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Raccolta Le mie stanze

In esilio dall'anima



IN ESILIO DALL’ANIMA
(Marilina Frasci)




A Chiara, per le lettere non scritte. All’anima, per le bugie che ignara raccontai. Alla terra, per i frutti donatimi … sazieranno l’inappagabile fame d’ogni giorno a venire.

Non bussare, resta fuori,
aggrappa le parole ai fusti degli alberi
e falle risalire piano verso la luce,
conducile oltre la selva
e lasciale poi, sole,
a guardare il cielo della vita
che spegnendosi
concede amore e libertà.

Non c’è tempo agli occhi
smarriti dietro le case,
sopra le piante, sotto le foglie,
nelle pietre delle strade, solo attimi
di silenzio e vuoto,
di astenia e ricordi,
di dolcezze e rimpianti.

Solo riverberi di desideri lontani
che sfiorano la pelle senza brividi
senza increspature, solo ghiaccio
che non parla più, non scioglie più.

Una realtà che toglie le parole,
una verità che vieta il pianto,
un pensiero che fa ridere.

Una coscienza interroga il silenzio,
una miseria ricorda la fame,
un uomo dimentica il bene,
principio di causa e fine.

Chi sei? Cosa chiedi? Perché?
Conosco la vita, ma l’amore no!

Chiara, finalmente ti scrivo e questo atto, seppure svolto nella più totale semplicità, schiude agli occhi dell’umana intelligenza una palude di sentimenti e ragioni dipingendoli con sbiaditi colori, vestendoli di lacere vesti e, come stanchi superstiti, li mostra dormienti all’ombra d’un oggi futuro dell’ieri, ormai passato del seguente domani, ancora, per sempre, condannandomi al vuoto esperire di te.

