questa maniera al mondo, solo così si esisteva alle società. Ebbene, mi diceva: in un giorno di questi, s’avviarono anche tutti gli abitanti di questo nostro piccolo paese. Gente povera, fatta di niente, affamata anche di speranza nel futuro, che viveva di un nulla allungato come pece che ne scuriva i sogni, cancellando dai volti i sorrisi, solcandoli di miseria e disperazione. Pareva un gregge, mansueto, ordinato, rassegnato all’andare, coperto di stracci che sembravano abiti e sulla schiena altri stracci annodati come palle, alle quali si chiudeva la poca ricchezza della sopravvivenza: “Il cibo”. Qualche Pagnotta di farina scura, un pezzo di formaggio di capra, e per i benestanti, anche il privilegio di una soppressata (salame). Altrimenti, erano solo fichi secchi, noci o castagne, mele selvatiche, di quelle che oggi si danno ai porci e per chi mancava di farina il pane veniva fatto con le castagne, di cui i nostri boschi sono stati sempre generosi. Tra loro anche qualche possidente che vedeva la sua ricchezza camminare sulle quattro zampe di un mulo. Il viaggio era lungo, spossante, toglieva salute anche ai giovani. Allora, i più deboli, quelli che avevano anni di fatiche nelle carni e miriadi di notti trascorse all’umido fogliame dei boschi, quelli che si erano dimenticati i brividi dei sogni sotto le pietre strappate alla terra per renderla fertile, quelli che il mondo definisce vecchi, passando accanto alla ricchezza del mulo, chiedevano supplichevoli al padrone: “Vorresti far portare al tuo mulo questa mia povertà? Vedi è leggera, non ha alcun peso, dentro non vi è niente. Che ti costa? Lui è forte ed io sono stanco”. Così, il possidente di quella diversa povertà, con zampe e coda, impietosito al riflettersi dell’immagine di se stesso, acconsentiva di generosità nel dire ad ognuna delle preghiere lo stesso si. La carovana di cuori era quasi giunta al termine del suo viaggio, quando, il rumore dei mille passi struscianti alle foglie della via mulattiera venne interrotto da un grido: E’ morto l’asino… E’ morto l’asino… E’ morto l’asino. Un eco dalle mille bocche che percorse la fila disciplinata dalla testa alla coda, al quale seguiva un “oh che peccato” e di rimando rimbalzava di lingua in lingua fino a raggiungere le orecchie del padrone la domanda: “Ma di cosa è morto?” ed il padrone, con gli occhi di lacrime e colpa guardando la groppa del suo animale carica di niente rispose: “E morto di cento niente”. Ripresero ognuno il proprio niente e camminando, amaramente, si ripetevano da un orecchio all’altro bisbigliando la sofferenza di questa frase: “Cento niente uccisero l’asino”.

Non ho mai voluto accertarmi, chiedendo alla mia mammarella, se la storia fosse vera o inventata, ma essendo molto piccola non afferravo il senso, mi fuggiva quel messaggio di nascosta saggezza che, la storia vera o falsa, avrebbe dovuto insegnarmi. Lei però sapeva che imprimendosi nella mente, sarebbe risalita dai ricordi di un passato lontano a spiegare, a dare significato ai molti fatti di un insensato presente. Così è il viaggio dell’esistenza, destinato all’accoglienza di cento niente, un niente che spezzando le gambe divora di lacrime tutti i sorrisi fino a schiacciarli, fino a stenderli arresi al sollievo di quell’idea che dice: “L’inferno l’ho già fatto, ora non v’è altro da vivere che il paradiso”.





(Marilina Frasci)
Pubblicata il 7 maggio 2011 9:17:07


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