Solo giungendo al termine di una lunga analisi, svolta sulla tela di questa frase, ho potuto confessare all’inquisizione dell’intelligenza, la vera e reale motivazione a causa del mio limite, corrispondente al soffocante e struggente dolore nascosto nella paura di cimentarmi nella lotta all’ultimo sangue con la poco arguta capacità interpretativa di quei messaggi che, attraverso un’insolita procedura, sono emersi dal remoto, inquieto e confuso spirito mio.
Chiara, comprendi il senso di ciò che intendo comunicarti?
Ho finalmente accettato l’essere di un limite interiore e profondo che impedisce al bagaglio dei ricordi di oltrepassare la soglia del passato per entrare nella dimora del presente e stendersi con armonia in frasi semplici e chiare, in modo da poterti raccontare senza distorsioni e malintesi, senza omissioni ed esagerazioni ciò che, in questo tempo di divisione, ho pensato, sentito e vissuto prigioniera del mio sconosciuto, lontana dal tuo cuore, dalla mia anima.
Ho accolto dentro me lo spazio nel quale riporre l‘idea di una muraglia che obbliga alla convivenza con le emozioni di un reale immaginario e mi sono posta faccia a faccia con la più insopportabile delle verità, non una improbabile eventualità, ma l’intollerante certezza di non riuscire, nonostante la ferrea volontà e il quotidiano impegno, a tradurre il linguaggio dell’anima in parole sufficientemente vere, in grado di trasmetterti la fedeltà di questo mio odierno sentire.
Questa, null’altro, se non quella che vedi è la fune che imbriglia il pensiero ed incatena il desiderio di scriverti, l’immensa e umana paura di non possedere le abilità necessarie allo scopo e concludere l’atto, che è da compiere, senza più dilazioni e rimandi.
Sembra tutto più semplice ora, all’interno del cranio spira il vento di una nuova idea, smuove i rami e le foglie dello spirito le ondeggia al cielo sereno della fiducia lasciandogli la possibilità di concedersi, senza veli, al caldo bagliore della lucidità.
Tutto è diretto, immediato, se permetto all‘interiorità di consolarsi al sapere di una antica scienza quale quella della meditazione.
La sua conoscenza mi soccorre, farà da guida alla complicata opera di sgombero della mente da quella folla di idee che hanno, come unico fine, quello di inquinare la limpidezza ed offuscare la realtà dei pensieri produttivi.
Mi farò comprendere da te… ci riuscirò vedrai.
Ho fermato il mondo, ho reso inermi tutti i suoi attimi, ho dedicato il tempo del corpo, della mente, alla tecnica della respirazione controllata, ed ho indirizzato il pensiero al concreto beneficio della sua primitiva attività.
Assaporando l’arrivo del pacifico regno dell’immaginario mi è stato facile accogliere il dono della riconciliazione dimorante nella dimensione extra temporale, l’unica adatta all’ottemperanza di un dovere da svolgere nei limiti di un arco temporale “l’oggi” che in sé dovrà contenere l’anzianità degli anni del reciproco silenzio.
Eccomi Chiara, sono pronta, porgimi l’animo e, inderogabilmente, avrà inizio il compiersi di questo inusuale, intimo incontro.
Socchiudo lentamente le palpebre, pongo il corpo nell’immobile concetto dell’attendere, seguo gli occhi nel loro buio cammino, a loro accompagno respiri lenti e profondi che piano si regolano uniformandosi al battito del cuore.
Percepisco la materia di cui sono composta rilassare ogni fibra nervosa all’udire delle vibrazioni regolari e tranquille provenienti dal suo muscolo principale.
Tu però guardami, mentre adagio riporto il pensiero al flusso e riflusso delle onde che s’infrangono sugli scogli di un mare profondo ed assonnato, affaccendato della sua vita nel lavorio costante e ciclico che, inconsapevolmente, realizza un lieve e quieto movimento nell’animo dell’umanità.
Abbandonata al benessere di questo stato approdo alle rive inesplorate dell’essere riscoprendomi appagata, felice di affidare ogni frammento di materia alle confortevoli braccia del nuovo e misterioso mondo, dove è possibile il verificarsi d’un abbraccio.
Proseguo per lungo tempo l’applicazione della tecnica meditativa e, simultaneamente, dedico attenzione al nero lenzuolo della vista, ma accade una cosa strana, una considerazione riempie l’oscurità… concepisco l’assenza del ritmo che scandisce il trascorrere del tempo.
Mi irrigidisco, m’inquieto dinanzi all’idea di uno spazio dove il fluire del tempo risulta essere una realtà priva di significato.
Difatti, in questa strana ora esistenziale, nulla di ciò che riguarda il passato, il presente, il futuro… sembra avere valore.
La scatola del tempo con i suoi minuti, le ore, i giorni, i mesi, gli anni, nell’attuale dimensione in cui deambula l’esistere: è ignorata.
Continuo l’attendere zuppa di speranza, aspetto il verificarsi di quel miracolo lungamente desiderato in decenni di assenze, solitudini, ansie e timori.
Concentrata come mai prima d’ora, mi spavento dello stato d’elevazione raggiunto con questo fare, priva di pensieri, sommessamente, vedo sopraggiungere microscopiche luci che iniziano ad animare la vasta ed esanime oscurità.
Bucano il buio tempestandolo di minuscoli puntini bianchi, contengono una forza innaturale e potente che m’inghiotte nel tunnel della meditazione, trascinano la sola energia vitale, tralasciano il corpo, introducono l’essenza dell’io in un punto situato al termine di un corridoio lunghissimo che intuisco composto di luce calda e variopinta.
In questo andare degli occhi familiarizzo con le conoscenze e le emozioni di un’astronauta, come lui, vago solitaria in uno spazio infinito che non è l’universo esteriore, mi dirigo senza indugio al centro del mio mondo dove ha origine il muoversi, il frullare intermittente di luci e colori, ed io, sospinta, animata dalla speranza di ritrovarti, intraprendo lo smanioso navigare nel vuoto della mia eterna notte.
Pervasa d’eccitazione all’idea di una possibile rinascita, comincio a fantasticare, in un attimo rendo concreta ogni mia immaginazione pensando che una volta raggiunta la meta riempirò l’annosa oscurità del passato con i bagliori emanati dagli occhi della tua anima.
Il mio cuore cosmonauta gioisce al pensiero d’abbracciarti ancora afferrando la chimera inseguita fra gli impervi sentieri della speranza e del dolore vissuti a motivo della tua lontananza in anni lunghi quanto l’eternità.
Ci sono, l’ho raggiunto il fulcro vitale dell’immaginazione.
Mi sono portata dietro il desiderio di trovare il nostro nuovo vivere.
Mi accorgo, a questo punto della navigazione, di essere entrata come spettatrice invisibile nella fitta rete di rebus intriganti e misteriosi che, con linguaggio incomprensibile, raccontano di te.
Con estrema circospezione conduco l‘animo in questo strano gioco di comprensione e decodificazione delle diapositive tridimensionali proiettate sullo schermo degli occhi, ed inizio a tradurre le immagini di cui sono testimoni, in concetti, pensieri da racchiudere nel guscio delle parole.
Mi sorprendo a considerare con primaria importanza i ritmi del loro presentarsi.
Sembrano contenere il timore di farsi vedere, appaiono per millesimi di secondi e poi scompaiono.
Si nascondono in posti che non so scoprire, scappano a me, ritornano, concedendomi di assistere ad una repentina trasformazione che li muta da sfocate immagini a nitide scene di vita quotidiana.
Comincio a distinguere tra i colori una sagoma, la riconosco a fatica, lancio un urlo tacendolo alla bocca: ma è Chiara!
Ha il volto pallido e tormentato, le braccia protese in avanti, la bocca agitata da parole il cui suono non giunge all’udito.
Questa osservazione è interrotta dal pervenire di un sentimento di rabbia orientato al mio io, sbraito, lo accuso di aver prodotto una visione muta, incurante di un particolare fondamentale come quello dell’audio.
Penso una sola cosa: ciò renderà più ardua la decodificazione del muto enunciato, anche se, nonostante l’assenza dei suoni, la notizia trasmessa dal rebus è, dall’intelligenza dei sentimenti, ugualmente decifrabile.
Mi racconta di una Chiara sofferente per una vita vissuta nell’ombra, avvolta dalla paura, prigioniera di una esistenza imbrigliata, ferita dai rovi della folta solitudine.
Sono dinanzi all’immagine di una donna che non trova più nell’animo le risorse, le forze necessarie ad accettare e fronteggiare le conflittualità dell’esistenza.
Non ha più voglia di combattere la vita.
Questo, il motivo, il macigno che schiaccia il suo corpo, obbligandolo all’animosa, tragica, inconfondibile ballata della disperazione.
Chiara, perdonami!
Solamente adesso odo e comprendo il grido d’aiuto.
Questa sconvolgente intuizione ha infranto il muro che ostruiva il passaggio alla coscienza di quella interminabile serie di domande che il cuore e la ragione intendevano rivolgere, per colmare l’ignoranza di te.
Clandestina, ha vissuto gli angoli dell’identità, per troppi anni mi ha nutrita di digiuno, somministrando pane raffermo come unico sostituto del dolce cibo dell’amicizia.
Chiara, mi sono lasciata morire tra il dolore e gli stenti di questa fame nell’attesa di un nuovo cibo con il quale saziarla.
Mi sento violentata dalla virilità della coscienza che, assopita, si risveglia all’arrivo del suo incontrollabile stimolo, presentatore instancabile di quesiti, ai quali vorrebbe che tu dessi delle risposte… ora.
Chiede di farti viva a me, di mettere fine una volta per sempre a questo silenzio tombale che obbliga alla convivenza con l’assurda e inconsolabile idea che tu muori, pur continuando a vivere.
Ora, senza più ritegno, rivolge al tuo io una preghiera: rispondimi Chiara!
Abbatti gli steccati che recingono la fiducia delle parole, apri gli orizzonti del cuore, concedigli la libertà che deriva dalla piacevolezza di un dialogo che nulla teme, se non il perdurare di un logorante e ininterrotto silenzio.
Non temere da me giudizi o incomprensioni, fidati!
Non indugiare!
Schiudi gli orizzonti dello stanco pensiero e parla all'’anima amica racchiusa in me, altro non attende che rispondere e dire: “Sono qui per ascoltarti!”.
Chiara, non resisto al bisogno di chiederti: “Come stai insostituibile amica?”.
Parlami di come il tempo, nel suo lento fluire, ha logorato l’identità nella forzata lontananza, dimmi se ha mutato i pensieri, gli ideali e poi spiegami il perché.
Vorrei approfondire la conoscenza del tuo cuore, sapere se vi hai riservato uno spazio per il sentimento dell’odio e capire il perché lo hai permesso, privandoti del dovere di chiedere aiuto ad un’amica, negandole, senza mai ripensamenti, il piacere che a lei deriva dal donarlo.
Informami sulle esperienze di un passato, che un presente avido di futuro, ha cancellato, delucidami sul perché gli hai consentito di divorare ogni briciola del tuo bene senza lottare opponendo una tenace resistenza.
Aiutami a scoprire in che modo, gli avvenimenti, serviti ad insegnarti aspetti della vita che io non conosco e di cui sei stata protagonista sempre mutevole, sono riusciti a distruggere la ragazza che mi era amica, costruendo la nuova donna, la cui conoscenza affannosamente rincorro.
E’ mai possibile che tu non senta il bisogno di svelarti a me?
E’ ipotizzabile che tu intenda dimenticare il luogo dove hai riposto i sogni, o non confessare alla tua intelligenza di averlo smarrito?
Sai di cosa sto parlando Chiara?
Parlo di quelle idee e attese che in un tempo obliato la tua anima ha condiviso con me.
Le hai forse sostituite? E con quali altre?
Scaturite dal sentimento dell’odio o dell’amore?
Non privarmi di questo presente, vuoto, delle tue amare verità, perché mi è impossibile alimentare questa fame alla scarsa mensa del pensiero, avido, mastica le ossa d’uno scarno fantasma, mentre ruba vita dalle mie sole rimembranze.
Tollero a fatica la condizione di dovermi impegnare nell’infruttuosa ricerca di un essere che si nasconde al mio presente, soffro molto a dover proseguire il cammino dei giorni alla stregua di una frustrante privazione derivante dall’assenza di una gioia che solo il vero amore dell’amicizia può donare alla vita.
Chiara, vorrei che mi fossi accanto, vorrei mostrare agli occhi tuoi la paradossale situazione in cui riversa il cuore.
Vorrei toccassi con mano l’infelicità che sperimento nel sentire, dopo tanto tacere dell’anima, il dolore mutarsi in materia, sottoposta alla tortura delle lacrime, esterrefatta, osserva scivolare al volto il corpo di un sentimento a lungo celato dal presente, soffocato dal drappo di un frenetico e fuggente fare, saturatore dei respiri negli impegni e nelle responsabilità.
Il pensiero, sovraffollato, abita il mare tempestoso delle astruse emozioni, suscita, all’interno dell’ammasso cerebrale, un tale stato di confusione che mi getta nel panico più totale, stordisce, oscura ogni capacità descrittiva, tanto da indurmi a riprendere l’attività di meditazione per condurre a termine la concreta stesura di tutti i miei pensieri.
Mi affido all’esiguità di un senno, salvatosi dalla presenza devastante delle emozioni, mi animo alla flebile fiducia di porre fine all’angoscia, tento di placare la furia del tormento annidatosi nell’anima.
Può acquietarmi soltanto lei!
Con estrema puntualità, operando un effetto simile a quello di una tisana calmante, nuovamente, realizza la sospirata metamorfosi.
Mansueta la seguo, mentre guida lo sguardo interiore nel suo tetro percorso.
Silenziosamente, trasporta la ritrovata fantasia davanti all’ingresso di un cinema.
Vi entro con sguardo furtivo, osservo scrupolosamente ciò che generosa mostra.
Posso notare, non priva di stupore, la sala gremita di un solo rumore… sono i miei passi.
Sento il loro scricchiolio risuonare tra i corridoi delle poltrone, soverchie, disabitate.
Indecisa sul cosa fare occupo una qualsiasi di quelle sedie, con irrequietezza aspetto l’inizio della proiezione di questo film che finalmente mi parlerà di te.
Ti sembrerà strano ma, nell’evolversi della statica attesa, m’intrattengo ad elaborare alcune ipotesi, ricamo di immagini la tela di una trama, non mi soddisfa, allora la rifaccio di una nuova stesura, questa però, a sua volta, viene sopraffatta, sostituita da un'altra ancora.
Provo a studiare quel loro muoversi dentro la mente.
Si susseguono fulminee una dopo l’altra, ma cosa dico, s’inseguono, si cercano, si attendono, si sovrappongono, si completano, si contraddicono.
Questo loro essere mi obbliga ad un maggiore impegno per cercare, se non di capire, quantomeno di raggiungere una più corretta visione.
Mi cimento nel tentativo di organizzarle imbastendole con un senso logico, significativo, che possa risultare, all’intelligenza, plausibile risposta a tutte le sue domande.
Sono consapevole dell’inusitato stato nel quale, in quest’ora di sentimento e ricordo, m’avvolgo.
L’esperienza di questo tempo contribuisce a rendere i recettori cerebrali indisponibili alla percezione del corpo, tutto, dell’attuale vissuto, provvede a sollevarmi dal suo peso favorendo il liberarsi della fantasia, svincolandola dalle funi che l’hanno a lungo legata.
Le lascio percorrere i mille sentieri di questo non essere, dove l’infinito è libero spazio del mondo senza tempo e senza materia, dove è custodita la sorgente delle molte immagini che, con indescrivibile lentezza, popolano lo schermo di questo cinema reso vuoto dalla inconsapevole e indolente prigionia.
Chiara, ti vedo!
Sei la presenza costante di ogni inquadratura, in alcune illuminata da luci splendide irradiate da un volto gioiosamente preda della felicità, in altre, adombrata da un pianto, figlio dell’ingrata madre solitudine.
Lo indossi al pari di un abito casto che riveste ogni parte del corpo, coprendo fino all’ultimo lembo di pelle.
Rimango così, arrendevolmente stravolta, a guardarti, per poi farmi assalire e possedere da tutte le emozioni che indisturbate vorranno sbaragliarmi.
Le assecondo con generosa e inerme docilità, ed anche quando lacerano di dolore con il loro cruento contenuto, mi apro al proseguire del loro cammino perché giungano senza intoppi fino al fulcro della mia tenera essenza.
Scene dolorose quelle che vedo, quanto può esserlo il taglio di un coltello che trapassa il costato da parte a parte e, nonostante il male, non trovo la volontà, la forza per cacciarle via.
Mia difesa è l’agire dell’infanzia.
Come un bambino impaurito tento di scacciare la paura portando le mani agli occhi per coprirli, per interrompere l’avanzare di una verità che fa molto male al cuore, ma non arginano nulla quei palmi, quelle dita… le immagini della sofferenza mi sono dentro.
Sono la fonte della mia inarrestabile pena, l’epicentro dal quale s’irradia sino all’angolo più recondito dello spirito un profondo ed indescrivibile spasimo che mi riporta alle estreme e complicate reazioni dell’infanzia.
Sono le custodi di una verità innanzi alla quale tutta la volontà di cui dispongo mostra una inefficienza immutabile, nulla può modificare il triste finale che narrano.
Molte sono state le volte in cui mi sono detta che non avrei dovuto imbarcarmi in una così complicata avventura, ed anche, che avrei fatto sicuramente meglio a permetterti di seguitare a rispondere alle mie domande con un indulgente silenzio, da me ritenuto, non so se a ragione o a torto, il solo in grado di mantenere avvolte nella tranquilla oasi del “forse mi sbaglio” le incertezze vissute dalla ragione, questo, per farmi crescere la vita intorno verdeggiante d’erroneo pensiero, indolore, mia innocua e fanciullesca illusione: saperti lontana, da qualche parte, non con me, ma felice.
Mi accorgo di aver trascorso questa eterna assenza incantata agli atti commemorativi di un pensiero prolisso, dispensatore di insincera serenità, cantastorie galante, che a colpi di note, inchini e baciamani, cantava la dolce serenata della storia di Chiara così come io la volevo sentire.
Il mio dire non è un tentativo di giustificazione è, semmai, il narrare di una fasulla verità che mi fu amica, compagna di passi sulla via dell’errore.
Chiara, cosa pensi di me se ora confesso che mi sono lasciata estasiare dalle belle parole che egli ha adoperato con la maestria di un poeta?
Quale voto segnerai al margine del foglio nel tema della sincerità dell’animo se a te confesso che ho concesso il mio guardare al suo viso sorridente, ed ho raccolto dalle belle labbra il dolcissimo bacio della falsa poesia?
Le muoveva in un dolce canto dove, le tante incertezze, si assopivano.
Felice, liberata dal dolore potevo nuovamente sorridere pensando a Chiara lontana e vivente, sicura, nel positivo evolversi dei giorni suoi.
La vedevo carica di quella serenità necessaria per oltrepassarli con umana dignità, con un po’ di fatica forse, ma il loro spiegarsi in malo modo non rappresentava per lei una invalicabile altura.
La Chiara di cui ho memoria sapeva bene come apparecchiare le risorse interiori sul tavolo della comunità sociale, ha imparato insieme a me gli svariati modi dell’animo per decorarla con sontuosità, ha dentro il cuore una dispensa colma di quel pane che nutre i bisogni della vera vita restituendo all’uomo la felicità che istintivamente ricerca.
Oh mia amica, non raccogli anche tu l’infinita tristezza contenuta nell’abietto bisogno di proseguire ad assumere parole corrotte dalla falsità, come una droga ingurgitata a piccole dosi, per impedire alla logica dell’intelligenza, di arrendersi al dolore e supporre un itinerario del tuo esistere contrario a quello racchiuso nel poetico veleno che, per anni, ha reso dolce e sognante la mia vita?
Tu sola, amica cara, mi donerai la comprensione che cerco, accettando con magnanimità i miei troppi errori.
Tu sola, crederai alla mia buonafede, mentre dico che ho preferito ogni altro pensiero purché la mente non divenisse ostello di quell’idea che ti colloca dispersa nel mezzo di uno sconfinato deserto, obbligata al vivere dell’animazione generata dagli ombrosi problemi di un esistere complicato, dal quale raccogli solamente i frutti di una assidua e dolente espiazione.
Di quali colpe? Di quali colpe mia cara… tu non ne hai.
Fortunatamente il gioco della fantasia si è spinto troppo oltre, ed io non sono più in grado di porvi fine.
Ascolto il tumultuoso lavorio alimentato dalla immaginazione che chiede di fugare le annose incognite, di aprire, liberandolo, il bene racchiuso nel cuore in modo che possa giungere al mio e trasfondervi la tanto bramata verità.
Senza darmi tregua proseguo lo svolgimento di questo adulto tema analizzando un filmato che ripropone, alternandole a quelle della fantasia, immagini pescate nel limpido e vasto mare del passato.
A seguito del loro continuo divenire assaporo la gioia ed il dolore da te esperiti e di cui anche io fui testimone.
In questo remoto passato ti rincontro capace di operare una perfetta mimesi della sofferenza, i tuoi lamenti divenire un gorgheggio, lieve tramuta il ghigno in serafico calore, un sorriso con il quale benignamente allieti cuori afflitti.
L’attuale convinzione scaturisce da una stupida presunzione, superficialmente, m’induce a credere di poter percorrere la profondità del tuo animo, donandomi l’illusione di andare a spasso per l’intero tuo spazio interiore, calpestando passo passo ogni centimetro di quei cunicoli che suppongo essere il fondo della tua identità.
Continuo a credere che mi sia concesso comprendere perfettamente ogni lato di te, presumo anche, che mi basterebbe rivolgere lo sguardo ad una tua luce o ad una tua ombra, per afferrare significati e conoscenze che ad altri non sono palesi.
Ci credo così spudoratamente da ipotizzare che io solamente sono in grado di attribuirti la straordinaria qualità di un contegno che da sempre accompagna e contraddistingue ogni tuo atteggiamento.
Ancora oggi, dopo tanti anni di estranea lontananza, lo rivedo cavalcare le alte e indomabili onde della vita, volto a fronteggiare con integrità le innumerevoli cadute alla quale ci sottopone, sorridere con fiducia alla speranza appisolata, attardata al risveglio del tuo prossimo mattino.
Poi, mentre mi appresto a rimestare il consumato brodo di un concluso passato, ti vedo apparire nuovamente sul grande schermo del fantascientifico cinema che preferisco chiamare fantasia.
Ti attorniano corpi sconosciuti, marcato sul volto l’immutabile sorriso che per lungo tempo è stato mio amico, si dona a quei visi ignari del passato che ora ti vivono il presente.
Lo vedo celare con cura i segni di un perpetuo dolore, ringraziare con estrema gratitudine le loro anime, per quell’atto di beneficenza espresso in tuo favore e che a me non è più concesso compiere: “il dono di un’amicizia”.
E’ una festa solenne ciò che ti accade!
Un evento dal quale ti lasci abitare con gioia, che all’anima distribuisce la splendida alba di sole strappata al mazzo dei giorni fatti di rigido inverno, marmorea lastra di ghiaccio che ricopre e tumula le inconfessate aspettative imprigionate al solitario sepolcro del cuore.
Investigo sull’effetto di questo dono, sento configurarsi dentro te il calore emanato dall’energia dei fraterni gesti, lo paragono all’effondersi di una miriade d’anticorpi pronti a combattere il cristallizzante virus della malattia che da anni ti pervade.
Come una massiccia scorta di vitamine alacremente lavora per il ripristino della forza umana, rigenerando membra, conquista attimi di tregua durante i quali operare positivamente al dissolvimento dei disastrosi effetti causati dall’avvilente stagione della vita, guaritrice di un tempo in cui tutto ti è stato dato tranne il piacere di assaporarne l’eminente grandiosità.
Un sogno, questo mio, stimolato dalla vita degli oggetti che mi circondano.
Animato di ricordi l’alloggio dell’umana esistenza, mi rotea intorno vorticosamente!
Sono tante, per non dire tutte, le cose che con il solo loro esistere, saldamente legano il mio al tuo destino.
Protagoniste delle mille situazioni vissute l’una accanto all’altra, ricordano!
Aggirano l’involontaria amnesia, riportando in superficie ogni parola, ogni gesto, ogni respiro, dei quei sentimenti da entrambe perduti ma, dalle anime del nostro passato, profondamente partecipati e condivisi.
Ad occhi serrati, affannosamente chiusi, inseguo l’adrenalinico vortice dell’eterno sognare che, vano e disordinato, percorre gli infiniti modi, le innumerevoli espressioni, le molteplici circostanze del nostro crescere, del nostro piangere, del nostro ridere.
Vie vecchie che striscio supina aggrappandomi alla trainante catena del bisogno di averti ancora accanto come confidente, come amica, come sorella.
Solingo, stanco, ingordamente si piaga alla ricerca dei suoi veri attimi per quietare ed allontanare una nuova, devastante, assurda, paradossale idea che impossessandosi di me abbarbica il cuore, attanagliandolo, lo costipa nel sibilo d’un sussurro che esclama: “Ma Chiara esiste veramente?”.
Subdolamente s’insinua tra le icone del passato equiparandole all’inganno delle presenti visioni artificialmente prodotte dalla spregiudicatezza dei sensi e della mente, che oggi ti mostrano protagonista di una nuova vita, presentandomi angoscia frammischiata a disperazione.
Perché, smarrendomi in un sogno, che voglio fortemente vero, dubito d’una realtà vissuta, fino a farla sembrare solamente una onirica visione mai concretizzata?
Sono troppo confusa, mi rendo conto di non riuscire a tradurre ciò che vivo e, l’impotenza, lo sconforto, mi avvincono.
Conosco, apprendendola in tutta la sua spietata verità, l’enormità della paura.
Maestra professionale, aggiornata, trasmette le complete nozioni dello spavento derivante dalla possibilità di ritrovarsi nel corso della vita a dubitare della certezza della propria ed altrui esistenza.
E’ questa l’idea, inquilina della profondità di un baratro che non pare più essere la mia identità.
Per poterti spiegare alcune scene m’impegnerò nel bieco tentativo di descrizione, tu prova a seguirmi con il pensiero realizzando le immagini di questa storia, percorrendo fedelmente il tracciato disegnato dalle mie approssimative, a volte improprie, parole.
Posta al centro della naturale vita quotidiana vi sono io.
Puoi vedermi?
Sono proprio lì, rannicchiata nell’astruso e stretto angolo estrapolato al ritaglio di un tempo consacrato al recupero della personalità scoraggiata dagli affanni e dalla lotta alla realizzazione sociale, intenta a dubitare della tua esistenza e, così vivendo, mi accorgo di aver annullato, abraso, come biffato, cancellato insieme al tuo ricordo decenni della mia personale storia, riducendomi ad un vacuo involucro fluttuante nelle scene di eventi, emozioni che ora penso essere le allucinazione di un folle viaggio intrapreso alla ricerca dell’amicizia.
Non è una sensazione Chiara!
Non è solo un pensiero!
Questa elaborata e assurda concezione è una verità intuitiva, inconsistente, manchevole di teoremi e di prove, ma è reale quanto il respiro che ora affanna facendomi scoppiare il cuore, inammissibile, inaccettabile, se non addirittura orribile, ma tragicamente vera.
Il passato è definito tale, in quanto, ogni suo legame con la realtà presente è ritenuto concluso e, per tale epilogo cronologico, non ha più con il “noi” alcun legame reale, ed il nostro storico e temporale “oggi” non esiste, se non nella mia immaginazione, in quanto l’astratto concetto di amicizia non fa più parte del reciproco e quotidiano vissuto.
Dimmi tu Chiara, come posso, alla presenza di tale convinzione, continuare a credere che sei esistita, che ti sono stata amica, che continui ad esistere mentre io permango nella realtà di una assenza che si illude di esserti, nonostante l’astratto sentimento, amica ancora adesso?
Dopo aver sottoposto quest’infame pensiero al passaggio della stretta fessura creata nel muro che dall’inconscio introduce al conscio, una travagliata, scomposta e conclusiva deduzione s’abbatte sullo scosso immaginario gridandogli:
“Nessun avvenimento, sia esso originato dal fato, o anche dalle azioni degli uomini, può arrogarsi il diritto di generare nella mente dell’uomo una voragine, una inesauribile bramosia che, con insana e flemmatica voracità, lo deruba della vita, inghiottendo, oltre al di lui presente, anche il ricordo di ciò che è stato nell’esteso passato di tutte le umanità che l’hanno conosciuto”.
Nulla, a parer mio, potrà mai essere addotto a giustificazione di una così atroce violenza.
Dall’attuale riflessione affiora un sentimento di nauseante deplorazione, un tale disgusto da rendere nuovamente possibile alla mente la percezione del corpo fino ad ora relegato ad un ruolo marginale, pulsa violentemente, a se mi attrae con la forza ed il calore della rabbia.
Repentinamente percorre le scale dell’inconscio per conquistare la nitidezza di un pensiero che sale sempre più velocemente, quando, all’orizzonte dei ricordi, si affaccia l’inesplicabile causa a fondamento del tuo esilio.
Impavida, aggressiva, minacciosa sovrasta lo spirito mio!
Annichilita, scorgo il manifestarsi di un furore orientato all’antico abuso che, indifesa, ti vide protagonista.
Io, ora come allora, inerme testimone, assisto alla prevaricazione, a quell’inarrestabile atto, seviziatore d’anime, vedo la sua prepotenza impadronirsi d’un corpo e condurlo altrove scortandolo alle soglie di una diversa esistenza, abbandonandolo all’indigenza di una esigua misericordia, imbavagliata e solitaria si concede senza speme alle braccia della morte.
Chiara, ho dentro tanta rabbia e agitazione, penso sia possibile per me il morire d’infarto.
Non ho reazioni all’ingiustizia che vivi, che vedo, ho le mani legate, la bocca bloccata tra i denti, sto per esplodere a causa dell’impetuosità di questa emozione e devo fare qualcosa per calmarmi, per rasserenarmi.
L’unica simulazione del pensiero che riesce a dissolvere la collera infuocata e bruciante, profonda e arcana, che sempre mi assale all’arrivo dell’infausto ritorno di memoria, è l’evocazione della dolcezza di un’anima da troppo tempo relegata al ruolo di ostaggio, segregata alla inespugnabile prigione, come una grinza contratta nel dolore del passato.
Le posso concedere l’indecoroso spettacolo dell’abbandono al pianto per un corpo amico, lontano e inconsapevole, che si finge vivo, che inventa la vita proseguendo la corsa spasmodica alla ricerca dell’identità.
E mi annego tuffandomi al soverchio mare delle lacrime, ritrovando l’aria piacevole della fragranza antica, vera, la respiro a più non posso, le faccio risalire i sentieri dei ricordi fino a profumare, aromatizzandolo, questo odierno che pesa di tristezza.
Eccedente di dolore accorre come crocerossina in tempo di guerra, animata da un proposito di bene arreca quel carico contrastante di percezioni soffocanti, piacevoli, avverse e favorevoli, tutte caratterizzate da una particolare, non spiegabile diversità.
E’ strano questo pianto, appare la sola cosa vera nella vita che circonda, la sola materia che ammetto appartenermi interamente, la sola azione che contiene, in forma completa, tutte le verità.
In lui rinviene la forza, la gagliardia del duellare con fede i momenti d’impotenza, predatori di tutto ciò che aiuta a tenere saldo, vivo, palpitante il ricordo di te, assente compagna di questo cammino.
Mentre godo la nitidezza delle passate effigie, sullo schermo dell’estesa piattaforma tridimensionale del cinema interiore, ove l’animo si è recato a fugare le paure, a liberare l’annichilito universo del suo ascoso passato, approda una visione, alcuni rebus che in evolutivo crescendo, assumono dimensioni sempre più ingenti.
La loro intenzione è quella di catapultarmi nel tuo mondo, di inghiottirmi nell’attiva partecipazione, tramutando, l’inerte, vigile protagonismo, da osservatore delle emozioni a personaggio di ruolo primario, dandomi la possibilità di operare atti incisivi e dinamici che possano variare, modificandolo, il tuo presente.
E’ pazzesco, anzi di più, è pura follia!
Per fortuna nessun essere umano è dotato di telepatia, se qualcuno leggesse i pensieri di quest’attimo mi accompagnerebbe, tranquillizzandomi con un parlare sereno, al reparto di psichiatria più vicino casa.
Ascoltami Chiara, ti dirò ciò che mi accade!
Ti racconterò di come “l’osservare” si converte nel “fare” sbaragliando l’apatia di spettatrice, di come il susseguirsi degli eventi dà vita alla iniziazione del rinnovamento interiore.
Per me avviene con l’addentrarsi in un filmato da osservare, analizzare, recitare e in seguito descrivere.
Intraprendo questo gioco senza troppe preoccupazioni.
Come ben sai, ogni storia che comincia ha un luogo ed un tempo, il mio luogo è un minuscolo bar-caffetteria allocato in un piccolo paese di provincia, il mio tempo è ora!
La cronaca pone come primo obbligo l’oculata narrazione del locale, ove, mancante di logiche spiegazioni m’addentro per cercare te.
Ciò che agli occhi del cuore si manifesta è una dimensione di tempo e luogo dove tutto è stato ridotto a particella infinitesimale nella quale è scientificamente e sapientemente contenuta la mastodontica galassia dell’accoglienza.
Al vissuto visivo l’ambiente sembra concordare ai consueti canoni gestionali di tanti piccoli bar di periferia dai quali, il presente, non si discosta molto, tranne in qualche particolare ben nascosto allo sguardo frettoloso e superficiale di avventori che, stancamente annebbiati, avvinti dalle personali problematiche esistenziali, interrogativi vi approdano.
Operando la liberazione del cuore, abbraccio il classico sinuoso e consunto banco, sede d’armoniosi giochi fatti dalle luci affondate nell’ombra.
Sono come ritagli di sole nel buio della vita, chiarore di una danza incontrollata e libera, barbaglio d’anime non nate alla materia dell’umano.
Un alternante sfolgorio velato e soffuso, attornia di voluttà la mascolinità del fedele legno elegantemente sposato alla splendida lastra, marmo che in perenne amplesso su lui posa la passione dei suoi amorevoli orgasmi.
Questa apparizione ha il sapore del natale, mi sento come un bimbo dinanzi all’albero quando la stanza splende di arcobaleni che restano nello sguardo nonostante le buie intermittenze.
Sono attorniata da addobbi fatti a mani unite dalla semplicità e dalla ricercatezza, sistemati con cura e sciattoneria, nei vuoti e nei pieni che s’incastrano a ragnatele filate dalle luci ricamate ai cristalli e alle porcellane, sbatacchio le ciglia tra mille frammenti di splendori provenienti dal frangersi delle luminosità al vetro colorato delle bottiglie disposte in modo esperto al manto delle pareti, al pieno dei tavoli di questo straordinario ristoro, porto dei naviganti, terra dei miei sconosciuti naufraghi.
Intorno si stende un caldo e spontaneo disordine, tanto gradevole all’animo, del tutto simile a quello di una casa dove si è appena conclusa una festa, rappresentazione di un momento che vede gli amici arresi alla stanchezza e ad uno ad uno sono andati via, per recarsi all’intimo altrove della propria identità.
A guardia del banco, in perfetta sintonia con gli utensili del mestiere, due ragazzi.
L’aspetto non palesa l’esperta professionalità.
Indaffarati nel riordino, omettono la tristezza del distacco concedendo generosi sorrisi, porgono il caffè, adagiano sul piattino parole fervide e cortesi ad ogni avventore che saltuariamente o quotidianamente, assetato, vive il sabbioso deserto della vita.
Animata dalla medesima sete cerco anch’io soddisfazione nella minuscola casa.
Anch’io, fradicia del tempestoso mare della solitudine, m’inoltro a spediti passi in questo tempio d’umanità, percorro i pochi metri necessari al raggiungimento di una sala appena sufficiente al contenere di qualche tavolo, di due morbide panche, serafiche invitano la fatica al riposo, la bocca alle chiacchiere, la mente alla lettura.
Sto per cedere vergognosamente al primo di questi inviti quando vengo distolta dal proposito, perché ammaliata dalla particolarità delle mura, recinto dell’appartata terra.
Una di queste, più delle altre, intrattiene l’attenzione.
La vedo nascosta da un mosaico incastonato a cornici di legno, pezzi di vetro artisticamente posati l’uno accanto all’altro, proiettano un’intensa gamma di colori, spalmano i contorni di figure geometriche tra loro combinate di vorticoso movimento.
Dalla profondità fuoriescono iridescenze, attraversano la natura arlecchina, acquerellano di giocondità gli spazi umani nella restante area.
Accendono un pensiero, espande lentamente, producendo una visione nella quale scorgo cadere dal cielo tanta neve, la osservo sommergere tetti e strade, ricopre frotte di uomini guarniti freddamente di abiti, con sollecitudine s’apprestano a raggiungere quest’ancora, orientate, sorrette dal bisogno di rinvigorire le membra e rallegrare lo spirito al cocente fuoco dell’amicizia.
Sola può riscaldare le interminabili, bianche sere, del più agghiacciato, gelido… diaccio inverno.
Nell’opposta parete uno specchio, ovale, serafico, accoglie i silenzi degli arredi... degli uomini.
Teneramente, culla docile un movimento nelle figure di femmine eternamente inchiodate all’attimo migliore della bellezza più saggia e serena, nascosta alla grandezza dei cappelli a falde languide.
I corpi delle donne, recingono, coronandola, la maestosità d’equine bestie lanciate alla estenuante corsa per la vittoria, intrapresa da ferventi cavalieri.
Le animalesche movenze narrano maestria e abilità, conoscenza e passione dei paladini impavidi, portano in groppa quella umana tenacia che sferra l’attacco ultimo, volto alla conquista di cuori ritrosamente riposti al fondo degli occhi di una donna.
Occhi, il cui impegno, trova dignità e senso nell’’esternare il suono del silenzio, unica difesa del femmineo, al mondo manifesta di ostentata superficialità, dove tacita di roboante tumulto l’anima impaurita, riparata all’invisibile, tra le ombre di uno smodato lusso, esorbitante, nelle visiere.
Mia Chiara, è impraticabile la via del ritenere esaustiva la narrativa di questo viaggio che mentre mi accompagna mi porta.
E’ impossibile esprimere il sentire in cui, esaurita la fase d’osservazione e stesura della scenografia, l’esule psiche è piombata.
Come faccio a dirti di una brevissima eternità, inerte, inebetita, dove l’assalto del sentimento, esultante, mi fa sua vittima, quando gli occhi ti hanno raccolta seduta ad uno di quei tavoli?
Chiara! Oh mia cara, finalmente!
Dolce amica mia, mi sento come un cadavere che risorge, come un fiore che sboccia, come il giorno che nasce, come la neve che si scioglie al tiepido sole della primavera, mentre mi rendo conto di quanto mi sei mancata in tutti questi anni.
Dimenticando d'essere solo una remota ombra, ignorando le leggi del tempo e della fisica, muto il pensiero passivo dell’essere interiore in un esteriore agire.
M’avvicino al tavolo associando ai frettolosi passi animosi gesti delle braccia, ai quali seguono incomprensibili suoni della voce che, con il trascorrere degli attimi, divengono sempre più acuti e striduli, prodotti con l’intenzione di farti giungere il personale e ansimante saluto, ma soprattutto, per dare modo alla tua anima di accorgersi della mia.
Nonostante mi agiti risulto al tuo sguardo impalpabile come l’aria.
Mi rendo conto, in questa mortificante condizione, di quanto è difficile accettare la sconfortante idea d’essere invisibile agli occhi tuoi.
Mi dimeno convulsamente e tu, ignara, continui a non vedermi.
Così, di me inconsapevole, prosegui la vita di questo momento.
Seppellita dal potere della mia evanescenza, delusa, rattristata e tradita dalle speranze, decido di rientrare nel copione per indossare nuovamente le vesti del personaggio che m’appartiene, ancora una volta quello di spettatrice, avvolta nello stretto panno dell’indecente amarezza.
Ti ho seguita con lo sguardo, ho ammirato le irrequiete evoluzioni della tua esistenza, mentre, seduta a quel tavolo, interloquivi con altri corpi.
Ti fissavo così, come un malato di mente inchioda l’immutabilità delle idee alla parete del suo manicomio, mentre chiacchierando sorridevi ad ogni forma di vita che ti aleggiava intorno, mentre appartenevi al mondo intero tranne che a me.
Nel profondo sentire di questa esperienza ho potuto passeggiare la vastità di uno spazio che il tuo cuore ha riservato all’accoglienza delle nuove entità, a loro ha ceduto il salotto buono della sua dimora, il loro capo ha cinto di corona investendoli dell’insigne titolo di sovrani del regno dell’amicizia.
Poco conta il loro non essere conformi alle personali idee, non valuti i modi e le apparenze, non soppesi le parole e le azioni che ti porgono, basta che s’aggrappino e sorreggano al principio dell’amore universale, ed è in questo sogno, che vi lasciate liberi di vibrare le ali della vita del presente attimo.
La nebbia prodotta dal fumo delle sigarette avidamente bruciate vi circonda, lentamente va a congiungersi all’evaporazione del caffè, mentre le bocche svuotano la pagina del vocabolario dove è svelato il mistero della parola che rende la vita ricca di un sapiente significato: “Amicizia”.
Smarrita di riflessione e analisi, mancante del tuo sentimento, in questo arido cogitare fermo la tragedia della mia solitudine e la dipingo con termini in bianco e nero, senza colore.
Assisto alla sua fine solamente quando alle orecchie arriva un suono, prima esplode dentro come un petardo, poi si cambia in cantilena, proviene dalle voci sconosciute e a te si orienta.
Allora cerco di afferrare i contenuti che trasmettono.
Riportano critiche e commenti indirizzati alle notizie di cronaca appena raccolte dalle pagine dei quotidiani, letti pigramente, accompagnati dall’indolenza di chi, stanco di frottole, è alla continua ricerca della verità.
Giungono tuonanti le risate sgorgate dalla freschezza incisa ai volti dei tanti presenti, vanno ad affrancare le storie, gli avvenimenti del mondo, banalmente tragici della vita umana e sociale del nostro tempo.
Fremo, imbrigliata dal mio non esistere… vorrei parlarti di questo fluire d’emozioni, di quanto gonfio rende l’animo, copioso di godimento, mentre mi dona l’idea della tua felicità.
Vorrei dirti di questo mio “inconsolabile”, ferito e insanguinato alle taglienti lame della malinconia, appena curato di presente, di questa stupida certezza, nuvola immensa dipinta al cielo futuro steso sui giorni, dove leggo solamente questo: mai più.
Mai più potremo rotolarci nel profumato aroma del farsi compagnia, mai più ci sarà concesso di assaporare il gusto del sincero parlare, mai più dedicheremo un solo attimo all’affetto del viversi… insieme.
Questa bivalente lettura dei sentimenti distoglie dal continuare l’osservazione del momento reale, mi porta sul ring del confronto con me stessa, dove l’idea del tuo bene, della tua serenità, dovrà lottare contro la tribolante idea della mia gelosia.
Lo cerco, ma non ho ancora trovato nessun consolante appiglio che possa giustificare la subita estromissione dalla tua esistenza.
Sono stanca Chiara.
Il corpo implora salvezza.
Lo lancerò tra le braccia anguste di una sedia.
Muovo velocemente lo sguardo allo scopo di identificare tra le tante poste a corredo dei tavoli quella più vicina, quella che più delle altre permetterà allo spirito di starti attentamente, silenziosamente accanto.
Le ho trovate le coriacee braccia dove far scorrere il fiume di lacrime provenienti dalla vallata del cuore.
Hanno scalato l’altura d’un monte grandioso, si dirigono senza intoppi verso me.
Non posso raccoglierle tutte, qualcuna si è distesa sul giornale spiegazzato che innanzi stabile e stanco mi giace.
Impresso sulla materia porta le caratteristiche espressioni della profanazione, accentuate, pare dica alla mano avida di notizie: “Ti prego lasciami al meritato riposo, sono vecchio, più nulla ho da elargire, altri mi hanno depredato del tesoro che cerchi, ora mi è concesso solo accogliere il rivolo di un eterno, umano dolore”.
Lascio che sia orbo e muto, testimone di questa malinconica gioia, lo favorisco nell’opera di raccolta del pianto, di tutti quei gemiti travestiti che hanno assunto sembianze di rugiada, stanno attraversando il volto di quest’anima per potersi confondere e fondere al tesoro di questa esperienza, piacere di vita tua che mai si unirà alla mia.
Non so dirti quanto tempo ho trascorso in questo pensare, uno, cento, mille minuti, ho solo percezione di una assenza, l’eclissi della razionalità.
Per non so per quanto tempo ha ceduto il comando ad un governo sostitutivo, proveniva dal cuore, camminava come re che dietro riporta la scia dei cortigiani sentimenti.
Così distolta, cieca alla sorridente scenografia e alla figura tua, mi lascio assorbire dallo scrupoloso vivere delle emozioni con l’intenzione di comprendere quali dei tanti turbamenti provati è più forte e radicato in me.
Infatti, mentre interrogo la profondità dell’ego sulla predominanza della gioia o del dolore, in un casuale sollevarsi dello sguardo, fino ad ora chino al giornale, m’avvedo che sto per assistere ad un cambio di scena, si preannuncia di sconvolgente contenuto.
Ogni cosa intorno muta d’aspetto.
E’ bastato un breve intervallo e la coscienza non dona più occasione alla memoria di nutrire l’animo alla gioia della scena appena conclusa.
Una sveltezza che ha negato ogni possibilità ai bisogni del cuore, una velocità che gli ha negato ogni suo diritto… ora non può più placare la sete, non può più rinfrescare l’arsura alla fonte felice della visione.
Mi ritrovo a dover orientare le poche risorse intellettive e quelle affettive alla neonata vicenda, devo volgere lo sguardo agli occhi interiori nel loro folleggiante cammino meditativo.
Educata ed erudita alla scuola del rammarico, tento con ogni mezzo di risalire il monte della colpa, il suo peso mi sta frantumando il cuore.
Gemo di dolorosa consapevolezza, sono lucidamente cosciente di non aver trattenuto nulla, d’aver lasciato sfumare nella fiacca memoria la nitidezza dei contorni della prima esperienza, mi rendo conto d’aver vissuto con superficialità questo nostro primo incontro dello spirito.
Sono preda di una possessione, vittima di una aberrante smania.
Devo essere più attenta.
Devo focalizzare, memorizzare i particolari.
Devo comprendere ciò che vuoi dirmi.
Devo essere più chiara in quello che voglio dirti.
Il nuovo attimo rapisce il desiderio dello spirito, lo depone ai piedi di una azione che obbliga all’accoglienza di una verità rappresentativa della vita vissuta da Chiara, in un luogo lontano, sconosciuto.
Il livello di concentrazione è al suo più alto gradino, l’udito disposto alla massima amplificazione, entrambe le facoltà si attivano in modi e tempi sincroni, ispirate e mosse dalla certezza di poter varcare il limite imposto dalle umane sembianze e dalla comune condizione di corporeità, a me non resta altro da fare che raccogliere la seguente percezione, sospinta dalla preponderante paura che vada perduta anche la più piccola briciola delle prossime emozioni.
Ogni cosa descritta è al suo posto non una virgola in più, non un punto in meno, lo specchio, i tavoli, le panche, le luci, tutto è là fermo nella staticità della scena, ma ho l’impressione che qualcosa sia cambiato pur restando uguale.
Il palcoscenico calcato è rivestito dalla stessa identica atmosfera, solo tu appari diversa.
Come prima siedi a quel tavolo nell’angolo accanto alla porta che divide la caffetteria in due, la tua schiena poggia al termosifone e di fianco, sulla panca, accanto adagiati, arrotolati, dimorano il soprabito e la borsa, questa volta però il cerchio di legno è scarno d’anime.
Il tuo corpo sta vivendo la realtà di una prigionia recintata al deserto delle sedie.
Sul tavolo, assopito, riposa un caffè che di tanto in tanto risvegli bevendo a piccoli sorsi, un rito svolto con la stessa metodica, sempre accompagnato dall’uguale e identico gesto, lento ed esasperato, serve a renderlo durevole quanto tutta la solitudine.
Stretto tra le dita lasci vivere un giornale, gli occhi ci indugiano sopra in un finto cammino, più che intenti alla lettura paiono raccontare la dura prova alla quale l’ininterrotto cadere del pianto li ha sottoposti.
Con impudicizia si mostrano privi di ritrosaggine, palesano il vuoto che le scritte del mondo apportano nel cuore affaticato dall’immane lavoro del latitante, eternamente in fuga dal giudizio d’un crudele esistere.
Stranamente, con mia meraviglia, non tarda ad arrivare l’ausilio sonoro, non riporta alcun suono, l’unico rumore nel quale affondano i timpani è un prolungato ed inquietante silenzio, satura l’intera caffetteria, solerte, va a mettere in subbuglio la soffitta polverosa di questa mia immaginazione.
Chiara, odo il chiasso del terrore, voglio fuggire da questo posto, voglio andar via, voglio smettere, non sopporto di vederti così!
Non riesco a comprendere l’origine di questa forte emozione, ho curiosità di sapere se può essere identificata con il termine di paura o di panico, eppure, qualunque sia l’involucro nel quale dimora la sua identità, ho deciso di non affrontarla, ho scelto di mascherarmi con il baluardo dell’inerzia, per questo motivo improvviso una maldestra fuga evitando la serrata del sentire.
Mi riconosco debole e vile nella ingloriosa diserzione al desiderato gioco.
Non posso vederla la sofferenza di questo cuore mio ancora abitato dall’amicizia, viene travolto dal rifiuto di guardare in faccia l’incognita di un tuo dolore, possibile… vero.
Vuoi che ti dica come mi sono nascosta a lui?
Ho realizzato l’evasione del secolo.
In tutta fretta mi sono allontanata dall’incubo dei sogni, ho riparato gli occhi alla luce di una realtà rassicurante, vi cerco un rifugio, sono certa che vi troverò ristoro.
Per riprendermi, per scrollare via il costrittivo torpore del corpo, penso ad un caffè, l’idea di un lavoro fisico mi conforta, facendomi ritenere che lo scuotersi delle membra, ed il loro conseguente agire, distoglierà l’attenzione dalla ferita infertami dai sogni pensati a viva coscienza.
Ho lentamente ripreso il gusto del vivere, respiro la sua quieta prospettiva, suppongo possibile ingoiare insieme al sapore del caffè, anche il gusto disdicevole di quest’ultimo fotogramma.
Distratta dalla manualità del rito, smorzo le fiamme dei cattivi pensieri e controllo, con pedissequa attenzione, i moti del corpo ancora sognante.
Mostra la gravità del suo impaccio tra le mura e gli arredi di una cucina relegata al riposo dopo le grandi fatiche del pranzo.
Ad incerti passi deambula nella tipica e magica atmosfera propiziatoria di pace, di gorgoglii e profumi anticipa il benessere emanato dal placido momento del bere l’acre e nero succo.
Provvedo sapientemente a correggerlo con un gesto rubato alle pagine della tradizione popolare.
Questa, mi dice di mescolare alcune gocce di bevanda insieme ad una quantità di zucchero dando vita ad un composto cremoso da adagiare al fondo della tazzina prima che venga versato il liquido fumante, insieme faranno nascere una soffice e dolce schiuma.
Ed io, giunta all’epilogo del consueto rituale, nel compiersi del suo ultimo atto, in procinto di berlo in compagnia di una utopica illusione, alla stessa maniera con il quale si brama ingurgitare un elisir di lunga vita, sento afferrarmi nuovamente dalle grandi mani del sogno.
Mi prende, mi strappa alla realtà, mi sequestra l’anima, se la porta via.
Penso… ecco, arriva un altro tormento!
Scalando le pareti del cuore si ferma a me.
Ha scarponi chiodati l’infame, ed ogni volta che muove un passo lo sento trafiggermi con decine di arpioni.
E’ arrivato!
Ha conquistato la cima del cuore ed è pronto a piantarvi un picchetto profondo quanto la mia afflizione, sul quale già sventola la bandiera della sua vittoria.
Una trave lunghissima e alla sua sommità ondeggia la più drammatica e commovente richiesta d’aiuto della quale io sia mai stata destinataria.
Chiara, è a questo punto che posso vederti anche ad occhi svegli, illuminati dalla luce della coscienza, abitando la casa di uno stato d’animo disgiunto dal cinema della meditazione, che non è ragione, non è fantasia, non è sogno, ma altro… è anima.
Vigile, vitale, vivo l’impalpabile meraviglia, l’incommensurabile stupore del guardarti, mentre maldestra ti orienti fra pentole e fornelli.
Anche tu sei in cucina, non somiglia per nulla a quella dei ricordi, sei tutta presa dai preparativi della cena, in giro per la stanza le pentole sommergono ogni cosa, è talmente piccolo quel luogo che non mi sembra giusto definirlo stanza, è minuscolo, non è altro che un angolo rubato alla sala da pranzo, ma guardo più attentamente e tutto mi persuade ad ipotizzare che stai per cimentarti nella complicata elaborazione di un dolce, anzi, ne ho la certezza, si tratta di una delle tante ricette sperimentate a quattro mani nel tempo sottrattoci dalla cattiveria dell’avverso destino.
Che stupida, ho temuto il peggio, non ho nulla da temere da questa visione, non mi offre alcuna emozione sgradevole, piuttosto il contrario.
Ci sono luci calde e soffuse, un tepore piacevole emanato dal fuoco del forno pronto ad accogliere il frutto del tuo lavoro, e quel simpatico disordine di una casa che orgogliosamente mostra la semplicità della vita racchiusa al suo interno.
Tutte queste cose trasmettono una bellissima sensazione e parlano in silenzio di una serafica pace familiare.
Tiro un sospiro di sollievo, mentre lo faccio amplio l’orizzonte alla vista e letteralmente impazzisco nel posare lo sguardo su di te.
Chi sei tu? Che ci fai nelle mie visioni?
Tu non sei l’amica dei miei ricordi!
Che pena, che dolore mia Chiara, ti sto rinnegando, ti sto rifiutando, non riesco ad accettarti per ciò che ora sei.
Un urlo, un urlo solo, concedimelo, devo liberare la gola e la mente dalla interrogativa ostruzione, devo ascoltarmi pronunciare il tuo nome per vedere se sei tu, se ti volti, se almeno tu mi riconosci: Chiaraaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!
Ma cosa hai di diverso da essere divenuta irriconoscibile ai miei occhi?
Per alcuni minuti ti fisso maniacalmente, istantaneo si materializza un pensiero… Sei magrissima!
Quanto sei dimagrita? Dieci, venti chili?
Assottigliata fino a non vederti più.
Il volto pallido, truccato dal bagliore di una luna calante, sembri essere colorata dal solo rossore dei capillari mal nascosti alla pelle chiara.
E dove sono l’onde dei capelli?
Scomparse, recise, cadute al tocco sapiente di affilate lame, senza quel loro ruffo e disordinato movimento emerge scheletrica la minutezza del capo, una tanto esigua rotondità nella quale non potrai occultare la fragile personalità.
Il mio cuore conosce le insondabili profondità di una voragine, le percorre in tutta l’estensione della pena, una franca conoscenza, opportunamente spezzata dall’infuocato e doloroso borbogliare dello stomaco.
Lui è abituato a rispondere in questo modo quando il caffè inseguito dai bocconi di fumo entrano disseminando corrosioni, operando la sua letale devastazione.
Mi sento riconoscente a quest’organo, grazie alla sofferenza che dispensa i pensieri se ne vanno lentamente dissolvendosi e si trascinano appresso la terribile allucinazione.
Siedo accanto al tavolo del soggiorno, mi sento venire meno, ho le gambe che tremano, preferisco pensare che sia a causa del dolore allo stomaco, piuttosto che la conseguenza fisica di quest’amara certezza.
Respiro piano, ad ogni espirazione soffio sempre più lontano l’incubo.
Sussurro a me stessa: Lucia sei pazza!
Tutto questo è solo un incubo saturo di falsità e, nonostante il tuo grande desiderio di verità, non riuscirai a ricavare da lui neppure una sillaba delle parole che narrano la realtà di Chiara.
Non ho altro modo di consolarmi che versare caffè nella tazzina ancora sporca del primo, lo bevo per disimpegnare le mani in modo che possano accendere una nuova sigaretta.
Il profumo, il sapore di questi gesti abituali riporta alla memoria il rimpianto per quelle esperienze di intima familiarità condivisi con te.
Evoco al cuore passate sensazioni, lo apro al ricordo di quel tempo in cui immobilizzata dallo studio allo stesso tavolo mi eri innanzi.
Ripenso al remoto passato in cui io, in te specchiandomi, potevo guardare le cose che di me a me si celavano.
Rivedo la tondeggiante tavola lussureggiare di libri e appunti, bruna terra nella quale ci divertivamo a seminare l’elemento cromatico di un cartaceo disordine, il mulo saturo fino allo stremo, caricato di pesi e aspettative, da alleggerire a tarda sera dopo aver stipato nell’anima, nel corpo e nella mente le sementi d’un raccolto che aveva il dovere ed il compito di sfamare il tempo del futuro.
Uno scompiglio incrementato dalla traboccante presenza del posacenere perpetuamente pieno dei resti delle sigarette svuotate dal fumo, giocato dalle bocche, continuamente spinto ad una gara di rincorse e inseguimenti, a voli pindarici ideati e compiuti dalle nostre giovani, fervide fantasie.
Lo fissavamo silenziosamente assorte, mentre si occupava nell’aria in straordinarie composizioni dalle indecifrabili figure, mosse dall’incalzare delle vibrazioni emanate dalla tua voce che recitava la lettura di pagine piene di parole nel disperato tentativo di comprenderne il senso.
Piccoli flash ristoratori, ricordi che rapiscono il mio tempo, al loro svanire m’accorgo di aver bevuto il secondo caffè e fumato la milionesima sigaretta della giornata senza alcuna coscienza, come assente a me stessa, completamente perduta in quel meraviglioso e sommerso mondo, in delirante balia di un fantastico stato d’oblio.
Chiara, mi sono sentita come risucchiata, inghiottita dal baule degli anni senza tempo, vi sono caduta per riacciuffare l'’amore di una amicizia perduta, mi sono forzata a rovistarvi dentro ricercando quel piacere che all’anima dirompe quando il ricordo la satolla di presenza, riempiendo il vuoto di una odierna assenza.
Sussulto interamente, all’audio del presente, disponendomi all’ascolto della mia stessa voce, recita quest’esclamazione: Oh mia Chiara, quanto del nostro tempo abbiamo dedicato alla concreta conoscenza delle nostre anime, quanto ne abbiamo devoluto agli approfondimenti dello studio reciproco!
Mia cara, a cosa ci serve oggi questo?
Pensi che tutto sia accaduto perché potessimo un giorno ricordarlo?
L’ascolto del mio stesso parlare riversa alle membra un peso, una dolenza che stanca, che sfiacca, impone il fare di un nuovo quesito che ora ti giro: Chiara, hai mai percorso in questi anni disseminati di solitudine, oltre al campo del silenzio anche la faticosa strada dello studio senza me?
In preda alla schizofrenia io stessa rispondo alla domanda in mille modi diversi, mentre il lampeggio di una nuova foto attizza e agguerrisce il fervore di questa interpellanza rappresentandomi una Chiara che, in un abbraccio, al corpo stringe una ragazza.
Una curiosità d’attimi imbarazzanti come quelli di un primo incontro, mi dispone alla scrupolosa osservazione del personaggio che standomi di fronte abita il cuore, fa si che l’afferri attentamente per sottoporla ad un esame comparativo con tutte le immagini dei ricordi, si sono messe in fila e danno forma alla viuzza che, tortuosamente, introduce al regno della mia nostalgia.
L’adolescente figura che ti riempie le braccia, quell’ingenuo essere che ti si appiccica addosso fino a penetrarti radicandosi al cuore, frantuma la statica icona di un ricordo e va a sostituirsi ad essa esponendo un particolareggiato primo piano del corpo di una giovinetta che nulla conserva della inquieta bambina, vivace ed allegra, amata autrice e prima attrice delle notti insonni di Chiara.
Il tutto diviene conflittuale, faccio fatica ad assimilarlo, a comprenderlo, ma proseguo la coscienziosa analisi aiutando e forzando la ragione a creare il concetto che quella figura non più infante, non ancora donna, estranea al mio passato e lontanissima dal mio presente è, con molta probabilità, Sara.
Le sue nuove fattezze si avventano su me e con due grandi occhi mi domandano: ma come, non mi riconosci?
Eppure mi hai tenuta tra le braccia, mi hai cullata e raccontato fiabe, mi hai stretto forte le mani in girotondi, mi hai cantilenato filastrocche, cantato canzoni, mi hai voluto bene come fossi tua figlia… è così insignificante vivere i sentimenti della vita, tanto che basta sopraggiunga la vecchiaia di pochi anni perché ogni bene ed ogni male venga dimenticato?
I suoi occhi sono tanto espliciti che ho l’istinto di risponderle: “No Sara, non ti ho dimenticata, non ho smesso di volerti bene, ho solo smarrito lo sguardo nelle gioie e nelle fatiche del presente, ho distratto l’animo dal cammino del tempo e mi sono ritrovata così, priva dei colori della memoria, nuda dei sogni del futuro, perdonami se non ho ascoltato il grido del mio bene, se non ho riconosciuto le carezze del tuo affetto, forse hai ragione tu, in questo nostro correre alla morte assaporando le dolcezze dei sentimenti basta la ruga di qualche anno a seppellire il fulcro della nostra identità”.
Dopo questa puerile giustificazione ad uno sguardo che mi ha trapassato l’anima comunicandomi la semplicità della verità, come vittima del rimpianto e del pentimento mi dono all’estasi della sua visione, mi trastullo e diletto nel guardarla, nel giudicarla dotata di una sconcertante intelligenza.
Mi sono incantata ad osservarvi.
In te noto il discreto tentativo di trasfondere al cassetto delle reminiscenze i resti del nostro comune passato.
Con parole accorte e fedeli le racconti eventi, fatti, aneddoti, situazioni diversissime, ogni cosa che sovviene alla mente, per fomentare col vento della narrazione le piccole fiammelle di Lucia che ancora ardono in Sara.
Supporti il dire con l’ausilio di alcune foto, col dolce fare di una madre che vuole interrare alla fertilità dell’anima filiale la gemma preziosa di una storia di amicizia.
Come una dea la rivesti di veli e fiori, la fai vivere in boschi incantati, la rappresenti a piedi nudi mentre corre e danza sui prati di verdi vallate, mentre gioca e sorride sulle sponde di limpidi fiumi.
La dipingi dispensatrice di emozioni sincere e ti fermi solo quando le hai ordinato tutte queste cose nel cuore, riposandoti all’ombra della certezza d’averla educata alla ricerca, all’accoglimento, al rispetto di una vera amica.
Cosa vuoi che ti esterni ora Chiara?
Posso solo questo: delle tante allucinanti vie percorse con li carro della fantasia, questa sembra essere la sola, l’unica in grado di riportarti a me con le remote espressioni dell’amica che sei stata, che ancora sei.
In questa favola con Sara accanto, sei serena ed allegra come un tempo, il volto ti si colora di luci, riflettono la stessa generosità che un lontano dì ha illuminato anche me.
Impallidisco al nostalgico abbraccio del passato, superando inganni d’anni trascorsi al susseguirsi d’attività catartiche, mentre il cuore confessa che gli manchi terribilmente, io, sorrido gioiosa al pensiero che tu esisti, che in un remoto angolo del mondo ancora ti doni, senza avarizia, all’umanità che circonda.
Il correre di questo tempo a goccia a goccia, agguanta i sensi stipandoli di un incontenibile desiderio, di una concreta ed atroce disperazione, pigiandomi in una voglia insaziabile, in un bisogno irrinunciabile: la tua presenza… ora, qui, accanto a me, ancora unite a condividere la vita, a raccogliere le sfide che ci lancia.
Mi commuovo al passato, mi dispero al futuro, tanto che gli occhi si arrendono nuovamente alle lacrime.
Sono gli arredi di una severa pena l’ingombro delle lacrime che riempiono gli anni spaziosi di un vuoto di presenza, occupandoli di omissioni, saturandoli d’altra vita che ha dimenticato di versarle.
Occhi che solo ora imparano ad amare il pianto solitario al quale appari defunta, a cui concedo di vedere la fascia nera di una assenza, nitidezza opacizzata, visione ombrosa di un contorto mosaico… vita mia.
Ti chiedi mai Chiara, cosa fa la tua Lucia in questo turbolento frangente di vita e sentimenti?
Se tu lo facessi ti risponderei così: “Chiedo allo specchio di riflettere “l’io” voglio guardarlo bene e studiarne ogni particolare, voglio incidere alla sua anima le smorfie inguardabili di un volto che piange, di un corpo ostaggio dello spasimo, voglio abbracciarlo d’amore smisurato, voglio tenerlo in serbo per il tempo della smemoratezza, quel tempo da vivere in sofferta tenerezza l’affetto che sempre ti riserverò”.
L’odierno pianto contiene amore, lasco di gocce scivola, pronto a tuffarsi al mare aperto delle ferite, agli abissi squarciati nel lacero vestito dell’anima.
Ho bisogno di un cencio, di un lenzuolo che le assorba tutte, le mani, i polsi, gli avambracci non bastano e le mie vesti sono già grondanti.
Giro per casa senza vedere dove metto i piedi, intorno il mondo è sagoma, apro a casaccio i cassetti, li metto in subbuglio alla ricerca di un fazzoletto, inutilmente cerco e stupidamente dimentico che non ne ho di stoffa, oggi usiamo solo quelli di carta.
Allora mi dirigo nella stanza d’ingresso, all’attaccapanni penzola la borsa, l’apro e tiro fuori un pacchetto mezzo consumato, capisco che quei pochi lembi di carta non basteranno e mi oriento verso la scansia dove conservo la scorta, ne tiro fuori uno, ma anche un intero pacchetto mi sembra insufficiente, allora ne afferro un altro, sento che dovrò piangere molto, capisco che dovrò liberarle tutte, che dovrò riscattarle dalla schiavitù… le lacrime inconsciamente segregate all’indifferenza della vigliaccheria.
Comincio a tamponare questo flusso, ad intermittenza, con ripetuti tentativi provo ad asciugarlo nella speranza di cicatrizzare i fori dal quale sgorga.
Fradici, uno dopo l’altro i fazzolettini compiono la loro funzione, ed io, statica di pensiero, senza più ricordi, senza più allucinazioni attendo il finire di questa cadente preziosità per continuare il sogno ad occhi lucidi, nuovamente pronti alla ricezione di un film, la cui trama, instancabilmente, mi parlerà di te.
Eccola, la sento arrivare, è lei la conclusiva lacrima, è lì pronta a raggiungere l’orlo dell’ultimo contenitore pieno, si è lanciata… ad occhi asciutti posso nuovamente vederti.
Sei appoggiata alla parete di una stanza piccola e buia, a malapena distinguo i contorni della tua sagoma, percepisco di te solo l’ombra, hai il corpo ricurvo e le braccia occupate a reggere il capo fra le mani.
Non capisco, mi impegno molto, ma non so dedurre l’azione che stai compiendo, poi, ad un tratto, senza l’apporto dell’intelligenza, con la sapienza del cuore comprendo perché le hai poste lì a sostegno del capo.
Con accortezza tentano di soffocare i singhiozzi, di arginare le inondazioni delle lacrime, incuranti della tua pena cadono per ore senza sosta dentro e fuori, fino a formare un numero impronunziabile di oceani il cui cammino è diretto all’infinito della mia impotenza.
Implorano il salvagente della consolazione.
Mio Dio no, no, perché mi torturi così?
Signore, perché mi sottoponi all’altalenare di sentimenti che prima seppelliscono all’inferno e poi resuscitano al cielo?
Perché fai si che prima goda della sua pace e poi soffra del suo dolore?
Fuggo, raccontando a Dio la feroce rabbia, umilmente gli confesso la mia collera afona di grido, che non conosce parole per farsi comprendere.
Vittima di questa disperazione, in una preghiera di perdono gli domando:
Dimmi, dimmi mio Signore, perché hai reso l’uomo in grado di provare tanto dolore, quando, privato dell’anima, si abbandona al silenzio di mille domande, ammalandosi di una peste che nessun medico e nessuna medicina possono curare?
Improvvisamente, un ritorno spalanca le porte del cuore, ripenso a Giobbe e quasi lo sento parlare, gli concedo l’attenzione dell’udito disponendo le orecchie dello spirito all’ascolto, lo sento rivolgere all’Onnipotente monologhi gonfi di angoscia, zeppi di perché.
Mi astraggo in questo antico impeto, soggiogata dal loro fascino m’accomuno al pensiero di Giobbe mentre dice queste cose:

“Perché dare luce ad un infelice e la vita a chi ha l’amarezza nel cuore, ad un uomo, la cui via è nascosta e che Dio da ogni parte ha sbarrato?
Perché ciò che temo mi accade e quel che mi spaventa mi raggiunge.
Non ho tranquillità, non ho requie, non ho riposo e viene il tormento! “.

Più dispersa che mai, smarrita al ventre di questa riflessione suscitata dal vaneggio di Giobbe, alla ricerca del loro recondito e nascosto insegnamento, mi raggiunge di coscienza un discorso.
Questa volta il proliferare della voce ha un nuovo tono, pacato, rasserenante.
Non riesco a riconoscerla subito, trovo difficile attribuirle un nome, non riesco a ricordare il fautore di questo dire, mi sfugge la sua identità.
Ha affabilmente intrapreso l’atto del comunicare.
Rimango ferma nella mia ignoranza, annaspo la cosiddetta cultura al pantano dell’interdizione poi, un guizzo del vecchio sapere illumina il presente di un passato studio, per riportare a galla un nome: Elifaz!
Ma si, non posso sbagliarmi, è lui ne sono certa, Elifaz il Temanita.
Si rivolge a Giobbe, a lui, con voce sicura risponde dicendo:

“Ecco, tu hai istruito molti e a mani fiacche hai ridato vigore; le tue parole hanno sorretto chi vacillava e le ginocchia che si piegavano hai rafforzato. Ma ora questo accade a te e ti abbatti; capita a te e ne sei sconvolto. La tua pietà non era forse la tua fiducia e la tua condotta integra la tua speranza? Ricordalo: quale innocente è mai perito e quando mai furon distrutti gli uomini retti? Io, invece mi rivolgerei a Dio e a Dio esporrei la mia causa: a Lui, che fa cose grandi e incomprensibili, meraviglie senza numero, che dà la pioggia alla terra e manda le acque sulle campagne. Colloca gli umili in alto e gli afflitti solleva a prosperità; felice l’uomo, che è corretto da Dio: perciò tu non sdegnare la correzione dell’Onnipotente, perché egli fa la piaga e la fascia, ferisce e la sua mano risana “.

Ora che Elifaz tace ricompongo i frammenti dell’animo seguendo il significato delle sue parole.
Chissà cosa vogliono farmi comprendere!
Procedo per tentativi, strutturo ipotesi accatastando in un angolo di me il buono, ossia quelle logiche deduzioni che paiono essere a mio giudizio la più corretta e fedele interpretazione del suo pensiero.
Tolgo via dal mucchio le opinioni personali che allontanano dalla sua verità e raggiungo un finale che comunica la tragedia di una umanità prigioniera dei propri limiti, mentre dichiara il dramma del suo essere preda di una ragione che non sa darsi spiegazione dell’esistenza della sofferenza, che non vuole accettare il percorso di una vita disseminata di prove, che non ha il coraggio di donarsi interamente e senza remore alla fedele attesa del compimento di un atto il cui finale dimora presso Dio.
Si, penso sia questo l’intento di Elifaz, credo abbia voluto dire a me, come un tempo a Giobbe, di non affliggere l’animo con mille irrisolvibili quesiti, di non attardarmi in congetture che esprimono tutto tranne che la verità vera dell’umana esistenza, di non crollare sotto il peso dell’ignoranza di un motivo che giustifichi la gioia, il dolore, la morte, la vita.
Sono certa che con questo suo parlare abbia voluto additare al mio animo una via da seguire, illuminandola di luce che non dà spiegazione ma regala speranza, facendomi comprendere che bisogna attraversare il tempo che c’è dato guardando la realtà con gli occhi dell’anima per oltrepassare il traguardo che separa la giustizia degli uomini da quella di Dio, la sola a rendere retta ogni cosa ed ogni creatura, come all’inizio dei tempi dell’umana storia.
Sarebbe splendido se ciò accadesse anche a te Chiara! Questo è quanto io desidero avvenga alla giusta anima racchiusa nell’involucro della tua materia.
Una speranza, questa mia, così intensa da non farmi dare ragione di una presenza, che mi fa ignorare l’ombra raminga e prigioniera custodita tra i ricordi del passato, amorevolmente riposta tra le pagine del libro dei sentimenti, vivente nei cuori degli esseri che ti hanno conosciuto e ai quali hai valorosamente donato un pezzo di lei.
Spudoratamente, proseguo nell’insana piacevolezza di quest’ignoranza, per disertare un vuoto che può colmarsi nel solo reciproco avvicendarsi.
Uso le mani per sollevare il fardello di un dolore che schiaccia il cuore e, dopo averlo fatto, riconduco la complessità della vita all’esistenza di una rosa che soavemente attende al suo sbocciare.
Nel suo trepidante respiro si racchiude la gioia del donare un colore, un profumo.
Il suo vivere è vincolato ai capricci della natura, a lei affida quel diritto di crescita, le delega gli anticipi e i ritardi, le conferisce il potere di far nascere e stroncare la vita, la fa padrona di un decorso, la chiama amorevole, sua naturale evoluzione, sua gioia, sua espiazione.
Spesso una natura artefice del mancato realizzarsi di un compito, consapevole di avere ucciso il giorno della vita, d’aver rubato quel tempo della felicità che non la vedrà schiudersi alle mani dell’uomo, che lo priverà di quel donarsi che mai sarà.
Ma cosa ti sto scrivendo Chiara?
Se potessi posare lo sguardo su questo folle scritto avresti pena per me, ed io vedrei la tua mano soccorrermi, concedermi l’aiuto necessario a liberarmi dal fango degli astratti pensieri dove ho smarrito, per una volta ancora, ciò che mi preme sapere da te.
Intendevo chiederti della nostalgia, sapere se hai battuto il sentiero della sua conoscenza, se il tuo spirito si è erudito a tal punto da metterti in condizione di rivelarmi le astuzie che usa per rubare calore alle coperte della speranza, al susseguirsi di notti disilluse d’allucinazioni e, ad ogni trascorso giorno, divenute sempre più consunte, sottili, sempre più fredde ed invisibili.
Intendevo domandarti degli oscuri risvegli vissuti nella narrante consapevolezza dell’avvenuto distacco dall’anima, conoscere, attraverso le tue risposte, quanto è profondo il buco che al cuore si crea a seguito di una forzata lontananza dalla terra, dal sole nel quale ha avuto genesi.
Chiedere e domandare fino a terminare il fiato, ogni sciocchezza, ogni banalità, attendere le risposte colorate di dialetto, rivestite di quella vecchia saggezza donatrice di conoscenza.
Vorrei raccontassi quei sogni mutati in incubi e di quanto è rimasto in te nelle loro impalpabili tragedie.
Ma non ho finito, non mi fermo, ho ancora altro da conoscere!
Devi dirmi quanto c’è di te in quella che ora sei e quanto hai gettato via per fare spazio nel cuore al malessere di una esistenza che mette in fuga il presente, per farti assaporare la gioia di una fraterna vita che abita solo le stanze della rimembranza.
Non faccio altro che chiedermi se vivi libera o accuratamente avvolta in nubi di bambagia che isolano i sensi dal mondo della letizia e della carnalità.
E poi, dando per scontata la loro ibernazione, mi chiedo perché gli hai conferito una così mortificante sistemazione che opera l’ostruzione del naturale risalire dei sentimenti al centro della carne che ti vive in petto.
Tutto questo pensare li ritrae in pose stanche, affaticate in movimenti propulsivi, ansimanti corrono, volano al tremante cuore, sono fiammeggianti e paonazzi, profondamente scossi e disorientati dal delirante manto di brividi, spesso quanto la corazza gelida e inespugnabile dell’indifferenza che ti ricopre il corpo.
Ignoranti salgono la via del sapere che guida al sogno di una conquista e risplendono in perle di sudore faticando il momento della premiazione su quel podio che al collo cinge la medaglia del perduto senso della vita attraverso il dono delle umane carezze dell’amore.
Nubi fitte, inaccessibili, quelle che t’infagottano mia Chiara. Con estrema facilità inghiottono l’intero pensiero dell’umanità, soffocando te ed il mondo al supplizio di un’aria irrespirabile.
Non mi va proprio giù la certezza dell’essere di una paura che obbliga a nascondere l’anima a te stessa come un tempo, il tuo corpo a noi.
Non è concepibile che questo tuo fuggire non abbia ancora avuto fine.
Se questa è la realtà che inonda i tuoi giorni, allora è giunto il momento di esporre una mia idea per farti mangiare il pane della fiducia che ripongo in te, per rammentarti di guardare nel cesto delle personali capacità, per dare modo alla tua creativa laboriosità di trovarvi adeguato materiale da adoperare per la costruzione della nuova Chiara che ti vive dentro.
Non importa se per gettare le fondamenta adopererai il cemento d’altri ideali, poco conta se in cima al cuore farai sventolare la bandiera di un diverso sogno, io rimango immobile nella interiore e robusta convinzione che ovunque si trovi il luogo dove Chiara respira, potrà, se lo desidera, raggiungere l’interiore resurrezione dello spirito e la guarigione del corpo… e, certamente, lei rinascerà.
Vedi Chiara, non è importante per la ragione essere a conoscenza del paese dove tutto questo accadrà, perché posso vederti mentre calpesti l’erba di un altro prato, posso seguirti quando ti riscaldi al calore d’un diverso sole ricoperta d’azzurro riflesso in un manto grande quanto il cielo, posso, allo stesso modo, emozionarmi con te alla visione d’altri uomini così uguali, così profondamente dissimili.
Io brucio al vivo fuoco di questa premonizione e, come veggente, t’osservo riacciuffare il senso della vita estirpatoti con una violenza che, in me, vive ancora alla ricerca di un’attenuante.
Chiara, mi sento davvero stanca, sfinita dall’animato gioco dei sogni e dei pensieri, il corpo mi giunge devastato dall’impeto delle molte emozioni provate, ed ora ambisco solo al ricomponimento degli equilibri, al recupero, seppur lento, delle perdute energie.
Vorrei però, dare chiarore al fondo del mio cuore con la luce dell’ultimo pensiero, Dio solo è a conoscenza della grandezza di questo mio bisogno.

Or che a me
s’appresta l'attimo del rientro,
or che chiara
si paventa la coscienza,
or che son’io
a consegnarti all’infinità
d’una solitudine
dimorante all’inconscio mio,
…bramo succhiare serafico
nettare in quest’idea
ed ottener la facoltà
di mutar l’angoscia
in virilità di gioia sua
e render vera -la metamorfosi-
della disperazione

…Ora voglio osservare il crescere
d'un verdeggiante bosco
che di vigore suo
di mia debolezza fa potenza.

E’ giunto quel tempo in cui la vita chiama al compimento dei tanti doveri, quell’attimo drammatico e complicato durante il quale, tutti gli avvenimenti del passato, saranno riposti nel cassetto del comò che segue quello dove riposano i sogni della bimba che fui.
Il tempo dei cambiamenti che abbisognano di riposo e pace, di concentrazione ed attenzione, di razionalità e senno, di ponderazione e sapienza, di sacrificio e rinuncia.
Quel tempo dove le mani devono rendere concreto l’ordine dei pensieri e definire il senso cronologico delle foto che hanno commosso e stravolto il cuore, facendolo giocare con i sentimenti.
Desidero sia lui a riporle con il criterio di felicità che più gli aggrada, in modo da portare in superficie l’icona dove è nitidamente ritratta la tua interiore serenità.
Voglio poterti guardare e vedere come nel più bell’attimo del passato.
Io mi fermo e lo lascio fare, quando avrà finito il suo lavoro sarà tutto in ordine, solo allora mi riterrò pronta a riprendere i contatti con un presente spoglio d’amicizia per concederti, una volta ancora, la libertà di congedarti da me.
Lo farò lentamente, tanto piano da poter assaporare l’umanità grande e tenera di un dolore venuto dal pressante incedere di una colpa vissuta a motivo di un abbandono perpetrato da me.
Chiara, non posso più rimandare la tristezza di questo compito, ti riporrò nel cassetto dello scrittoio, devo proseguire il delirante correre della vita e portare in avanti i passi con occhi attenti, rivolti all’orizzonte colmo d’insidie e pericoli da evitare, augurandomi che tu faccia la medesima cosa.
Io conosco il tuo timore, lo condivido in ogni suo particolare, ma dovrò, nel frattempo, dare spazio allo spandersi dell’anima in un mondo e in un modo differente dal tuo.
Vivrò! Anche tu lo farai!
Entrambe affronteremo il bene e il male delle circostanze con vitalità e passione, di tanto in tanto mi accorgerò che l’animo è distratto a immortalare eventi, a radunare foto in un album senza pagine, sapendo che non apparterranno mai al tuo oggi.
Le guarderò io per te, oh si che le guarderò!
Corrugando sempre più visibilmente le rughe del cuore analizzerò il mio percorso di crescita esente di una tua testimonianza e mi rattristerò, altroché se mi rattristerò, quando vedrò riemergere dal loro fondo l’impeto di un ciclope che risveglierà il dolore.
Penderò dalle sue labbra, quando, con voce grave, sussurrerà queste parole: Chiara dove sei? Perché non vieni?
Dai, raggiungi il mio spirito solo per un attimo!
E quando giunta in quel tratto di vita come potrò far riaddormentare il gigante se non serrando le palpebre, precipitandomi alla ricerca di te nella calda e confortevole dimora dei ricordi?
Lì, gridando il tuo nome a squarciagola, nelle stanze dove abita il fantasma del noi, io ti aspetterò!
Lì, dove il camino della felicità sempre avrà per noi le vive fiamme di un ardente fuoco, pronto ad avvampare l’ignoto e assiderante futuro, io attenderò!
Lì, dove avremo la possibilità di perderci e ritrovarci in quel fraterno e interminabile abbraccio del disinteressato amore, io mi rinfrancherò!
Lì, dove il tempo scorre scandito dal ritmo di un vecchio orologio fermo sulle ore di un’amicizia ancora vissuta dal nostro cuore, io ringiovanirò!
In quell’oasi di unione, l’una accanto all’altra, sfoglieremo l’album delle immagini senza lacrime, testimone dei sorrisi di una antica spensieratezza, li moltiplicheremo fino a saturarne il futuro, costruendo con loro l’allegria di un’amicizia senza tempo.
Mia perduta amica, la tua storia spinge a profonde riflessioni inerenti i tratti essenziali della mia storia.
A lei pensando, capisco d’essere la somma delle cose sperimentate attraverso le situazioni vissute.
Sento di aver trattenuto nell’intimo, prese in prestito dall’incontro con persone conosciute e amate durante l’anonima vita di relazioni, svariate caratteristiche.
Un prestito mai restituito che potrebbe essere definito furto.
Non ho il terrore d’essere scoperta e punita per i continui ladrocini, non ritengo il mio prendere un rubare, certamente non è confondibile con il concetto dell’imitare, non ho preso dagli altri perché in preda al desiderio d’emulazione, questo comportamento ha origine dall’umano e indomabile sentimento dell’invidia.
Ritengo più legittimo pensare d’averle ricevute in dono da ogni altro al di fuori di me.
Tutto mi è stato offerto avvolto nella carta della lealtà e legato con il fiocco della semplicità nelle parole.
Questi inestimabili regali li ho accettati e fatti miei senza averne coscienza, accolti e riposti nell’anima, divenuta, con il trascorrere del tempo, sempre più ricca.
Ho vissuto omettendone l’esistenza, quando, preda dei patimenti di una persistente amnesia, ho ritenuto la vita sprovvista di un meritevole significato, obliando il possedimento di quest’incalcolabile ricchezza.
Questa elargizione proveniente dall’intelligenza dell’anima ha dischiuso la porta del presente alle inconfutabili verità che oggi trascrivo nell’illusione che tu le possa leggere domani.
Questa è la sommersa idea dove ritrovo la Lucia dell’oggi, che fa supporre negli altri lo stesso cammino di crescita, che fa vedere un uomo all'’altrui respiro assoggettato, dall’altrui pensiero condizionato.
Un uomo che consenziente si fa usare e inconsapevolmente usa, modificandosi, rinnova la singola particella d’umanità e accrescendola, adatta l’identità all’universo delle umane relazioni.
Con atto volontario, o involontario, in base alla conoscenza della propria evoluzione, opera il graduale assorbimento delle diverse particolarità di quelle anime da lui ritenute gradevoli e affini poste dal fato sulla strada della personale evoluzione.
Ritengo di poter dire che questo crescere dell’uomo è una stupenda opportunità, l’occasione con la quale diviene in grado di elevarsi al rango di unico depositario dell’enigmatica abilità al raduno delle numerose intelligenze del mondo, facendosi contenitore di tutte le mutevoli manifestazioni materiali e spirituali a lui proposte dall’infinito cosmo.
Nella catena universale della vita egli è l’operatore misterioso ed inconoscibile che attiene al compito dell’accogliere il tesoro della storica memoria dell’intera umanità.
L’uomo di cui ti parlo, è l’esperto manipolatore di queste cose, è l’insaziabile animale che le assorbe tutte attraverso i mille giochi dell’intelligenza, colmo di naturale e umana inconsapevolezza le impregna delle energie possedute dalla spiritualità ammantandole del più intimo e profondo sé, solo in seguito, quando attraversa l’esperienza dell’incontro con l’altro uomo, diviene specchio che riflette fuori i segreti dell’universo appreso, associando a questi, anche il suo.
Un uomo che tutta l’esistenza esplica nel continuo moto di un flusso e riflusso della realtà donando al mondo, ed ai suoi figli, le esperienze di cui è stato protagonista.
Quando anch’io ripenso alle situazioni vissute, alle parole dette, ai pensieri creati insieme e ricoperti dalle tele delle diverse identità, quando riesumo i sentieri percorsi dalle rielaborazioni della mente e dell’anima, ti ritrovo qui Chiara, accanto a me, anzi, dentro di me, custodita nell’idea che converte le diversità in un valore unico capace di abitare il perenne sempre dei nostri corpi lontani.
In questo formulare d’ipotesi comprendo il perché del nascere di un bene che prosegue nell’amare tutto quanto di te è ormai mio, fuso nelle sottili fibre del quotidiano mio esistere.
T’appaio compiaciuta di tale scoperta?
Ebbene, non ti sbagli Chiara, io lo sono!
Questa è la vitamina che rinforza la fiacca speranza, la culla nella quale trastullo l’anima al godimento di questo nuovo modo di accompagnarmi a te nella regolare quiete dei miei giorni di adulta, ancorandoli al passato del tuo essere che mi appartiene.
Sorprendo tra i miei pensieri il gravitare dei tuoi, ascolto nel mio parlare il ridondare del tuo, scorgo in un mio sorriso il risplendere del tuo, ed allora realizzo d’essere te nell’assenza di te.
Attraverso questo pane di consolazione mi sono preparata a tollerare la dolorosa idea di una nuova separazione, ma è terribile l’insurrezione che i sensi manifestano alla ragione.
Contestano rabbiosamente il silenzio giunto dalle lettere mai scritte e che bramavano ricevere, tragicamente annegate nel mare del desiderio.
E ciò mi fa capire il tuo inconfessato intento di morirmi dentro.
Un silenzio questo tuo, apportatore di una assurda missiva.
Nella sua taciturna incomprensibilità annuncia una ferrea ed inalienabile volontà, quella di eclissarti dalle pagine già scritte della mia vita, aggiungendo, alla già così sofferente privazione del presente, anche quella di un passato sempre giovane nel mio cuore.
Ma dimmi, impareggiabile testarda, come puoi ignorare che la folle messa in opera del tuo infausto desiderio, insieme a te mi induce all’oltrepassare d’un varco oscuro e senza speranza?
Come fai a non accorgerti che obblighi anche me allo sprangare della luttuosa soglia che entrambe sotterra in quella partenza che più non ha ritorno?
Come fai a non vedere che nella tua morte dimora anche la mia?
Come puoi mantenere irrisolti tutti i miei quesiti, defraudandomi del piacere di ricevere parole adatte a smorzare la smisurata angoscia delle paure?
Perché impieghi il presente nell’ostinata lotta del mostrare indifferenza al dolore che nasce dalla mia solitudine, recintando l’oggi di un sepolcrale silenzio?
Perché rivolgi il volto altrove nel vano tentativo di evitare la vista del profondo pozzo del passato e non conoscere il lutto posseduto dall’anima mia?
Come puoi continuare a vivere nell’ignoranza dell’offesa che le arrechi con il protrarsi di quest’inganno, ed illuderti di nascondere, alla sua intelligenza, il tuo dolore, invitandola a supporre reale solamente ciò che è provato da lei?
Chiara, non comprendi che nonostante il freddo fare, lei conserva inalterata la certezza di condividere con te identiche e profonde emozioni di cui il suolo della tua fede è inerme teatro?

La mia anima conosce, senza alcun bisogno di confessarli, tutti i voli intrapresi dal tuo pensiero, li insegue silenziosa mentre t’affanni nella corsa in grembo ai sentieri del passato, cercandovi l’ombra di un essere che ancora oggi reclama dal tuo cuore il diritto al nobile titolo d’amica.
Sono io la tua amica, non ho dubbi su questo, ed è proprio questa sicurezza a suggerire alla mente la formulazione di tali domande.
Indimenticabile, insostituibile e amata amica come vivi?
Sei forse stanca di accomodare il dolore tra gli stretti sedili di sorrisi bugiardi, ricevuti e regalati agli sconosciuti esseri che animano il tempo dello scavato corpo?
Hai già incontrato chi, pazientemente, accoglie all’udito gli interrogativi provenienti da un cuore incapace a raccontare ciò che accade nel suo universo e, per tale motivo, soccombe vittima della sofferenza di una mancata liberazione delle paure, non confessandole neanche a se stessa?
Alla mamma? No, non a lei!
Tu sai bene quale effetto sortisce il trascorrere degli anni!
A poco a poco, il loro fluire, le rende vulnerabili, insicure, le riporta indietro nel tempo fino a farle giungere nuovamente bambine.
Ora sa solamente aspettare ed implorare protezione, continuando a perseguire il fine di preservarti da ogni male, augurandosi, che ogni tua azione, produca come naturale conseguenza il nascere di una vera felicità.
Eppure, nel guardarla, t’accorgi che le opere compiute con l’ausilio della volontà non sono state sufficienti a sortire il desiderato effetto, che a nulla è valso il giusto scegliere la via delle rinunce, t’accorgi d’aver fallito nel tentativo di realizzare il suo grande desiderio, quando, allungando le mani al suo viso, allo scopo di dipingervi una carezza, lei, tacendo, al tuo cuore dice che mai potrai privarla del suo compito… quello di soffrire per te.
Posso vederla anch’io, mentre varca la soglia d’ogni tuo silenzio, scavalca le mura delle bugie, arrampicandosi si lascia cadere nel vuoto, oltrepassa la paludosa foschia dei sentimenti tuoi, e spaesata, priva di comprensione, piange lacrime invisibili per l’occulto dolore attanagliato al cuore dell’amata figlia.
Altro non puoi fare, devi assistere alle mille scene muovendoti in punta di piedi fra l’impotenza e la pena, ascoltare la sua anima che rantola alla trafittura d’ogni lama… e sono tue le mani che le impugnano.
Devi viverlo quest’ultimo atto, schiacciata dal peso di una cruda consapevolezza.
Che altro puoi osare mia cara?
Null’altro, se non appoggiare il mantello della colpa alle straziate membra dell’anziane paure, punirti, per non essere divenuta l’adulta dei sui desideri.
Un amore, quello delle mamme del mondo, che copre e scalda i figli del millenario tempo.
Il fantastico lascito, la ricca eredità con la quale compriamo ogni bene della vita e ci fa sentire il dovere di emulare.
Ecco perché, guardandola, come i perduti figli di questa umanità, osservandola nel magico e sovrumano sforzo del donarsi, trascorri il tempo ad amarla e odiarla, tormentandoti al pensiero che mai potrai somigliarle.
Non ravvisi altra prospettiva, se non quella di custodire nella memoria i gesti e le parole di una vita dilapidata senza ombra di parsimonia, nell’impaziente attesa del momento che arrivi l’ora d’incarnare il ruolo da lei interpretato e poter smettere i pianti della colpa indossando quelli della dedizione.
Dimmelo Chiara, chi è l’essere al quale hai concesso il compito di sorreggerti con discrezione e autorità, spingendo l’animo alle porte del cielo, quando stanco di ricercare il senso racchiuso nel respiro dei giorni esalati alla vita, arreso al vuoto, si adagiava al fondo dei pensieri.
Dove puoi raccogliere il sorriso disinteressato, sole dai brillanti riverberi, rischiaratore delle albe buie, usurpatrici della giovinezza negli anni tuoi?
Mia adorata testarda, quanto vorrei essere io quel bagliore, ed invece, lontano da te non sono che lacrima, null’altro che un pensiero che t’insegue negli attimi del lavoro tristemente svolto senza più averti accanto.
Oggi ascolto in tua assenza la musica dei canti delle messe partecipate in domeniche incendiate da un sole che non riscalda.
Per me sola si susseguono freddamente, mentre vivo nascosta fra i giochi dei bimbi che organizzano burle ai compagni della loro infanzia, in disuso tra loro, non sono altro che interminabile attesa, prigioniera nella bolla di questa dolcissima schiuma che aggiungerò al caffè bevuto in solitudine.
Vivo un flebile sussulto accostandomi alla veranda, in preda ad una febbre d’allucinazioni, rivedo apparire la sagoma del tuo corpo, s’affaccia al balcone e con un braccio levato al cielo intraprende i frenetici movimenti di una danza per salutare le albe d’ogni mio mattino.
Chiara, sono questi i momenti che posso donarti, questi gli attimi d’eternità in cui le mie guance conoscono una lacrima lunga e salata.
Cade piano a saziare la fame, s’immerge nel passato e con dolcezza impazzisce di gioia tuffandosi nel piacere del cibo dell’anima che l’una per l’altra siamo state.
Un “noi” composito, formato dalle separate identità, in grado di esprimere uno spirito novello, contenitore del meglio delle nostre essenze, sempre in lotta con la pesantezza e la stanchezza causataci dal troppo studio e dalla stressante angoscia degli esami.
In questo breve pranzo del ricordo, rivedo i corpi invasi dall’eccitazione e dalla paura per il nuovo lavoro, una delle battaglie più aspre intraprese durante il giovane tempo della nostra inesistente esperienza.
Eravamo ignoranti dell’uso delle armi, acquisite solo con il trascorrere d’anni bruciati alla bocca di una fucina che si è alimentata con la legna strappata alla foresta della nostra gioventù, sfinita dalla preparazione e poi sfiorita durante l’aberrante corsa al futuro.
Una lotta combattuta senza armatura, coperta soltanto dalle insicurezze.
Dovevamo spronarli a crescere forti e sicuri i nostri bambini.
Dovevamo irrobustire quelle piccole ali, aiutarli a volare, in modo che ogni singolo corpo potesse ricongiungersi all’anima.
Dovevamo indicargli la strada agli angeli riscoperti, mostrargli la giusta rotta da percorrere nel vasto e libero cielo dell’ignoto futuro.
Quel futuro che paura faceva!
Era vissuto dal fragile immaginario con timorosa inquietudine, con sconsolante inadeguatezza.
Li ricordi quegli occhi Chiara?
Occhi le cui dolcezze hanno fatto tremare le nostre fondamenta a torto ritenute solide.
Occhi dalle inspiegabili luci che hanno più volte indotto la ragione a rimettere in discussione le possedute, reali capacità.
Sguardi che hanno dissolto al guizzo fuggente d’un sorriso tutte le certezze a caro prezzo comprate con il denaro dello studio.
Schegge d’infinito che hanno scalato senza fiatone il monte delle rispettive intelligenze e posto domande alle quali non abbiamo mai saputo dare risposta.
Candidamente chiedevano, dignitosamente, mendicavano dove poter raccogliere il materiale di validi consigli, dove leggere le indicazioni delle giuste azioni da compiere per costruire il manico di una bacchetta magica che trasformasse i sogni in realtà.
Ricordi Chiara?
Ricordi in seno a quanti libri quel fuoco e quegli sguardi hanno spinto le nostre mani con l’intento di rubarvi le verità da rivelare?
Soffro di un’atroce disperazione all’idea che tu possa avere, in questo tempo, dissolto anche il più piccolo frammento dei ricordi di cui oggi, replicandomi, ostinatamente parlo.
Non si può dimenticare il passato!
Non si può buttare via l’innocenza che abbiamo amorevolmente generato e protetto!
Come si fa a far finta che nulla di tutto questo sia mai esistito? Che nulla abbiamo mai vissuto?
Che ogni palpito delle emozioni provate è stato un sogno, una bugia?
E’ possibile che le fauci taglienti di una belva quale gli stati d’animo, galoppatori indomiti, oltre che voraci masticatori del miglior tempo della nostra vita, vengano considerati come pochi e sbiaditi disegni di un vecchio libro di fiabe?
Eppure avanzavano pestando l’acerbo terreno, insegnandogli le serpentine strade dell’agitazione, mostrandogli la disperazione dei mali provenienti dai vicoli del cuore, iniziandolo alla vita delle delusioni originate da un sentimento ignorato e che l’umanità aveva deciso di chiamare amore.
Affascinanti percezioni che occupavano la mente in prolisse ciarle sugli uomini e sulla loro indiscussa diversità, sul perché dell’innamorarsi dell’uno e non dell’altro.
Dialoghi talmente seri da divenire banali, perché li chiudevamo sempre con il frastuono di fragorose risate.
Chiara, mi domando: è mai possibile che tu abbia potuto e voluto dimenticare il magico sogno ch’eravamo?
Come puoi aver sotterrato il tesoro di quei giorni mai uguali, costantemente pervasi dall’entusiasmo dei cambiamenti dell’amore segretamente custodito nell’anima che rendeva le nostre vite imprevedibili e sconvolgenti?
Desidero insistere, fortemente premere, nell’esplicazione di tale concetto.
Io rammento di noi il dono ricevuto dal più esperto modificatore delle convinzioni e dei programmi umani, la inesauribile fonte delle singolari emozioni, l’ineguagliabile promotore delle novelle esperienze raccolte nel cuore e che, alcuna situazione, ed alcun uomo potrà mai farci dimenticare.
Un noi che tralasciando le rughe del tempo, incarna il ruolo del devoto custode, del fedele depositario delle più intime verità, di quelle piccole, ma preziose confessioni, dichiarate con reciproca sincerità, apertamente analizzate, confrontate, ed infine perdonate, per imparare, dalla forza derivante da un coraggio duplice, a non ripercorrere più la strada degli errori.
Era l’identità nuova in grado di riconvertire, trasformandoli, i residui di un materiale lurido e vergognoso come quello degli sbagli, in una massa solida e resistente, da adoperare come mattoni per la costruzione di nuove fondamenta sulle quali issare le personalità dei futuri animi.
Doveva divenire robusto, come solo una quercia secolare può esserlo, te ne rammenti Chiara?
Doveva imparare ad affrontare le difficoltà senza mai vacillare, senza mai tradirle, senza mai abbandonarle, disporci alla vigorosa lotta contro gli agguati dei capricci disseminati sull’esteso viale della debole natura umana.
Questo fu il vivere della nostra amicizia, un sano cibo!
Chiara e Lucia insieme l’una per l’altra, nutrite a sazietà, mai sole, mai povere, mai mendicanti.
Una vivanda che alimentava il doveroso bisogno del continuare, fornendo ad entrambe un nutrimento, tanto ricco che potevamo succhiarne l’energia necessaria al superamento delle singole debolezze, rifocillando le insaziabili passioni.
Una tavola imbandita di un bene genuino e gustoso, in grado di annullare, estinguendola, tutta la stanchezza accumulata durante le immancabili sconfitte della vita.
Questo eravamo Chiara!
Un noi grondante d’abbandoni e vittorie, stremato dalla intralciante corsa ad ostacoli dei brevi minuti che costituiscono i giorni di anni perduti e che, ora, regalano al volto un sorriso al pensiero delle gelosie e dei rancori che attraversano di rimpianto il tempo presente.
Mi incanta la loro compagnia, provo piacere a masticarli con la mente, ad assaporarli con il cuore, vivendo questo loro darsi in sembianze di gigantesche meteore.
Le rivedo piombarci addosso, accendere i bassi e odiosi sentimenti, bruciare la ragione, avvolgerci di misero e soffocante fumo, ricoprirci di una invisibile povertà, per poi scomparire frettolosamente disintegrandosi allo scontrarsi con un minuscolo sorriso.
Era questo il mistero che colmava i vuoti creati al passaggio del seme della discordia, un sorriso, solamente lui sapeva riempire di pace la povertà dei nostri animi umani, quando prede della gelosia dimenticavano d’avere vita per il vivere stesso dell’amore.
Questo il miracolo adagiato da Dio sulle labbra degli uomini, il prodigio con la facoltà di appianare ogni controversia, superare ogni dissapore, dissolvere ogni contrasto.
Il gioiello della materia che in sé custodisce la luce indispensabile a rischiarare l’angoscia del rancore, colorato sole che insegna la via della tolleranza, della fraterna comprensione delle diversità.
Eravamo ricche Chiara, stramiliardarie!
Avevamo il grande salvadanaio dal quale prelevare il danaro per comprare l’eternità ai figli della terra.
Avevamo una scala fatta di fiori e profumi che portava su dritta dritta alla scoperta della madre misteriosa dei sentimenti… l’amicizia che per secoli ha intrecciato i fili della storia di Dio con l’uomo.
Una scala graziosa e robusta per reggere il peso dei problemi che il difficile sentire porta dentro di sé.
Dimmi Chiara, hai accanto al volto un simile miracolo vivente?
Un sorriso al quale donare la fragile e nascosta umanità?
Rivelami che ancora puoi, in questo strano sopravvivere, perpetuare il dono di te ad un’amica, che ancora ti segue la discrezione e l’ombra di un essere gentile al quale chiedere in cambio solo affetto duraturo e sincero, libero da vincoli ed obblighi, che al pari di carcerieri, aguzzini, fermano l’animo impedendogli la trasmissione di una commozione umana che ripulita delle scorie diviene il limpido amore dell’anima.
Dimmelo Chiara! Dimmelo ora che non sei sola, dimmi che c’è l’amicizia a tenerti compagnia, che è lei a chiudere le voragini dell’inedia e della solitudine con parole di conforto, con sorrisi di speranza, con abbracci di solidarietà.
Non dirmi della sua assenza, non narrarmi del perenne ricercare nei manufatti del mondo l’illusione di aver curato la malattia dell’esule spirito che in te vaga urlante.
Tu sai di cosa sto parlando, hai ben compreso che le mie parole tendono all’esplicazione del desueto moto dell’animo, sinteticamente, splendidamente accolto nella frase: “Ama il prossimo tuo come te stesso”.
Chiara, se veramente li hai incontrati, se veramente li hai scandagliati sin nel profondo, rivela anche a me i segreti del dolore, e parlami del potere che sadicamente esercita sulla mente dell’uomo.
E’ forse più potente di questo amore antico, ancestrale?
Voglio sapere anche io se induce l’uomo alla morte interiore.
Con che fare ti ammala?
Con quali arnesi abbatte il ponte che unisce le singole entità umane obbligandole a percorrere le strade dell’irrazionale, smarrendole in un labirinto dal quale è impossibile raggiungere la meta?
Quanto è possente la sua persuasione?
Come fa ad allontanare dalle strade che ricondurrebbero l’identità alle fraterne braccia di un mondo abitato da miliardi di amici?
Quanto peccato vi è stipato in quell’insano martirio che incita il cuore ad ignorare l’idea di percorrere le vie del bene in compagnia di chi, come te, cerca sulla mensa terrena le briciole del cielo, per sfamarsi di amore perfetto e gratuito donato da Dio ai viventi della terra?
Ora parlami Chiara, raccontami pure mille bugie, confermami con parole convincenti che non sei divenuta ombra gemente sotterrata nel mucchio delle sue tante vittime.
Prova a dirmi che hai imparato a reagire allo sfinimento di un dolore che vieta allo sguardo la visione di un sostegno proveniente da labbra amiche mentre annunciano alla solitudine la loro compagnia.
Ma se proprio non riesci a mentirmi, raccontami di tutti gli attimi delle sue tentazioni, fammi erudita della difesa, di come hai dispiegato l’esercito dello spirito, descrivimi il coraggio del suo combattimento, il valore della sua agonia, la purezza della sua morte… di come hai sopportato la vista di questo vile e cruento massacro quando estirpava dal petto dei cadaveri al suolo l’immenso tesoro delle speranze.
Lo so, lo so, non mi parlerai, continuerai a stare zitta, così come hai taciuto fino ad ora, terrai strette le labbra, cucite, serrate, come quando il malvagio ti ha spinto nell’angolo della vita e con le spalle incollate al muro della sconfitta ti ha fatto chinare il capo dimenticando che bastava un urlo e rivolgerti a me, domandando aiuto, quello che i tuoi occhi hanno vanamente invocato al presente estraneo.
Dovevi solo chiudere gli occhi senza guardarlo in volto e ricordare il sorriso della Chiara che ho per amica, dovevi semplicemente schiudere le labbra e parlando per me dire al tuo cuore: “Chiara non ha paura di un lungo dolore, dentro lei dimora la più potente delle armi che annienta l’odio più insidioso, che bandisce la solitudine più devastante, che rende innocuo il dolore più logorante, la brandisce abilmente con la destra, mentre la sinistra protegge l’anima con lo scudo della incorruttibilità”.
E così, sussurrandoti al posto mio il dire del coraggio, lottare, senza l’angoscia di soccombere, lottare, sferrando un colpo dopo l’altro, lottare, senza indugio, senza stanchezza e senza tregua incidere sul corpo dell’infame i segni di un infinito amore che sorriso dopo sorriso, carezza dopo carezza, abbraccio dopo abbraccio, parola dopo parola erige il grande ponte dell’amicizia.
Come hai potuto non fare questo Chiara?
Perché hai lasciato al supplizio il compito di consumare le notti nel dolore di comprendere l’incomprensibile?
Con quante lacrime ti sei mondata provando a levarti di dosso il lutto di questa ricerca?
Notti infinite e nere, come il nastro del lutto inchiodato sulla porta del cuore dal giorno in cui ladri mascherati da benefattori, come tempesta, hanno distrutto tutto ciò che avevi.
E tu quali altre cose hai cercato e trovato per riempirlo, nutrirlo, curarlo?
A quanti insani veleni hai prestato il corpo in cavia per avere effetti benefici e devastanti?
Quale è stato così miracoloso da riuscire a tamponare il sangue che all’approssimarsi di ogni notte il tuo cuore vomitava a fiotti?
Quali sono le parole che hai inventato per ammonire il cuore, per impedirgli di sbarrare le porte al bene che ancora vive e cresce nelle anime del mondo?
Fammi sapere a chi si è rivolto, a chi ha chiesto in prestito mani robuste e sicure capaci di sorreggere, stabilizzandole, le oscillazioni di un pensiero razionale ed emotivo che da tempo dimora nel lutto di quel fiocco sempre più nero, sempre più grande, ancora penzolante alla soglia di questa vita terrena.
Dimmi delle volte in cui il sole è sorto tiepidamente, caldamente, ad illuminare il desiderio di riportare il tempo nell’attimo di un passato che ti ha lasciato la voglia di modificarlo con un agire ed un parlare diverso, aspettando di allocare nei giorni un sentimento diverso dall’infido e pauroso presente, insano e folle come la lenta distruzione della terra, come la gretta ed egoistica sopravvivenza dei singoli bisogni, come la stupida ed ignorante supremazia del male sul bene.
Chiara, lascia che ti raggiunga con queste parole, lascia che deponga alla soglia del cuore, ai piedi di quel nastro la mia supplica, lascia che il tuo corpo si chini, che le tue mani raccolgano la profonda e vera mia essenza, non farmi vivere solo di concretezze, fammi capire che questo pensare mi appartiene e ti appartiene, fa che io possa capire e giustificare il dolore causato dal torpore di anni vissuti a mendicare amicizia cercando una medicina che guarisca la malattia del senso della vita.
Devo forse credere al significato delle taciute parole nelle lettere pensate e mai scritte?
Nelle quali hai espresso l’ovvietà di un concetto che dice: la mia vita e quella di qualunque altro assume senso universale solo se vissuta nel costante obbligo di realizzare le richieste provenienti dall’egoismo dell’io.
Mi chiedo e ti chiedo: come si fa ad accogliere a lucida ragione l’illusoria provvisorietà defluita da una solitudine che fa credere vero di poter allontanare quelli che t’amano dagli inciampi del tuo piede, augurandoti, nell’attimo del dolore, che non odano lamenti, non vedano ferite, non abbiano l’umano istinto di poggiare la mano sulle tue lacerazioni.
Perché hai condotto la tua energica esistenza in queste fiacche braccia, lasciando alla dama degli egoismi la possibilità di dirti: “Io vivo per te sola e tu per me sola morirai”.
Muoviti Chiara, non adagiarti, non soffermarti troppo in questo limbo di falsità, risvegliati, rialzati, ritrovati, possiediti nuovamente, è semplice, basta volerlo!
Non soffermarti sulle piaghe delle mani, non pensare che usandole proverai dolore, comincia a scavare e riesuma dalla profondità del passato la benignità di questo intimo pensiero, estasia per un attimo lo sguardo dell’anima orientandolo al bene che io nutro per te, vigila pazientemente che non cada più nel dirupo di un tempo scandito dalla indolenza degli eterni minuti.
Stiamo ancora insieme, intratteniamoci nell’esaminare del mondo, proviamo entrambe ad usare la poca chiarezza di una esigua obiettività rimasta viva, proviamo a vedere, a capire dove sono finiti gli uomini che lo abitano.
Lo so, è un’opera complicata, ma non accetto l’idea che tu non sia più in grado di realizzarla. Penso, invece, che hai ancora, in qualche angolo, gli strumenti per accedere alla misteriosa via del millenario cammino.
Rassegnati Chiara, preparati, tira un forte respiro, poiché intendo seguirti discretamente in questo lavoro, lo farò delicatamente, prestandoti i miei occhi, facendoti guardare ciò che abilmente si nasconde alla vista, ti offrirò le mie orecchie per farti udire le grida di dolore provenienti dalla miriade di esseri che al mondo urlano la sua cinica indifferenza, ti sarà possibile ascoltare le parole che da sempre ridondano alla mente ossessionandomi.

Perché mi rinneghi?
Perché mi dimentichi?
Perché mi emargini?
Perché mi derubi?
Perché mi violenti?
Perché mi uccidi?

Io sono tuo padre!
Io sono tua madre!
Io sono tuo figlio!
Io sono tuo fratello!
Io sono tuo amico!
Io sono te!

Forse queste domande serviranno a farti camminare la via della scoperta del vero motivo della sofferenza umana. Narrano ad ogni singola anima dell’universale rifiuto del mondo, di quel nascondersi in una fuga che salva dalle sconfitte e che gli arreca una perdita ancora più insostenibile, più inaccettabile, come lo smarrirsi dell’anima dentro ai cunicoli di un costrutto sociale che fa di ogni uomo un corpo.
Non sono domande, sono terrore, angoscia che silente urla nel profondo dell’io e lentamente ci spinge alle azioni del totale annientamento, impaurendoci fino all’inverosimile ci annichilisce di vuoto, ci satura di buio, ci satolla di miseria.
Lo vedi Chiara? Questo è l’uomo!
Rintanato nell’angolo più astruso delle sue membra ripassa i modi e i toni del bimbo terrorizzato cercando riparo e consolazione nella solitudine, nella droga, nell’alcolismo, nell’anoressia, nella depravazione, nella violenza, ed in questa inconfessata e malata libertà, cerca ostinatamente di dipingere i contorni di una immagine che lo rappresenti agli altri vero e completo, sano ed equilibrato, libero e giusto.
Solo in questo dipinto, solo in questa falsa riproduzione di se stesso riesce a mettere nell’ombra il dolore di una inettitudine che dice: “Non sono più capace d’amare!”.
Chiara, l’uomo è morto!
E’ morto e crede ancora di respirare, di emozionarsi! E’ morto e pensa d’essere l’eterno vivente! Si agita e s’affanna, crea finti sogni dai semplici bisogni e poi li frantuma al suono della voce interiore che dice: “Non sono più capace d’amare!”.
Chiara, lo vedi? L’uomo è morto!
S’arrampica alle vesti della vita e coltiva la caducità del suo piccolo orto, della sua minuscola casa, del suo insignificante lavoro per divinizzare ed esaltare maggiormente la sola parte del suo essere che può condizionare, modificare, distorcere, la sola di cui è cosciente: la razionalità e con lei tutto ciò che per puro interesse produce.
Non provi anche tu una gran pena per lui?
Afferra e strappa le vesti alle carni della vita senza mai riuscire a vederne lo splendore dell’anima.
Tenero, povero e solitario bambino, seppellitosi tra le cose da lui stesso create, persosi nella fitta vegetazione di queste, ansimante brancola nel buio in cerca d’una via che lo riporti a casa.
Dolce, inconsolabile e ramingo fanciullo dagli occhi bendati, non sa più vedere l’accecante sole illuminargli la strada, inconsapevole vaga allontanandosi ancor più dal luogo dove è custodita l’ampolla colma della sua vera essenza.
Come farà a ritrovarla da solo?
Chi mai potrà aiutarlo a rinvenire la splendida creatura che in lui dimora?
Reso smemorato dall’impeto d’un galoppante progresso ha perduto la memoria di un concetto buttando via quell’idea che lo configura come il più prezioso scrigno dell’universo, il cui destino è quello di contenere gli inestimabili tesori della materia e dello spirito.
Non rammenta quanto grande e dignitoso sia il compito affidatogli dal supremo essere, vigliaccamente teme l’ascolto di una verità che fa riemergere le gravose responsabilità addossate al terreno delimitato dell’umana razionalità.
Una piccola verità che con millimetrica precisione decreta l’unicità del suo stato, l’inderogabilità di un dovere, facendolo attore di una storia da vivere lasciandosi vivere, attraversare dal mondo attraversandolo con i poteri e i doni dello spirito.
Non accartocciarti in questo diniego Chiara, non fare come il resto degli uomini, non disdegnare questa donazione, usa la verità di questo dire come lente d’ingrandimento e guardati dentro!
Ora che puoi, dimmi perché hai adoperato la forza dell’anima universale per sradicare la pianta dell’amicizia!
Dove hai trovato le energie per estirparla dal cuore?
Aveva radici profonde, ricche fronde, cariche di succosi frutti.
Non ricordi quanto tempo abbiamo consumato di fatica in quelle cure minuziose che l’hanno aiutata a crescere?
Non è presente alla memoria lo sforzo volto a concimarne il terreno con il cuore rigonfio d’un solo desiderio quello di raccoglierne dai rami i frutti, con loro nutrirci, e saziare la fame sentita dal bisogno di dare?
Una luce sfolgorante irradiava da lei, gettava chiarore, schiudeva la lunga strada del cammino da compiere per riposare il corpo nella casa dove giace l’ampolla del succo d’uomo e dalla quale volevamo bere il liquido che alla bocca è dolce più del miele.
S’estendeva da lei il soccorso della mano liberatrice che srotolava l’anima costipata dalle bende della solitudine, disponendola all’incontro con gli altri, producendo amore senza fine la lanciava nell’eden del futuro a braccia aperte a cercare fratelli, e trovando fratelli, donava un cuore privo di timore per la vita.
Spargeva sorrisi, ogni foglia era un gioiello di vigore e rugiada.
Intorno, i suoi germogli, diffondevano profumo di letizia e pace, fecondavano i giorni di fiducia e lotta per la realizzazione di un mondo migliore, di un uomo felice, salvaguardando l’umana gioia dalla morte dei valori.
M’accorgo di dirti cose molto ovvie, dai risaputi contenuti volutamente ignorati quando hai compiuto un atto masochistico e abbracciando il tronco con la forza del dolore l’hai strappato alle fertili zolle del cuore, privandotene, hai gettato il corpo alle rovinose spine dell’infelicità.
Certamente eri a conoscenza, nel tragico fare di quell’attimo, della sua indispensabile presenza nella vita, sapevi di dover ricorrere alla lucidità che sprigiona, alla sapienza che offre nel cammino della tribolazione, sapevi che allontanandoti da lei non avresti più saputo scorgere l’esistenza del fiore, che avresti perduto ogni colore, ogni profumo di quel bene che è la vita nell’amicizia.
Che insolita sensazione si schiude all’animo quando le labbra sussurrano questa parola: “amicizia”. Non la senti anche tu quando mormori la sua scomparsa all’addolorato muscolo?
Non ti raggiunge la chiarezza di questo mio sentire? Stanca di questa impotenza che ogni volta m’assale quando la pronuncio, ho chiesto aiuto al vocabolario per comprenderne il vero significato, per studiarne la perfetta sintesi delle emozioni e dei valori in essa custoditi.
Sfogliando le pagine di una saggia cultura ho così letto: “Reciproco affetto costante e operoso tra persona e persona, nato da una scelta che tiene conto delle conformità, dei valori o di caratteri e da una prolungata consuetudine”.
Una misera spiegazione che non consente di stiparvi dentro il voluminoso materiale che questo desueto sentimento comporta.
Una ridotta scansia dove realizzare l’ordinata archiviazione del bene che sento e che, straripando, va ad allocarsi in ogni angolo dell’io macchiandolo di immensi e insoddisfatti bisogni.
Chiara come posso raggiungere quel tuo animo perduto?
Come posso urlare tanto forte, pur tacendo, la ribellione del mio attuale pensiero?
L’amicizia ha valori che oltrepassano l’esiguo scritto, sono miliardi di catene montuose e riempiono lo spazio degli oceani!
L’amicizia non è quel ghiacciaio freddamente appuntato nella pagina di un vocabolario a memoria di un finito agire che più non correda di emozioni le vesti dell’uomo sociale.
Questa lettura è la sintesi male stringata che omette di narrare i tanti valori di cui è maestra e dai quali imparammo a fare della vita un continuo dono.
La presente definizione ha margini confusi, vaghi, imprecisi, è una decodificazione dell’affettività umana poco corrispondente al vero e non completa il tracciato del grande sentimento, non rende giustizia alla maestosità di questo disinteressato amore, lo impallidisce, mostrando un uomo incapace di scorgere in se quell’innata disposizione che raccoglie dai volti popolanti la vita l’affanno e la stanchezza, la ferita e la malattia di corpi e cuori oppressi dal male di vivere.
Trovo in lei un aberrante teorizzare, una tecnica sofisticata con la quale si occulta una luce, quel sole sorto con l’uomo, suo compagno fin dall’inizio dei tempi e che ha illuminato la storica via.
Una sfera raggiante addetta allo schiarire del buio esistenziale che a tutti chiede sentimenti, emozioni, e la cui assenza induce le odierne generazioni all’uccisione dell’anima, sotterrandola in corpi costantemente dibattuti tra le onde di un mare senza rive, occupandoli in navigazioni vane e orbe di meta, monche di finalità.
Mia cara amica, nella mia mente malata prende corpo un pensiero, una nuova e degenerata visione, vedo milioni di esseri stretti, costipati, che soccombono alla morsa di una angoscia generata dal timore di sbagliare, scatenata in loro dal batticuore di cadere vittime della sterilità dei pensieri, vedo gente intorno a gente, anime sotterrate da anime, corpi lacerati da corpi, infinite entità ossessionate dalla spettrale idea che l’altro non può più essere amico perché questo termine non ha più alcun significato per lui, oppure perché ne ha così tanto da non crederlo possibile dimorare in nessun altro all’infuori di lui.
Dimmi Chiara cosa pensi possa generare una simile convinzione in chi la detiene?
Te lo dirò io: “paura!
Una tremenda ed invincibile paura che costringe a vedere l’altro come un prolisso donatore d’ostacoli insormontabili, al quale non è possibile rivelare la fragilità del proprio essere, né la sincerità del proprio volere, e neppure l’intimo e nascosto sognare.
Questo è stato fatto, questo è stato generato in tanti secoli di storia, abbiamo convinto l’uomo che è solo, che è l’unico superstite di tale sentimento, che nei suoi simili cresce solo la pianta di un egoismo malvagio e disamorato.
Il perché questo sia avvenuto è facilmente riconducibile al loro particolare modo di strutturare la vita.
La muovono rigidamente fra le strette pareti dell’identità, fatta a modo di una inespugnabile roccaforte.
In questa dorata e volontaria segregazione si affiggono divieti ad ogni angolo dell’animo, ci si obbliga a percorsi stabiliti ed apparentemente convenienti, a scelte di piacere o esclusivamente vantaggiose, a lasciti di sé microscopici, a sofferenze senza scampo che non possono mai chiedere aiuto perché il fuori dal sé non esiste, è nulla, intangibile, ed il “nulla” viene considerato e valutato come inesistente.
Allora mia cara amica, se io soffro e so che sono solo al mondo come potrò vivere questa sofferenza?
La vivrò senza alcuna speranza, senza alcuna consolazione, senza via di salvezza, in lei mi annienterò, uccidendomi prima che lei m’uccida.
Come è faticoso credere, avere fiducia in un nome che non sia il mio.
Come è difficile afferrargli le mani e guardandolo negli occhi raccontargli tutte le mie fragilità, i miei limiti, i miei errori.
Come è lontano il sogno di non sentirmi immenso ed invincibile, di non sentirmi indistruttibile, tanto potente da poter soffiare nell’alito di mille parole il bisogno che ho di essere abbracciato, ascoltato, compreso, consolato, accudito e guarito da questa mia immensa, umana finitezza.
Non pensi anche tu che questa visione dell’altro sia la causa di una apatica rassegnazione che abita gli sguardi dei tanti uomini che ci passano accanto e non si accorgono di noi?
Non credi che sia questa la ragione che ci costringe a vivere rapporti personali superficiali, epidermici, che non permettono il perseguire di una crescita reciproca, e ci impediscono la conoscenza profonda delle singole personalità?
Dimmi Chiara, in queste misere condizioni come può essere possibile per l’uomo giungere al vero centro dell’umana essenza divina?
Troppe convinzioni, troppe certezze mi riempiono l’animo e voglio arrendermi a loro, voglio lasciargli il permesso di sopraffare, di modificare, di rimpastare ogni cosa di me e di un concetto che girella al centro di questo termine: “Amicizia”.
Voglio credere di poter mutare la sua sterile definizione ed entusiasmarmi per questa mia non comprovata tesi che ti vede, in chissà quale lontano luogo della terra, vivere di lui come io oggi lo interpreto nei pensieri.
Voglio ammantarmi del suo fascino, decorarmi come una vergine nell’ora del dono amoroso profumando le vesti di odorante albore con l’effluvio dei boccioli di rose, in questo incanto, concretizzare l’irreale certezza di ritenerti, nonostante tutto, legata al fedele sodalizio tra la vita interiore e l’amicizia.
In te, in me, ovunque lo spazio del pensiero lo consenta, io ti voglio illuminata di sua luce, vestita del suo abito, ispirata e condizionata dal suo bene, protetta ed incoraggiata dalla sua gioia, dalla sua fantasia.
Oh si Chiara, io ti vedo così, bella e sorridente all’effetto del suo etero splendore. Ne vedo tutti i particolari delle emozioni, infinite, ti circondano il cuore.
I favori che ti dona sono apportatori di libertà, consentono di esercitare il libero arbitrio nel bene del mondo, inducono alla decisione di spalancare le porte dell’io al dolore taciuto negli occhi estranei, in corpi sconosciuti, per raccogliere da loro un piccolo peso, una piccola parte di laboriosa vita e tu, percorrendo la comune via, li aiuti a dissolvere il buio della stanchezza dell’anima.
Così, in questa serenità che indebolisce e appaga, che abbraccia e allontana, che premia e punisce, t’immergi nelle diversità e godi degli umani sguardi, timorosi, riaccendono il desiderio dell’amore gratuito, incenerendo la pagina di un vocabolario che striminzisce la grandezza dei cuori in una parola divenuta, per il resto del mondo, solo un idealistico sogno.
Alla mia fantasia non costa nulla fabbricare immagini e situazioni, non s’affatica, non si ritrae al naturale compito e mi fa vedere un fiammeggio, un accendersi di sorrisi, un avvinghiarsi, un ingarbugliarsi di volti ridipinti dall’amicizia, ripuliti dalle fuliggini della tristezza, si mostrano giovani d’esuberante allegrezza che rioccupa gli angoli vuoti delle anime ritrovate, segue il guizzare di un incontrollabile moto, supera gli argini dell’io e conquista gli esseri che, accanto a te, accorati, recitano la travagliata promessa della vita.
Che importa se leggendomi sarai invasa dal pensiero di una Lucia stupida, io riesco ad essere felice solo se ti immagino così, darei qualunque cosa pur di vivere il resto dei miei giorni sempre in compagnia di questa illusione, sempre piena di questa serenità informatrice di una gioia… la tua.
Vorrei attraversare tutti gli istanti dell’avvenire nell’ebbrezza che da lei prorompe, compiendo ogni azione possibile per meglio radicarla nella memoria, senza consentire a nulla e a nessuno di insidiarla, di distruggerla, strappandomi la prova della felicità di te vivente, da me distante, in un presente pieno d’anime che ti amano come ti amo io.
Una cosa è certa, se tu mi fossi accanto in carne e spirito replicheresti alla irrealtà di questo scrivere dicendo che m’ostino in un confabulare idealistico del mondo e dell’incidenza che le regole sociali hanno sul singolo uomo, nutrendo le opinioni all’astigmatico sguardo dato dall’alto del mio gonfio, sognante e inconsistente paradiso.
Mi diresti che ho ritratto le estremità inferiori del corpo dal terreno, incamminandole in una via aerea fatta di sentieri che non raggiungono mete e per questo, spopolate, disertate da tutti, dove ad ogni passo non potrò che provare vertigini dinanzi alla grandezza della mia solitudine.
Con un tono di voce raschiante, solcato dai lunghi artigli della realtà, mi rammenteresti che l’entusiasmo di questo sogno ha limitato le mie capacità, facendomi sorvolare la descrizione di una verità che racconta e spiega di un mondo troppo distratto dall’egoismo per dare attenzione al contenuto di questa obsoleta espressione, obbligata a vivere il suo naufragio nell’asettico cielo delle ancestrali virtuosità.
Ti cerco accanto, ma non ci sei, eppure riesci a guidare il mio risveglio.
Lo faccio continuando a ripetere questa parolina trattenendola all’infinito nell’intima coscienza per ascoltare quel suo suono sordo in un porsi e riproporsi, ascoltalo anche tu con me, anzi facciamolo insieme:
Amicizia, amicizia, amicizia amicizia, amicizia, amicizia, amicizia.
Questo scricchiolare di parole sussurrate costruisce una cantilena che concorre a debellare la forza della poca volontà rendendomi nuovamente capace di guardare il volto di una verità scoperta dai pensieri.
Non ho voglia di vederla, preferisco dare ascolto a te che mi suggerisci di non dare importanza alle immagini dei sogni, di adagiare lo sguardo della ragione sul tavolo della realtà contemporanea per scorgere di cosa si ricopre.
Chiara, spero ti giunga il tono sommesso di queste parole, spero ti faccia felice la mia decisione di rendere vero e concreto il tuo consiglio, ma tu ti rendi conto di cosa mi costringi a guardare?
La miseria mi si è schiusa alla vista avanzando desolante fino alle soglie del cuore, conduce briciole di pane alle mie labbra ricordandomi che sono povera e affamata più dell’intero mondo.
Dimmi è questo che vuoi da me?
Vuoi che mi sieda a questa scarna mensa bramosa come un intero popolo e che lo sazi col solo ingoiare di briciole?
L’appetito che mi attanaglia le interiora è tanto grande da avvilirmi innanzi alla povertà di questo tavolo depredato delle migliori pietanze, macchiato e segnato dai precedenti bivacchi, testimone stanco di un consumato banchetto, dove il sentimento dell’amore altruistico si è fatto sbranare dall’inumano egoismo della comunità mondiale.
Lo vedo, come pane svuotato della mollica delle emozioni, sonnecchiare di sconsiderato bisogno alle ore calde del pomeriggio, nell’attesa che mani d’uomo, prede della smania di riordino, sollevino i lembi stropicciati di questa tovaglia mondiale, sventolandola energicamente all’aria, confidando in una terra ancora ospitale e fertile che possa raccogliere l’esigua quantità delle briciole superstiti, serbandole per il tempo in cui giungeranno le smaniose bocche di umani volatili che, grazie ad esse, potranno nutrirsi, saziando il lungo ed inappagato senso di fame.
E dopo una desolante, seppur reale, ma crudele enunciazione dell’umano presente, ti sei chiesta io cosa farò?
Ti sei domandata come reagirò?
Come sopravvivrò alla totale distruzione dei sogni e degli ideali in tutti questi anni seguiti, invocati, cercati, costruiti?
E dopo una penosa, seppur vera, ma amara scoperta, che m’annega nel burrascoso mare di interrogativi che non saprò a chi porre, ti sei posta il problema di come continuerò a vivere il restante tempo priva della consolazione e della gioia del sognare, dello sperare?
Le tue parole hanno dato luce alla mente guidandola sulla strada della realtà, eppure me la sento più buia che mai quest’anima.
L’afflizione per il mondo e per tutti i suoi uomini non mi distrae dall’interrogativo di una domanda: “Dove ti sei nascosta Chiara?” .
Ti sei portata via il senso di una parola, di un sentimento, di un bene, di una speranza, di un sogno, di una compagnia, di una medicina, di una coperta, di un ideale.
Non puoi più negarmi quest’appagamento, non puoi tirarti indietro, non ti permetterò di fuggire dai pensieri, dovrai subire la mia volontà piegando la tua all’obbligo di una risposta.
Tu certamente lo sai dove si è celato il sole che generava l’amicizia degli uomini e la nostra.
Tu sai che da questo momento in avanti tormenterò l’animo dell’umanità cercando in tutti i tempi di questo mondo l’attimo preciso in cui la mano della collettività ha strappato i fazzoletti che servivano ad asciugare l’oceano di lacrime di cui è stata testimone, vittima e carnefice.
Sai che da questo giorno in avanti, affaticherò la ragione nella ricerca dei motivi che hanno indotto i figli della terra a dimenticare le parole semplici in grado di donare al cuore il seme della consolazione!
Tu sai che spenderò tutto quello che di prezioso mi è rimasto per comprare il suolo della sua scomparsa, che acquisterò ed accumulerò con minuzia e maniacalità le finte e vere infermità del corpo e dell’anima che l’amicizia non può più curare perché sono stati gettati al dirupo tutti i suoi unguenti!
Ho come la sensazione che questa conclusione non sia gradita al tuo cuore, perché mi reca a te con una tristezza ed un bisogno di risposte mai conosciuti, più ampi ed estesi di quanto lo fossero all’inizio di questa strana avventura, di questo mio folle viaggio della mente, dove cerco la casa dei ricordi, l’abbraccio dell’amicizia, dove vago nella speranza di trovare riposo, pace e gioia d’un tempo perduto, così come sono perduti gli anni della giovinezza.
Mi scopri arresa all’evidenza d’un oggi che consente solamente l’uso del pensiero per domandarti risposte, per comunicarti che nonostante il dolore e la sofferenza per la tua perdita io vivo ugualmente, scampata allo sconforto della conoscenza dei limiti posseduti dalla natura umana, sperimentando il dolore di una certezza che annuncia l’arrivo di un tempo in cui sarà possibile il compiersi di una sola azione, compiangere l’uomo per l’assurda e assoluta assenza dalla sua vita di un così dolce sentimento come quello che io nel mio ieri, nel mio oggi e nel mio domani ho provato, provo e proverò per te.
Nel frattempo ho meditato una decisione, non soccomberò all’atto distruttivo della rassegnazione a cui l’umanità obbliga esiliando l’anima.
Mi impegnerò facendo molte cose, o forse solamente una, di certo farò altro.
La crescerò nutrendola alla mensa di una attenta e meditata ricerca, con instancabile volontà condurrò ogni passo verso il perduto sentimento e lo troverò, lo libererò dalla prigionia di una patina che lo soffoca nell’angusta casa della solitudine, costringendo uomini e cuori ad abitare nelle mircoisole dei micromondi, relegando talenti a vivere come naufraghi inghiottiti dai mille paradisi artificiali.
Mi gonfio di piacere al pensiero di indossare l’antica armatura della guerriera del bene, m’entusiasmo come una bimba all’idea che lotterò fino alla fine dei giorni per liberare questo sentimento dal disperante gelo di una svanita definizione che, putrida, giace nelle logore pagine del vocabolario dei sentimenti.
Non temere, non percorrerò vie già camminate da altri in lungo e in largo, lo sai, sono testarda, seguo sempre i miei pensieri, andrò lì dove mi porteranno, per viottoli e sentieri, per dirupi e burroni, mi muoverò furtiva e guardinga tra rovi e boscaglie, porterò con me una falce di parole amorevoli e mi farò strada con quella.
Mi farò del male lo so! Avrò graffi superficiali e profondi da curare, avrò spine e schegge nelle carni da levare.
Lo so Chiara, piangerò!
A volte mi avvilirò ed urlerò, mi arrabbierò, imprecherò, ma quando soffrirò tanto da pensare di non potercela fare io pregherò e pensando al bene che mi hai voluto e che ti voglio ce la farò!
Non prenderò ad esempio i tanti, diversi modi di reazione conosciuti nel corso della vita già vissuta, accontentandomi, come molti fanno, di restare per l’intera sua estensione un pezzetto di terra fertile la cui fonte d’incontaminate acque langue sepolta e dimenticata nelle sue stesse viscere.
Ricolma, satolla, strarimpilzata di calorica speranza, ti racconterò di questa cosciente e volontaria indisposizione che affossa la bandiera della rinuncia all’utilizzazione dell’acqua che nutre e rinvigorisce i germogli di questa nostra antica pianta.
Mai, scioglierò l’abbraccio sorto al suo amore, che anima di profondo significato tutte le albe dei giorni.
Se non vivessi così come potrei sperare d’avvicinarmi a Dio e al suo amore?
Sono certa di questo, posso affermare che Egli tende la sua mano mentre incitandomi sussurra d’afferrarla, suggerisce passo passo, istruzione dopo istruzione di estendermi, d’allungarmi, di espandere i margini, di dilatare fino all’inverosimile la striminzita personalità in modo tale da superare le avvilenti barriere di un corpo, per dare modo all’essere di toccare e amare le verità che non m’appartengono e trovano dimora nei sentimenti degli altri uomini.
In questo momento credo che ogni riflessione prodotta abbia genesi anche nella tua mente.
In qualche istante credo anche che sia superfluo esprimerle, perché penso che come lancino il loro primo vagito in me così, con pari voce, urlino in te.
Spero di renderti palese e comprensibile l’idea che ho dell’identità umana percorrendo la strada dell’amore.
Desidero sia chiaro che mi riferisco all’amore universale, a quella fonte di bene che nulla chiede e tutto dà, quel sentimento in grado di farti sentire parte di tutto e con il suo appoggio, la sua forza ti permette di incontrarlo in ogni istante, in ogni giorno della vita, nella carne, nelle parole, nei sacrifici, nei valori e negli ideali delle persone che incontri.
Solo penetrandoli profondamente, solo passeggiando per le loro interiori, anguste prigioni, sarò in grado di salire gradino dopo gradino la scala dell’elevazione interiore che, espansa ed immensa, a Lui mi condurrà.
Si Chiara, è come pensi, hai ben compreso, solo grazie all’amore che genero e che estendo, solo a merito dell’amore che ricevo io potrò riportare integro a Lui il patrimonio umano che nell’atto della creazione mi è ha donato.
Mi denudo di una finta forza, di una falsa sicurezza per mostrarti l’anima arresa all’aggressione di un tempo vissuto nella virtualità di un dialogo trafitto e ferito dal lavoro della ragione che continuamente diceva: “Pensa, inventa, immagina, crea fantasmi e favole che producano risposte piacevoli e fittizie, studia e progetta la concretezza di una gioia che viene solo dalla bugia che sarai in grado di raccontarti!”.
Litigo con me stessa, mi batto con furore e convinzione in questa battaglia all’ultimo pensiero e vedo la ragione contrapporsi alla fantasia.
Ed io Chiara? Io con la mia identità dove sono finita?
Mi sento un pupazzo pieno di lividi, prima malmenata dall’una, poi carezzata dall’altra e viceversa, a turno abusano di me, a tratti soccombo e a tratti reagisco.
M’illudo d’essere io a decidere gli stati d’animo, ma so bene che tutto dipende dal mio circostante, so bene che tutto è condizionato dalla presenza o dalla assenza del sole, dal buono o dal cattivo stato di salute, dalle tante piccole cose che affronto quotidianamente, dalle mille parole dei miei altri, dal bene e dal male che mi donano.
Lo so che questa è una guerra che nessun uomo vince, ma nessuno mai ha pensato di terminarla prima, prima che la morte cessi ogni cosa di noi.
Non corrugare la fronte davanti a questo dire, a volte le parole assumono un colore più tetro di quello che riveste l’animo nella realtà, sorridi alla certezza della mia sopravvivenza, saltella e balla davanti a questa grande voglia di superare le inferriate dei limiti e accogli nel cuore il seme della speranza che mi porterà, non so come, non so quando, nel tempo dell’abbraccio reale e vero, durante il quale non compiangerò l’uomo e me stessa per l’assenza di questo sentimento.
Prometto solennemente che mi opporrò alla malattia della rassegnazione!
Questo non vuol dire che, di tanto in tanto, lei non riuscirà a mettermi fuori uso per un po’, ma giuro che farò di tutto per riprendermi, mi curerò, mi coccolerò, mi consolerò, mi comprenderò, mi amerò, mi perdonerò.
Farò tutto quanto è in mio potere per guarire in fretta e, in pieno possesso delle facoltà mentali, spirituali e fisiche, ricomincerò il cammino della lotta con la speranza dei sogni e delle illusioni e vi porrò fine solo quando t’avrò nuovamente accanto, per comunicarteli e condividerne la gioia.
Aspettando che arrivi il giorno della rinascita dell’identità, agirò, userò questa conoscenza e le sue teorie per risorgere ai valori, agli ideali, alla vera natura del mio essere.
Immagino vorrai sapere con quali azioni e mezzi potrò realizzare questo, nulla di più semplice e immediato che il compiersi di un atto primitivo e produttivo come questo: scaverò!
Pezzo a pezzo setaccerò il mio podere, affonderò le mani in ogni suo lembo, sbriciolerò ogni sua zolla fino a quando non troverò l’acqua che cerco, e ne berrò fino ad esserne stracolma, fino a quando non mi sentirò piena di speranza e con cosciente e caparbia volontà affosserò, marcendola, l’asta della bandiera della rinuncia.
Con essa, irrorerò il campo dell’anima, e nuovamente germoglierà il verde prato dell’amicizia.
E’ straordinario ciò che questo cogitare riesce a produrre trasformandosi in parola scritta, è stupefacente quello che giunge a far nascere nel grembo delle emozioni.
Riesco a sentirmi, finalmente posso essere presente a me stessa, leggermi, ascoltarmi, capirmi, e vedo la sofferenza inondarsi di lucida e cosciente speranza, un groviglio indistinto di identità che ora, con nuovi occhi, osservano gli altri gravitare intorno.
Appaiono come ruscelli, acque limpide e torbide, oceani che sprofondano negli abissi della conoscenza, paludi dove riesco solo a sporcare le ginocchia, mi trascinano, mi sconvolgono, mi fanno incredula quando traggo da loro l’acqua della pura fonte, quella del perfetto amore, il liquido del bene intangibile e non per questo inesistente, che tutto dona e nulla chiede, se non d’amare ancora e di più tutto ciò che intorno vibra di sovrumana emozione, di abbracciare ancora e di più tutto quello che dentro ogni uomo pulsa di semplice e creativa genialità come la vita delle idee, come il magico soffio dei sogni.
Ma questo parlare da donna matura ovatta e nasconde malamente l’infantilismo degli ideali, fatica enormemente ad ignorare le innumerevoli paure che la razionalità infonde, minandone la virilità della fiducia.
Il tempo devoluto all’immaginario, irresponsabilmente speso nel supermercato dei sogni, stupidamente dissipato sopra i cirri delle illusioni ha pratico tutte le strade dell’inverosimile fino a toccare il traguardo del dovuto risveglio, sino a restituire gli attimi del presente alla genesi di tutti gli eventi, dove la storia scritta dalle reminiscenze, racconta l’analisi scrupolosa della verità, mostrando le raccapriccianti visioni sul domani dell’umanità, immagini talmente avvilenti da ridarmi un’anima per il solo gusto di farmi contorcere nel fuoco della sofferenza.
Una balorda, insana, putrida tribolazione che fa dimenare lo spirito e lo costringe ad un agghiacciante lamento: L’umanità dell’uomo dove si è nascosta, dov’è?
Dove sono le sue splendide azioni?
Dove è morta la sua verità?
Chi sono questi zombi che mi circondano?
Chi ha plasmato questi attori senza voce?
Chi ha progettato la galassia di questa ipocrisia?
Capisci Chiara?
Questo lamento è atroce, mi sbrana, mi logora, assorbe tutta la mia forza, mi rende crudele, sino a farmi assassina della mia stessa identità.
Non posso omologarmi, non posso integrarmi, non ho intorno anime e mi sento soffocata da queste sagome, da questi giganti dell’esistenza, mi sento annientata dal vuoto della loro presenza che conquista e soggioga il pensiero, e anestetizzando l’anima mi fa mostro sociale.
In quegli attimi di vita apparente e morte concreta mi domando con impassibile freddezza perché gli altri, ed anche io, ci intratteniamo nel gioco dell’inganno, della metamorfosi, della trasformazione, mi chiedo quale scopo intendiamo raggiungere quando, con i nostri comportamenti, contribuiamo alla costruzione di una società priva di uomini, straripante di enormi, raffinati e solitari giganti.
Non riesco a capire il nuovo credo, non riesco ad assorbire questa disciplina esistenziale, mi sento ignorante, inadeguata, impreparata come davanti ad una equazione che non so risolvere.
No, proprio non comprendo il fine ultimo di questa teoria evolutiva, di questo nuovo esprimersi del genere umano, questa assenza di comprensione mi fa marziana, perché non sono più umana senza l’anima e non sono in grado di farmi gigante come questo tempo chiede.
Cara, mi sono perduta nel monologo interiore e pur cercandomi non mi ritrovo più, fammi sentire la tua voce, fammi comprendere che nonostante il buio degli occhi, che malgrado l’assenza dei suoni tu mi sei accanto.
Mentre brancolo in questo soffrire senza patologia, invalida di nulla e nuda di tutto, si crepano le mura dello scoramento, uno sbirluccichio fende la pietra dell’afflizione ed intrufola una nuova allucinazione della follia, una assurdità che fa luce, una similitudine che accomuna l’uomo ad un fiore.
Bah, che paradosso: l’uomo ed il fiore, cosa avranno mai in comune questi esseri?
L’uno itinerante, l’altro statico.
Il primo insegue l’eternità, il secondo la comunica con la breve fragilità del suo essere.
Si, è veramente illogico questo concetto!
Eppure, ci sarà un senso a questo flash, da qualche parte nella mente deve pure essere rannicchiata la spiegazione di questo parto.
Analizzo gli scopi esistenziali dell’uomo che mi sono abbastanza chiari, capisco che per giungere a questa conoscenza devo spostare la prospettiva del pensiero e rivolgerlo verso l’esistenza di un fiore e chiedermi: perché nascono i fiori?
Quale è lo scopo della loro esistenza?
Se ci ragiono su non trovo risposte adeguate e credibili, l’unica potrebbe essere questa: il loro scopo esistenziale, il loro fine ultimo è quello di riuscire a portare a termine il naturale ciclo vitale.
Che cosa semplice e meravigliosa Chiara, i fiori non devono fare altro che nascere, vivere e morire, ciò è per me una realtà paradisiaca.
In questa purezza disarmante beatifico le mie miserie e intendo che i fiori, pur non facendo altro che esistere, sviluppano una serie di conseguenze a catena.
Un solo compito ben svolto è in grado di realizzarne altri dipendenti e consequenziali come, ad esempio, quello di donare all’uomo il piacere di ammirarne i colori, la gioia di inebriarsi dei suoi profumi, la pace conquistata dall’animo quando, per un attimo, si fa impalpabile e lieve e và a riposare la stanchezza dell’eternità sull’effimero dei suoi petali.
Sembra, o appare, che l’esistenza dei fiori sia indipendente dalla nostra volontà, tutti diamo per scontato che la natura segua il suo corso e nessuno di noi può metterci mano, ma così non è.
I fiori, una volta nati, chiedono il consenso ad esistere a tutte le creature umane, questo si considera ottenuto solo quando ognuno di noi impara ad agire non interferendo, modificando o impedendo che tale vivere si esplichi.
Infatti, è solo l’intelligente e pacifico amore dell’uomo che abilita ogni singolo fiore a realizzare lo scopo dell’esserci, quando gli consente di riempire il vuoto della sua funzione mutandola da passiva ricezione di bene ad attiva trasmettitrice di significati, quando da inconsapevole vivente lo innalza a fragile e variopinta rappresentazione della sua stessa umanità.
Oh perdonami Chiara, sono ancora smarrita!
Mi pare di sentirti mentre mi dici: Dove ti dirigi Lucia?
Questa è una strada impraticabile!
Sei fuori tema, la traccia è inadempiuta, tutto questo discorso ha poco da spartire con la ricerca della vera identità dell’uomo e della perduta sua umanità!
Come dare torto a queste tue considerazioni?
Si, si… sono andata oltre il dovuto, ma forse a qualcosa mi è servito, credo di aver compreso il significato di quelle strane domande, penso d’aver trovato il filo invisibile che annoda il destino d’un fiore a quello dell’uomo e, tale scoperta, intensifica e accresce l’ ansia proveniente dalle mie paure.
Raccolgo dal fondale dell’animo la certezza di un uomo intrappolato nel vorticoso divenire economico e sociale, talmente abbrutito dai bisogni da non riuscire più ad accogliere nel cuore il bene da dispensare al tutto che lo circonda.
Egli trascura di utilizzare le proprie risorse, non è più in grado di comunicarle, di diffonderle, si è arreso al destino di mero esecutore e più nessuno è in grado di valorizzarlo ridandogli un fine, uno scopo diverso da quello che il materialismo gli ha riversato dentro l’anima, sfrattandola, ripudiandola, come una donna infedele, ed ora l’anima mondiale langue di inutilità nella terra dell’esilio.
Quanto può essere distruttivo nella mente di un uomo questo pensiero?
Chiara io lo so!
Ti consuma lentamente i giorni, impossessandosi dei pensieri smemora i sentimenti e accorciandoti il respiro ti fa temere di morire da un momento all’altro, ti fa vivere nell’angosciante idea dell’inutilità dell’esistere, dell’inconcludenza di ogni tuo fare.
Malato di svilente adattamento ti concede ai giorni della meccanizzazione sociale uno dopo l’altro senza scampo, senza vie d’uscita e come una prigione accresce nel prigioniero la libertà dell’immaginazione, così nelle nostre vite crescono i nuovi modi di essere uomini solo nell’intimità del pensiero.
In questa zona franca, in questo territorio di vasta estensione ho deciso di vivere la vera vita, di espletare le vere funzioni del mio essere donna, è in questo rifugio antidelusioni, in questa clinica della sopravvivenza che quotidianamente divido, organizzo, semino e coltivo le speranze, i sogni, le idee di poter assistere allo svegliarsi d’un giorno in cui i potenti della terra ci diranno: “Ora siete liberi, siate sempre ognuno ciò che è!”.
Purtroppo, al momento, non possiedo alcun elemento in suo favore, niente, nulla di concreto, di rassicurante, che possa indurmi ad una ottimistica visione del suo e del mio futuro.
Questo serpeggiante pessimismo è sterilità e fame della terra dell’anima, invece io ho ancora tanta voglia di sperare, di credere, di lavorare con le mani la fede di questo giardino, di questa umanità che mi è stata donata.
Voglio ancora, pur senza strumenti e priva di forze, smuovere le zolle di questa terra per scoprire il piccolo germoglio di un seme che si chiama libertà.
Vaneggio, deliro, strapenso, strafantastico. Ti rendi conto Chiara, di aver mal riposto le tue speranze?
Ti sei sbagliata nel chiedermi aiuto, non ho le capacità per trovarti, curarti, salvarti l’esule anima.
Ti ho nuovamente ferita, un’altra volta tradita nelle attese, nelle speranze.
Sola e senza forze nella casa dell’anima, nelle mie braccia scivola il cesto delle invocazioni d’aiuto che desideravi ricevere.
Io non sono idonea al ruolo di maestra, di soccorritrice, di consolatrice, non sono adatta a questo dovere, o forse sono solo i tuoi dolori e le tue lacrime ad essere troppo grandi perché io possa, con la sola voce del pensiero, farli scomparire.
Il poco che ho a malapena riesce a tenermi al di là della soglia della follia, come potrei salvarti io che nell’intimo dei pensieri, piano piano sto gridando come te: “Aiuto!”.
Tante volte ho provato ad immaginare il traguardo di questo cammino, tante volte ho supposto il raggiungimento di questo o quell’ideale, ma la realtà è sempre stata diversa, la vita vera ha sempre sgretolato le mura della dimora futura.
Non so dove l’uomo diriga i suoi passi, tantomeno dove la mia e la tua anima siano dirette, così come sono, sospinte e frenate dalle burrasche dei pensieri che mutano il continuo porsi della vita sempre più inconsueta ed imprevedibile.
Ho certezza solo della robustezza di un ricordo: il nostro!
Ovunque io vada tu sarai con me, qualunque cosa io pensi tu la condividerai con me, chiunque io diventi tu farai parte di me.
Ed ecco che ritorna il fiore è una bellissima rosa bianca, recisa e abbandonata a cristalli di ghiaccio che un tempo furono le sue lacrime.
E’ la pianta dell’umano soffrire al centro del giardino dell’anima dove ogni giorno verserò il sangue senza colore per nutrirla, per mantenere in vita il sentimento di te e di me amiche della giovinezza, seguaci della verità, amanti della gioia e della speranza, sognatrici e narratrici del mondo impossibile, donatrici di tempo e sorrisi, lavoratrici del futuro, operaie del bene comune.
Lei vivrà del nostro dolore, ci ripagherà della tristezza del domani elargendo i colori del perduto, i profumi del passato, ci aiuterà a tenere lontano il cuore dall’impietoso avanzare della morte sulle carni della vita. Sarà questo il nostro senso.

Non ha difesa la vita –levata-
rosa bianca a petali sciorinati,
mio pistillo intumidito
a quella voglia
...d’esser dischiusa,
domani - come oggi -
al tuo sole c'asciuga
la brina notturna.

E’ tardi Chiara, devo andare! Non fare quella faccia, ti domando scusa, ma devo fuggire via.
Se per te questo momento e questo luogo sono la vita vera, per me sono solo allucinazioni, strade di una follia senza ritorno. Devo! Ora lo voglio!
Desidero tornare alla miseria della quotidiana realtà.
Vedi, suonano alla porta, devo correre ad aprirla, devo accogliere e darmi senza veti a chi mi cerca, comprendimi!
Come fai a non sentire questo schiamazzo?
Lo strillozzo del campanello mi riporta alla tediosa e anestetica noia dei quotidiani affanni.
L’arrivo della realtà mi confonde ancor più e penso che il tempo della follia e della meditazione s’è concluso vanamente, che è scoccata l’ora di sottrarre lo spirito alla narrazione, il tempo alla follia della riflessione e dei ricordi, per fare posto al misero ingombro delle tangibili realtà che mettono in fuga l’improduttività di queste visioni.
Senti come è impaziente questo che suona, ed è pure maleducato… un attimo arrivo!
Il rumore del campanello mi inquieta sempre più, più mi inquieto e più trilla insistentemente ricordandomi il dovere di aprire quella porta che separa il mondo interiore da quello esteriore, ma che ci posso fare è più forte di me, sono troppo presa dall’asciugare le acque del passato che dimoravano negli occhi, ed ora non riesco a riaprirli così bruscamente.
Questo momento è oltre ogni modo irrimandabile.
Chiara, non infuriarti, non pensarmi insensibile o poco amica, non credere che stia compiendo un atto irriverente riponendoti insieme a questi fogli nel cassetto dello scrittoio dove sono nascoste tutte le lettere scritte da tempo immemorabile, dove vivono latitanti all’inchiostro del tuo indirizzo nell’attesa di quel coraggio che solo può dirti che mi manchi moltissimo, tanto da non voler essere preda dell’oblio, fino a desiderare di non dimenticarti mai.
Il campanello è sempre lì che borbotta e urla perfido ed insistente, rasenta la sfacciataggine, mi domando chi possa esserne il possessore, a quest’ora poi.
Mi precipito alla porta velocemente e durante il tragitto che separa la camera da letto dalla sala d’ingresso urto violentemente un mobile, segue un dolore lancinante, istintivamente emetto un urlo, prontamente soffocato dai gesti della razionalità e della buona educazione, ma soprattutto a merito delle dita che si pongono tra i denti e mordono ferocemente senza conoscere pietà così, che per tacitare un dolore, me ne infliggo un altro.
Ma, come sempre nella vita, una qualsiasi azione causa una puntuale ed imprevedibile reazione, e l’urto accidentale con il mobile ha fatto sì che la pantofola si sfilasse dal piede destro, ovviamente ficcandosi lì dove io non riuscirò mai a riprenderla e, nel frattempo, il campanello continua a blaterare: buzzzzzz buzzzzzzzzzz buzzzzzzzzzz .
Fregandomene altamente, attuo un pericolante tentativo di ripescaggio della pantofola, ci provo più volte perché mi sembra indecoroso ricevere ospiti con un piede scalzo, ed intanto il campanello non s’ammutolisce e l’imbecille che vi sta poggiando la mano non manifesta alcuna intenzione di volerla staccare da lì.
Comincio proprio a perdere le staffe, sono furiosa per la visita inaspettata, per l’urto, per il dolore, per la pantofola, per la mia maledetta schiavitù al dovere della formalità, ma si, me ne frego… basta, che vada a farsi friggere la pantofola, aprirò la porta a piedi nudi, anzi sai che faccio? Butto via anche l’altra… sbangggg.
Ecco, sono alla porta d’ingresso, per un millesimo di secondo rivolgo lo sguardo allo specchio che mi è di fianco.
Sono in imbarazzo, sento il bisogno di verificare il mio stato di disordine, desidero capire, guardandomi, quanto sia visibile sul corpo l’esperienza emotiva appena vissuta, ma soprattutto devo verificare quanto è palese l’insofferenza che provo in questo momento.
Mi guardo e mi tranquillizzo, per fortuna nulla di ciò che sento è visibile allo specchio, quindi giro la maniglia e schiudo la porta.
Oh mio Dio! Chiara? Chiara, sei tu?
Sono ancora preda dei sogni, o la persona che mi sta davanti sei veramente tu?
Ma che ti prende Lucia? Hai una faccia!
Calmati dai, si che sono io!
Sembra quasi che tu abbia visto un fantasma.
Allora? È così che mi accogli, tenendomi mezzora sull’uscio di casa?
Su fa qualcosa, anzi molla la maniglia dell’uscio, spostati e fammi entrare che sono stanca ed ho voglia di sedermi.
E dì qualcosa, non stare muta a guardarmi… ehi, ci sei?
Sono io, Chiara, ti ricordi di me?
Ok calma, respira profondamente e smetti di pensare a qualunque cosa, concentrati sul mio volto, lo riconosci?

Ma…. Io… è assurdo, non avrei mai… sei… sei tu?

No, non parlare, sta zitta per un attimo, non ti accorgi che emetti solo farfugli?
E’ colpa mia, non dovevo piombarti così in casa senza preavviso dopo quindici anni di lontananza e di silenzio, avrei dovuto scriverti una cartolina, o mandarti un telegramma, o meglio, sarebbe bastata una telefonata di preavviso, così ti preparavi psicologicamente all’evento.
Ora basta, lo so cosa ci vuole per farti riprendere, abbracciami, stringimi a lungo e fortemente tra le braccia, tienimi così per tutto il tempo di cui hai bisogno, tutto quello che ti serve per buttare via le lacrime che ora hai, fino alla fuga di ogni tuo dubbio, e quando avrai fatto ciò realizzerai che sono io: Chiara!
Accidenti, ne avevi di lacrimucce eh?
Stai producendo l’acqua per innaffiare il tuo fiore?

Cosa né sai tu del mio fiore?
Come fai a conoscere l’icona di un pensiero venutomi dalla lunga stasi della meditazione e che tanti sogni ha creato mentre eri lontana da me?
Come puoi citare pensieri che non ho mai rivelato al tuo cuore e ancora vivono prigionieri dei fogli pasticciati d’inchiostro e lacrime in rettangoli di carta mai spediti al tuo corpo?

Lucia, perché permetti all’inconsueta realtà di riempirti l’animo di uno stupore ipocrita che inquina il genuino sapore di questo abbraccio, vietandoti di gustare la fragranza di un pane spirituale semplice ed appagante come la vera gioia che nasce da questo incontro che in noi crea la conoscenza della felicità?
Devi sapere, mia cara Lucia, che sono a conoscenza di questo, come di tante altre cose ma, come è avvenuto per te, temo di essermi arresa alla paura, dubito di sapere, nell’incanto di questo momento, in quale modo spiegare il come ed il perché ne sono venuta in possesso.
L’idea che mi possiede la mente mi atterrisce.
La possibilità, che il comprendere della verità, apporti al tuo animo un aggravio di dolore e delusione, mi sgomenta a tal punto da ammutolirmi.

Deludermi? Come potresti deludermi ora?
Nulla potrebbe rattristarmi in questo momento!
Vorresti che provassi per te un sentimento angusto proprio nel giorno in cui mi sento la persona più felice del mondo?
Proprio ora che posso godere, dopo una infinità di anni, della tua presenza accanto a me?
Chiara, credimi, il tuo cuore è in errore, rasserenati e dimmi la tua idea, ti prometto che non mi sconvolgerà.
Non permetterò che una supposizione stravolga e atterri la ritrovata gioia, mi opporrò con tutte le forze vietandole di offuscare la luminosità dei nostri volti.
Su non fare la misteriosa, parla senza tacermi nessuna delle cose che io ho pensato e che tu affermi di sapere.

Attendi alle mie parole Lucia, poiché è ardua l’esposizione di questa tortuosità mentale, cercherò di catturarne l’essenza per racchiuderla nella semplicità di una breve frase.
Sarà violenta, brusca, in un attimo farà a pezzi l’abito dell’odierna e colorata gioia con la quale i nostri animi stanno maldestramente tentando di coprire ed abbellire le membra della loro solitudine.
Stiamo sognando Lucia!
Magari non è un sogno, forse è solo una visione, chi sa la differenza? Io no!
Potrebbe trattarsi di una allucinazione, probabilmente una di noi è tremendamente malata, o lo siamo entrambe.
Non è importante comprendere o conoscere il termine tecnico-scientifico di ciò che ci sta succedendo, non è significativo scoprire chi di noi due ne sia l’artefice, chi sia la portatrice sana di questo tremendo malanno.
Chiara e Lucia impalate sulla soglia di casa tua altro non sono che l’illusione ottica di un soffocato bisogno, di una repressa necessità.
Questo evento, è la beffarda e provvidenziale farneticazione di un delirio mentale che realizza il nostro più intimo desiderio, quello di stare insieme per qualche ora ancora, e razzolare liberamente un tempo dove i prati verdeggiano di felicità, per toccare, guardare, parlare, manifestare l’interiorità del nostro vero essere.
Questo paradiso, sorto senza sapere come, nell’inferno delle nostre menti è l’incanto dell’umanità, il potere, il genio e la forza che lo sostiene nelle avversità.
Il fatto di comprendere la matrice di falsità a fondamento di questo vivere non mi impedisce di godere dei suoi benefici, perché quello che ora ha valore è il compiersi di un miracolo che ci consentirà, attraverso l’illusione di un confronto emotivo, di resuscitare il tuo bene ed il mio bene, e ci farà vivere il sentimento dell’amicizia.
Puoi forse negarlo Lucia? Puoi, in coscienza, tacermi che questo balordo, insolito avvenimento, si rappresenta al tuo cuore con la medesima caratteristica e peculiarità con cui si presenta al mio?
Sulle tue labbra non si posano forse parole simili a quelle che dimorano sulle mie?
Anche tu mastichi l’ostico linguaggio che cerca di definire con cura i contorni di un sogno, insistendo sulla parte più dura, su quel boccone che contiene la sua inammissibile e straordinaria prodigiosa realtà.
Tutto ciò non ti induce a riflettere sulla vastità, sulla unicità di questo fatto che di noi due fa un miracolo d’anime?
Su, inizia l’esposizione delle idee sorte dalla consapevolezza di questa realtà e dimmi la verità di ciò che pensi!

Ti ho ascoltata come sedotta, il fascino della tua mente non dona scampo!
Tu mi chiedi la verità ed io vorrei potertela comunicare, ma non sai quanto sia complicato esprimerla e ancora più difficile comprenderla ed accettarla.
Non spazientirti se sarò incomprensibile, se le frasi saranno sconclusionate, se i concetti saranno solo frammenti imprecisi, perché ogni cosa che dirò sarà una scoperta per me, ti trasmetterò i pensieri così come verranno, senza apportare alcuna distorsione o interpretazione personale, ne verrà fuori un pastrocchio, ma è tutto quello che posso fare per poterti dare la verità che cerchi.
Quale è la tua prima domanda?
Ah si, mi hai chiesto cosa penso di questo sogno, allucinazione, o il cavolo di assurdità che è.
Chiara io ti vedo, ti tocco, sei qui, sei vera, ti ascolto e tu mi dici che non ci sei che sto sognando, io mi fido di te, potrei aggiungere anche “ciecamente” , ma non è facile prendere per oro colato queste affermazioni e quindi sono interdetta, combattuta tra lo scegliere la tua verità e la mia certezza.
Però voglio essere senza pregiudizi, quindi non dubiterò delle tue affermazioni, ma delle mie percezioni e, per dimostrartelo, ho bisogno di una prova, rispondi a questo mio primo interrogativo: perché se le mie mani sfiorano la tua immagine percepiscono la consistenza della materia?
Seppure una di noi due fosse pazza fino all’impossibile spiegami come può il cervello creare la reale sensazione di una concreta vicinanza dei corpi?
Per anni ho giocato con la fantasia, ho immaginato, sognato sia ad occhi aperti che chiusi, ma mai ho potuto vivere una tale tangibile e consistente esperienza emotiva.
Questa per me non è una sensazione, non è un sogno, ma vera e indiscutibile realtà.
Comunque, ho bisogno di più tempo, devo riflettere, devo capire meglio cosa ho dentro poi, in seguito, potrò rispondere a questa domanda.
Devo convenire con te nel pensare che qualunque sia la ragione di tutto ciò è irrilevante, quindi unisco la mia voce alla tua per affermare che questo trascurabile dettaglio non mi impedirà di essere felice del fatto che tu sei qui con me.
Tu mi conosci, sono fatta così, piuttosto che sbattermi alla ricerca della causa e della sua comprensione preferisco concentrarmi sugli effetti da essa generati e, da brava egoista, racimolo dalle esperienze tutto l’utile possibile per dare benessere allo spirito e sollievo al cuore.
Ora, conta il vivere delle risultanze di un gioco che ci fa ritrovare nell’indefinibile luogo dell’incorporeità realistica dei sensi, nella dimensione della realtà fantastica dei sentimenti, per condividere il medesimo sogno e nutrirci dello stesso pane, per concretare il generoso scambio dei profumati effluvi delle condivise esigenze, sperando che questa follia duri il più a lungo possibile.

E bellissimo Lucia, ti rendi conto?
Sono qui e posso dirti ciò che penso, posso dirti tutto quello che mi va e tu mi ascolterai.
Ho uno strano sentire dentro, non so come esprimerlo, mentre parlavi ti osservavo nei dettagli, seguivo le tue espressioni, cercavo di anticipare le tue frasi, verificandone la corrispondenza con le mie taciute.
Ho sezionato il tuo volto, ho contato le rughe, mi sono soffermata sul velo che hai nello sguardo.
Per un istante ho pensato: “Siamo invecchiate Lucia!”.
Poi hai sorriso ed il tempo trascorso è come se non fosse mai esistito, come se ci fossimo fermate a distrarci nell’eternità, fluttuanti e sospese nel mondo che siamo state e che ancora siamo, ed ho concluso: “ Non sei cambiata Lucia, sei tu come prima, come sempre, come nel passato, energica e temeraria pronta a tuffarti nelle acque torbide e profonde delle storie nuove trascinandoti dietro la passione e l’irrazionalità che ti appartengono.
Allora, cosa mi rispondi Lucia, ti senti pronta a battere il gong?
Che aspettiamo a dare inizio a questa storia nuova?
T’avverto però, per farlo bene dobbiamo smetterla di comportarci come fragili donnine sopraffatte dai sentimenti, dobbiamo saltare i preliminari e recarci immediatamente in cucina a preparare un caffè, mi raccomando, che sia memorabile come quelli d’un tempo, con tanto zucchero da appagare la golosità del diabete ed un quintale di schiuma che induca a leccarsi i baffi, e se proprio mi vuoi sincera fino in fondo, ti rivelerò che nell’aberrante stato di prigionia di un obbligato esilio, questa tua inimitabile qualità è stata una delle cose che più mi è mancata.
Mentre tu ti cimenti in quest’opera io t’osservo e non posso fare a meno di imbattermi in una strana e legnosa espressione.
Hai il volto rigido, contratto, non posso fingere di non accorgermene, cadrei, com’è d’abitudine a molti, nell’ipocrisia, nella falsità del vivere e del relazionarsi e sono certa che tu non vuoi questo da me.
Hai come un marchio di stupore che serra le labbra nel silenzio di chi non capisce, di chi si domanda il come ed il perché di ciò sta vivendo, continuo silenziosa ad osservarti chiedendomi se, e in quale maniera, rivelarti ciò che sto pensando.
Sei certamente invasa da una idea che sta lentamente trasformando il viso in una maschera senza mimica, vi colgo la fatica indicibile del tuo io che prova a nascondere al vissuto cognitivo l’inspiegabile incongruenza degli eventi, sta diventando il foglio dove tu scrivi ed io leggo la frase dell’insicurezza.
Le sopracciglia m’appaiono come punti interrogativi, mentre il naso spingendosi verso l’alto ad esse domanda perché dubitano di te, di me, di tutto!
Le labbra nervosamente attendono d’avere notizie ed agitandosi, mordicchiandosi, contorcendosi, assumono profili irriconoscibili.
Perché non parli Lucia? Perché taci?
Non trattenere questa idea nell’asfissia del pensiero, dalle aria, falla respirare, non farla raffreddare, mettile due cenci addosso e falla uscire, falla venire verso di me, io potrei accoglierla, potrei capirla ed accettarla, quindi cosa aspetti a metterla in strada?
Il tuo subbuglio interiore è cosa che colgo nitidamente e che condivido, perché anch’io mi sento impreparata al realizzarsi di un desiderio da troppo tempo rassegnato ad abitare il cassetto dei sogni impossibili.
Ti parlo di me con la speranza di distoglierti dagli interrogativi, ti racconto i fatti, le situazioni più salienti di questa mia ultima parte di vita, ma tu sei sempre lì che ascolti tesa ed interrogativa, magari stai pensando a ciò che vuoi raccontarmi di te.
Quanta premura di particolari trasfondo nelle parole, quasi a volerti spiegare tutto ciò che ho fatto, detto e pensato e neanche mi rendo più conto che sto rivolgendomi a te, a te che mi conosci meglio di me stessa.
Ora basta, stronco il resoconto e ti obbligo ad esternare, non sopporto di vederti così.
Lucia, ma la smetti di pensare?
Io sono qui parlami!
Non dovresti stupirti più di tanto, hai avuto modo più volte in passato di sperimentare la mia imprevedibilità, cerca di ricomporti e abbandona le prigioni della ragione e quell’aria carica di preoccupazioni, non crucciarti, non dare spago a quella vocina che dentro ti urla: “ Sei malata, insanamente folle, più che squilibrata rasenti la pazzia!”.
Dai Lucia, dà retta a me, ascolta la mia di voce, avvicinati, siediti accanto a me e parliamo a lungo, per tutto il tempo che ci è dato stare insieme, pensiamo, esponiamo, discutiamo fino a ridurre le lingue dure e pesanti come due pezzi di legno, proviamo a coprire il roboante frastuono del silenzio con la melodia delle nostre voci in grado di generare le parole dell’amicizia.
Sai Lucia, sono satolla del desiderio di mostrarti che anche io come te non sono cambiata, vorrei trovare e darti le prove che sono ancora ciò che ero, che tutto di me è salvo, che nulla è andato perduto, che la vita, gli eventi, le persone ed i dolori non mi hanno scalfita, però è difficile ed ancora non ho capito come farlo.
Per iniziare dovremo ripristinare le vecchie abitudini, mi riferisco a quella rilassatissima, quasi un rito spirituale, di offrirmi una o più sigarette delle tue dopo aver consumato l’encomiabile caffè.
Scommetto che te lo ricordi ancora il motivo per cui si è instaurata questa consuetudine.
Infatti, come è mio solito fare, ho dimenticato di comprarle, ma non è tutto, in perfetto stato di coscienza, sapendo di dire una cosa che ti farà arrabbiare molto, anche più della mia proverbiale smemoratezza, ti rivelerò che prima di giungere nei pressi della tua abitazione, mi sono attardata dal tabaccaio per acquistare una scatola di cioccolatini da regalare a Sara in previsione del mio ritorno a casa, ma non ho pensato neanche lontanamente di approfittare dell’opportunità per comprare le sigarette e, anche se questo comportamento denota una sfacciata mancanza di rispetto nei tuoi confronti, ti garantisco che non me ne vergogno affatto e non mi sento abitata da alcun rimorso.
Sai Lucia, credo che questa dimenticanza, sia una voluta e cosciente amnesia operata dal subconscio, e trova le sue radici in presupposti diversi da quelli derivanti dalle semplici cattive abitudini.
Non è un gesto d’avarizia, o di puro egoismo, ma l’infantile desiderio di rivivere una abitudine del passato, sorto dal bisogno di generare in te lo stesso sguardo di ieri alla mia richiesta di oggi.
Quello che dico non è verità assoluta, non ho certezza delle presenti affermazioni, non mi sento di assumere la paternità dei pensieri appena formulati, potrebbe trattarsi solo di una verità scaturita dalla sapienza della ragione, oppure dalla sincera irrazionalità dei sensi, ma nonostante la dubbiosità della loro origine ho ceduto ai dettami di questo impulso che mi obbliga ad attribuire l’attuazione di questo comportamento al desiderio di creare nuovamente la magia della passata atmosfera che il ricordo, in questi anni di lontananza, ha amplificato fino a renderli irripetibili.
E’ probabile che alla base di questa omissione vi sia un motivo molto convincente come quello della paura.
Si, si, hai capito bene, ho detto paura! Di cosa?
Di non trovare nulla nell’oggi che potesse ridarmi indietro il passato che cerco e che voglio, un ieri che non mi rassegno d’aver perduto.
Forse, anche senza pensarlo, ho lasciato che l’ombra di un timore si impossessasse di me e invadendomi sommergesse la spensieratezza di questo incontro, ho temuto di non ritrovarti così come ti avevo lasciata, magari ho immaginato una Lucia nuova ed irriconoscibile, scavata nell’animo dalla impronta di una nuova personalità.
Resisti Lucia, non ti arrendere, lo so d’essere incomprensibile, ma tu non gettare la spugna, dammi la possibilità di capire io stessa mentre espongo a te.
Non posso sintetizzare, per farlo dovrei essere cruda e diretta e sai bene che la semplificazione dei concetti causa sempre malintesi e fraintendimenti che, anche senza volerlo, feriscono ed offendono l’altro con il quale ci stiamo relazionando.
Però potrei provare! Tu promettimi di non risentirti per ciò che esprimerò!
Ho avuto timore di vedere in te l’abbrutimento che la vita ha inciso su di me!
Ti ho paragonato ad uno specchio davanti al quale analizzarmi, esaminarmi, giudicarmi e condannarmi per le omissioni perpetrate, per gli errori commessi e per le solitudini mai raccontate.
In questo nuovo frangente di vita poteva accadere di tutto.
Due sconosciute, io altro da ciò che tu rammentavi e tu solamente una icona dell’ex ragazza del passato.
Ho temuto il confronto del presente con il passato e ti ho immaginata come una donna che ha continuato la sua crescita influenzata da un buio e da una luce diversi dai miei, strutturata nell’intimo da ideali e principi non più equiparabili ai miei.
Comprendimi Lucia, se così fosse vedresti Chiara cadere ai tuoi piedi infranta, ridotta in mille pezzi, obbligata ad ingoiare i cocci di se stessa.
Senza alcuna possibilità di scelta dovrei afferrare la fantasia con il suo folto mazzo di sogni ed ucciderla senza pietà, non potrei fare altro che gridare disperatamente: “ Non vi è più nulla da ricordare, non vi sono più sogni da inventare perché non vi è più alcuna Chiara, non esiste più nessuna Lucia!”.
Sicuramente ho dato modo a questa malvagia idea di abitare il mio animo, magari le ho anche aperto la porta del cuore per agevolare il suo ingresso nella casa dei sentimenti lasciando che li contaminasse di sofferenza e di terrore facendogli credere che non avrei più riconosciuto nulla degli amati e temuti luoghi del passato.
Ho accettato di inchinarmi al cospetto dell’immaginario dolore inalando a pieni polmoni l’imbarazzo proveniente da un evidente stato di estraneità di luoghi, cose e persone a me intorno.
Naturalmente, in questo vivere interiore, razionalizzando i sogni e accelerando i tempi ho percorso le mille strade della follia che mi hanno srotolato il libro degli orrori in quella realtà svuotata dalle comuni certezze, degli uguali intenti, di una effettiva complicità da pensare, raccontarsi e condividere.

Accidenti Chiara, è proprio vero, più il tuo parlare diviene profondo e sincero e più mi convinco che questo non è un sogno, che tu non sei cambiata, sei rimasta la solita, incorreggibile Chiara, prolissa, petulante, esasperante, mai completamente sgombra dalle sue personali, enormi e complicatissime stupidità.
Non pensi sia il caso di provare a rimbambirmi in altro modo?
Invece di perdere tempo a raccontarmi la causa a monte delle tue angosce, spiegami come fai a non raggiungere mai il fondo di questo sacco, e dimmi da dove ti deriva la possibilità di tirarne fuori sempre delle nuove.
Come cavolo fai a non esaurirle mai?
Oh mio Dio! Che cosa ti ho chiesto!
Adesso saresti capace di ricominciare dall’inizio.
No, per carità, non lo voglio sapere, basta… basta!
Diamo un taglio a questa discussione, tiriamo la leva del freno e mettiamo fine alla scapicollata corsa della tua profonda analisi.
Su fai la brava Chiara, non insistere nel voler proseguire il cammino delle recriminazioni.

Ahahahahahah Lucia, non puoi neanche lontanamente immaginare quanto sia allettante per me l’idea di mettere in atto questo tuo consiglio, ma sono costretta a declinare l’invito poiché il cuore non mi concede di fare altrimenti.
Se stessi zitta, se tacessi tutto il magma di tortuosità che abita la mente non avrei più modo di giustificarmi con te dell’assurdità di un silenzio protrattosi troppo a lungo in questi anni di assenza.
Come pensi io possa sopportarne il peso e la criminosa responsabilità, se non scarico la colpa sulle intimidazioni della paura che mi ha abitato?
Non avrei modo di alleggerirne il peso, la consapevolezza, e tracimerei di dolore e senso di colpa fino ad annegarvi dentro.
Non potrei assolvermi per essere rimasta, con fredda e colpevole lucidità, sorda e indifferente al grido della tua sofferenza.
Ma spiegami Lucia, perché questa ipotesi genera in te incredulità?
Delucidami sul perché del suo nascere.
E’ tanto difficile credere alla veridicità di questa congettura?
E’ faticoso ammettere che non sia sciocca come in realtà appare?
Certo, comprendo sia una forzatura per te il doversi arrendere a lei guardandola con la ragione dei sentimenti e non con quella dell’intelletto, ed è un vero peccato che tu non possa o non voglia farlo ora.
Se tu riuscissi a mollare la rigidità dell’analisi critica e razionale avresti modo di vederla in me rigogliosamente viva tanto da indurmi ad usare banali espedienti per difendermi da lei.
Anzi, potresti molto di più, riusciresti a scrutarla mentre manipola accuratamente i particolari scenografici delle situazioni quotidiane per ricostruire la familiarità degli attimi, noteresti con quanta cura usa la combinazione delle luci, l’alchimia dei profumi, l’architettura degli arredi, per farci vivere gli attimi nuovi allo stesso modo di quelli già vissuti.
Se tu non fossi schiava del timore di guardarla, riusciresti a provare per lei una sconfinata pietà, magari gli presteresti le mani per alleviare la fatica del suo lavoro.
Rimarresti stupita Lucia, nel vedere con quale instancabile tenacia costruisce il più grossolano degli inganni insegnando al mio cuore la fiducia in ciò che opera e cancellando la finzione rende vera l’idea che solo ieri ci siamo lasciate.
Comunque, al di là di questo parlare, resta vivo in me, oggi come ieri, il trovare più gusto nel fumare una tua sigaretta, piuttosto che una delle mie, forse l’averla tra le dita mi concede la certezza del tuo essermi accanto.
Però, tutto questo discutere ha una falla, un’ombra che incombe minacciosa sul presente e potrebbe distruggere in un attimo il complicato lavorio immaginativo… e se tu avessi smesso di fumare?
Nell’apprendere questa novità morirei di gelosia.
Io ho tentato più volte ad interrompere il mio rapporto di dipendenza dal fumo senza mai riuscirci.
Mi vergognerei come un verme per questa debolezza, mi sentirei inferiore e limitata, quindi ti supplico di dirmi che non hai smesso, e se lo hai fatto, due sono i casi, o riprendi immediatamente, oppure mi obblighi a non fumare più aiutandomi e sostenendomi nei momenti di crisi di astinenza.
Quale sia il motivo del limite, o se preferisci chiamala pure “causa dell’infima e fumosa debolezza” che ha osteggiato la conquista della libertà dal fumo non saprei spiegarti.
Magari mi è mancato il tuo sostegno, forse avevo bisogno di una forza e di una volontà ausiliaria che fungesse da discreto appoggio, oppure ci voleva quell’ingrediente di dolcezza mista a severità che solo tu con i tuoi imperativi sai trasmettermi.
Forse mancava solo un piccolo particolare come quello che sa rendere unica e caratteristica ogni azione della tua personalità… forse mancavi tu.
Ora però, trovo importantissimo, più del discorrere, l’ascoltarti.
Parlami Lucia, suona la tromba come in una caserma al mattino e prova tu a svegliare queste mie orecchie sedotte dalla tristezza del silenzio.
Ti autorizzo ad usare qualsiasi mezzo purché tu riesca a stordire questi timpani rimasti soffocati dall’ovatta della solitudine, tappati dall’indolenza del vivere putrefattasi nel liquame di un cerume che manifesta la malattia di una otite purulenta.
Parlami Lucia, ti ascolterò! Poi, se lo desideri, inganneremo l’imbarazzo delle membra occupandole nella preparazione di un dolce da mangiare insieme.
Desidero soltanto riempirmi, perché dal mio onnipresente turbamento ho imparato il logorio di una fame molto particolare che, con la sua innaturale insaziabilità, cerca di ingoiare le tante cose esistenti al mondo, ma più di tutto, desidera riavere indietro le indimenticabili emozioni del “noi”.
Vuole masticare, deglutire e digerire il cibo di uno stretto legame, vuole raccattarne le briciole e servirle sulla tavola degli odierni eventi, sfamarsi con un pasto che è storia reale e trascorsa e non può più essere mia.
Sai Lucia, il continuo procurarmi illusioni consente a questa mia attuale esistenza di appropriarsi del calore e della semplicità che compone la vita vissuta dagli altri al respiro della tranquillità e all’abbandono del quotidiano crescere.
Assorbo, da queste illusioni, tutti i benefici delle umane capacità e con esse stravinco la sanguinosa battaglia intrapresa contro me stessa, per essere nuovamente in grado di attribuire la giusta importanza, il vero valore ad ogni cosa, ad ogni piccolo evento dei giorni.
Non faccio altro che approfittare dei favori che offrono per tentare di ricostruire la scala dei valori sui quali poggiare le scelte, gli orientamenti e le decisioni del presente, rendendo possibile anche per me, il realizzarsi di un futuro vero, affrancato dai sogni.
Oh Lucia, se tu sapessi quanto è testardo e tenace in me il desiderio di giungere al possedimento di un giardino dove i fiori della logica siano veri, candidi, puri!
Li vorrei sicuri di essere come io non sono.
Li porrei a sostegno delle ali dell’anima, così che abbia più forza quando sceglierà di volare nella direzione di quell’isola lontana e confortevole che io, impropriamente, continuo a chiamare certezza.
Non è compreso nel narrabile umano, il fuoco che arde nel cuore al pensiero venuto da lei, mi lancio nel vuoto fantastico per incontrare le infinite possibilità della vita, provandomi nel ruolo di eroina, battagliando priva di paure, più coraggiosa che mai, come chi ha la certezza di non poter sbagliare.
Solo in questa estasi riesco a vivere libera dalla morsa del terrore di soccombere alla fobica angoscia delle valutazioni e dei giudizi dati dal reale, cosa che avviene a chi come me, lentamente muore avvelenato dalla tossicità dei fumi emanati dalla negatività contenuta nelle anomalie della vita, che mi donano un numero elevato di giorni impregnati di inedia e sofferenza.
Non faccio altro che ricercare con continuità e stanchezza il suo sapore nella vita di chi mi circonda, per rubare le chiavi che aprono i cancelli del carcere dove è rinchiusa la mia libertà per consentirle il ritorno nella rassicurante casa dell’intelligenza dell’anima.
Ogni volta riconsidero, con franca obiettività, i contenuti della persona che fui, comparandola all’essere che oggi sono, e sovrapponendo le icone delle diverse identità, cerco di capire dove mi sono ristretta, dove mi sono allungata, dove ancora mi corrispondo e combacio.
Provo e riprovo fino allo stremo, e questo, solo per poter comprendere Chiara chi è, per avere memoria di ciò che è stata, per stilare un progetto di ciò che domani vorrà essere, per riuscire a capire, tra le tante che verranno, quali saranno le esperienze del futuro che il suo cuore intenderà vivere.
Attendo con fervore il giungere a termine di questo lavoro, confido nel sorgere di un sole, in un qualsiasi giorno della vita, in cui svegliandomi potrò, sorridendo, dirmi: “Buongiorno Chiara!”.
Nel frattempo traggo in inganno il lento scandire del tempo, attraversandolo trepidante in attesa d’una sicurezza, di una tranquillità traboccante di pace, simile a quella che dimora nella tenda dell’alleanza.
Mi rianimo di umana fiducia e non concedo sguardi a chi si arrende al dolore tumulandosi nei limiti delle sue capacità, inchiodandosi tristemente, irrevocabilmente, al legno incrociato edificato dalla società.
Sono qui Lucia, ti parlo da ore ormai, e mi sembra di divagare, di menare il can per l’aia, come si suole dire.
Rimango sgomenta anch’io davanti all’insensatezza di questi pensieri, vorrei non seguirli, non assecondarli, vorrei non dargli spago e reprimerli, per raccontarti solo di me, di questa vita trascorsa negli anni di affanni silenziosi, sconvolta, dissolta, terminata e riavvolta da ragioni senza ragioni, da scopi senza fini, da utopiche mete senza traguardi, vorrei dirti di me e di come questo mio corpo si è dato in pasto ad essa.
Ma da che lembo afferrare il lacero lenzuolo dove il tutto della vita ha dormito?
Quale sia l’angolo ancora intatto e candido proprio non saprei, mi sento come un essere che ha traversato tutti i mari del mondo, che ha valicato tutti i monti della terra, che ha scandagliato tutte le profondità degli uomini, che ha ascoltato tutte le menzogne dell’universo, che ha scritto tutte le verità del paradiso.
Si, mi sento così!
Stanca, come chi non crede più nella vita, sola, come chi non confida più negli uomini, rassegnata come chi non vive più di speranze, e questo mi addolora profondamente.
Riverso nella condizione che consente il solo esistere dei sogni in un futuro che mai sarà, allora dimmi tu Lucia come si può vivere senza desiderare e progettare il futuro?
Troppo impegno richiede la sua laboriosa ricostruzione, esige determinazione degli obiettivi da perseguire, un indefesso lavoro volto a ristabilire gli equilibri tra il già vissuto e il da viversi, ed io sono fragile al momento, non basto a me stessa, per questo sono qui a pregarti di sostenermi, ad implorarti di farmi da guida, a supplicarti di aiutarmi con quel tuo fare intriso di serenità, con il quale spero di potermi percepire nuovamente come donna fra le tante che mantengono in vita il mondo.
Sono qui a domandarti di impegnare ogni tua risorsa, di seguirmi in questo viaggio, per operare insieme la cancellazione di quelle diversità delle quali la vita si è macchiata tramite il compimento di atti volontari, che hanno rovesciato fango sul presente, insudiciato il passato, seppellito il futuro delle nostre esistenze.
Sono una donna educata alla cura della casa e delle persone che da lei dipendono, e ben sai che una brava massaia, quando all’interno delle mura domestiche regna sovrano il caos, la prima cosa che pensa di dover fare è quella di riordinare e spolverare ogni angolo di quella dimora.
Io mi sono guardata dentro per molti anni, e mentre facevo conoscenza con le cose di cui ero fatta, ne analizzavo l’utilità nel presente, ovviamente puoi intuire la fine riservata a tutte le esperienze, emozioni e ricordi ritenuti consunti, laceri, e non più utilizzabili, spariti tutti, alcuni accartocciati, altri strappati, altri dolcemente ripiegati, ma a tutti è toccato il medesimo destino, tutti senza discriminazioni e distinzioni sono andati a morire nella discarica del tempo, ed io, mentre operavo tale raccapricciante atto, pensavo: “Meglio che stiate a imputridire qui, piuttosto che a rendere sporca, maleodorante e fetida la mia attuale identità”.
Si, Lucia, è come pensi, sono stata un mostro!
Questa mia tremenda, ingiustificabile azione, non si fermava davanti a nulla, neanche quando la ferrea volontà di supertecnologica massaia dell’anima, bardata di ogni genere di diavoleria creata per favorirmi nell’intento, s’imbatteva in quei ricordi docili e affettuosi che prima mi facevano sorridere e poi a tradimento, come un pugnale che ti fora la schiena, riempivano gli occhi di pianto ed il cuore di dolore.
Via, via tutto, tu, tu e tu, ed anche tu, tutti senza favoritismi, fuori dalla mia dimora, andate tutti a morire lontano da me, io ho deciso di vivere!
Potrei dirti che se potessi tornare indietro nel tempo non farei più la supermassaia, ed invece no, non mi sento di dirti questo, ora che sono lontana da quel tempo, e sono quel che sono proprio grazie al frenetico ed ossessivo pulire, mi rendo conto che quella folle massaia ha avuto il coraggio di fare il lavoro sporco, ha avuto la caparbietà, la testardaggine e la forza di assumersi le responsabilità che io mai avrei accettato, si è fatta carico di uccidere una parte di me che non aveva più possibilità di vivere, per poterne salvare una che invece aveva l’obbligo di farlo e non ne trovava la volontà.
Si, dovrei ringraziarla per tutto ciò che è stata in grado di operare, il suo lavoro è stato provvidenziale!
Non fare quell’espressione, so cosa ti stai domandando: “Se tutto è andato bene, se sei soddisfatta del risultato raggiunto attraverso il lavoro introspettivo e selettivo svolto dalla tua supertecnologica massaia, perché ora sei qui a chiedermi aiuto?”.
La risposta è semplice Lucia, forse anche banale.
Hai presente il verificarsi di un naufragio?
Una nave imbarca acqua e sta per affondare, il capitano sbraitando e dimenandosi urla a tutti di alleggerirla, di gettare in mare le cose inutili, di liberarsi di ogni oggetto personale che non è indispensabile alla sopravvivenza, tutti obbediscono, nel frattempo si ottiene il tempo sufficiente per otturare la falla, un paio di loro esperti e coraggiosi in situazione estrema risolvono il problema, la barca non rischia più l’affondamento, il timore e la prospettiva della morte si allontana dall’equipaggio, lentamente il cuore di ogni uomo ritorna al suo battito regolare e la mente, che pochi attimi prima aveva un solo bisogno e produceva un solo pensiero, quello di non morire, ora ha nuovamente spazio per accogliere tutta l’interezza di se stessi.
Immagina questa scena Lucia, sono tutti sul ponte, sudati, abbandonati al silenzio, bianchi come cenci, ancora tremano al pensiero del pericolo corso, poi qualcuno comincia a parlare e dice: “Accidenti ragazzi stavolta l’abbiamo scampata per un pelo!” , ecco, questo è l’attimo in cui tutti, uno alla volta, muovono il capo volgendolo indietro a scrutare il pezzo di mare dove hanno annegato una o più parti di sé.
Come sempre, tra i tanti, vi è un pazzo, un romantico, un nostalgico che, in una frazione di secondo, vede scorrergli davanti il futuro della sua esistenza priva di un ricordo, vedova di un sentimento, monca di un oggetto, il dolore che lo invade è tanto grande, insopportabile, allora smette di pensare, evita di immaginare e agisce.
Con uno scatto inconsulto s’alza, si dirige goffo e scoordinato verso il bordo della nave e poi giù nell’acqua, ha tanta foga di far presto che muove le braccia nuotando anche nell’aria ancor prima che il suo corpo faccia splashhhhhhhh a contatto con il mare.
Muove il corpo e fende quell’oceano con la velocità di un delfino, spinge il pensiero come un radar per identificare in quella immensità il suo sentimento, lo avvista, lo raggiunge, lo afferra… ora è felice, alla sua anima non importa più di vivere o morire, la sua sorte, il suo futuro è nelle mani dei suoi amici.
Adesso non gli resta altro da fare che inseguire quella nave, con la speranza di udire la salvezza in quella voce che si spanderà amorevole nell’azzurro per consentirgli di raggiungere il legno del salvataggio, l’isola della vita.
Uomooooooooooo in mareeeeeeeeeeeeeeee!
Sono quel marinaio pazzo Lucia, e sto nuotando il passato per ritrovare il mio sentimento e tu quella voce amica che dovrà lanciare il fatidico grido che obbligherà il mondo a fermare il suo cammino, ad invertire la rotta di questa nave per tornare indietro a recuperare l’uomo in mare.
Non distrarti a guardare altrove la sagoma di una terra ancora lontana dalle nostre profondità, voltati Lucia, cercami in queste acque senza stancare lo sguardo, trova questa donna ed il suo sogno e poi grida forte al mondo:
Sognoooooooooooooo in mareeeeeeeeeeeeeee!
Non curarti di me, ho poco valore per l’umanità, lancia la prima cima per afferrare il sogno, salvalo, non lasciare che muoia soffocato dalla stretta morsa di queste braccia che non sono più in grado di nuotare la vita.
Che impegno ti sto domandando Lucia, immane, gigantesco, mastodontico, eppure so che lo assolverai mirabilmente, so che con paziente e amorevole dignità restituirai questo corpo alla sua anima.

Non mi distrarrò Chiara, ti troverò!
Tanto per cominciare dovremo dare una spolveratina al passato, quindi strofinaccio in mano e lavora!
Inizia il racconto di ciò che sei e fallo bene, dovrai metterci dentro tutta la vita di questo tuo presente, dovrai rappresentarla minuziosamente, in modo che io possa, a pensieri limpidi, imparare a conoscerti nuovamente, solo così avrò i giusti elementi per progettare il diverso futuro che ti attende.
Parlami delle paure, delle emozioni scaturite dai fattori esterni ed interni, istruiscimi sulla cattiveria delle follie che hanno attraversato e sostato nel tuo corpo fino a sconvolgerne la benignità del cuore, dovrai liberare la mente dai ricordi che ti rappresentano vittima nelle fauci delle scelte obbligate.
Dovrai confessarmi quando, come e perché l’allontanamento dell’anima ha trafugato il bene della tua ragione.
Dovrai invocarla a gran voce e chiederle di pronunciare solo verità, supplicandola d’avere pietà per il dolore che contorce d’atroce solitudine il tuo corpo, fino a spingerlo qui a cercarla nei luoghi della sua immensa felicità.

Cara amica, tranquillizzati, conosco ogni angolo della passione che anima le tue curiosità, tanto da visualizzare il volto del tuo desiderio di conoscenza.
Ti dirò di queste e di tutte le altre cose che non mi chiedi, per tutte assumerò il veleno della colpa, per l’une e per le altre non invocherò giustificazione.
Non citerò le palpitazioni del cuore vissute nell’affannoso raccogliere di frammenti d’esistenza esplicatisi sulla via dell’esilio e della latitanza, riconoscerò al tuo cospetto la deplorevole incuria con la quale ho mutato il cuore in un sasso ed il corpo in un pozzo privo d’acqua.
Non ti nasconderò di quella fantascientifica operazione che ha stravolto la naturalezza del mio DNA ed ha mutato l’essenza umana di ogni mia particella.
Vorrei solo poter enunciare semplicemente l’enigma di un percorso ideologico insano e malato che di Chiara ha fatto ombra e della sua vita un sogno.
Chiedimi di giurare e giurerò il vero, affermando d’aver dissipato le migliori energie nel tentativo di rintracciare anche la più infima banalità che consentisse l’inizio di questa narrativa, non avrò reticenze nel confidarti che, ad ogni esperimento, i pensieri si sono avviluppati al putrido e melmoso pantano della universale confusione che, puntualmente, sprofondava l’interiorità nella fossa del non senso, ed io me ne tiravo fuori ogni volta più lurida di come vi ero entrata.
Fissavo l’assurdità che mi circondava, all’inizio silente, arrendevole, animata dal desiderio di comprendere ciò che mi stava intorno per poterlo comprendere, farlo mio, questo per tanto tempo, fino a perdere la percezione di me stessa.
Tutto ciò che dovevo fare era adeguarmi, assuefarmi, mimetizzarmi, mascherarmi, assomigliare il più possibile alle altre umanità per debellare quel distruttivo senso di diversità, e l’ho fatto Lucia!
Lentamente, a fatica, imbavagliando e soffocando la voce della mia disuguaglianza sono riuscita nell’opera di integrazione e, mentre liberavo sempre più spazio in me per concederlo ad altre idee, ad altre abitudini, ad altri ideali, non mi accorgevo di quanto gettavo via, di tutto quello che dimenticavo per ricordare altro.
Un giorno mi sono svegliata, il presente era divenuto la desiderata normalità, la casa era una casa vera, e non un sogno, il lavoro un obbligo e non più una realizzazione, l’amore una antica poesia recitata a memoria senza più sentimento, mentre distratta mi infilavo gli abiti indosso per andare a lavoro, una estranea dallo specchio mi ha chiesto: “E tu chi sei? Cosa ci fai qui?
Ho sollevato lo sguardo dal vuoto di quel tempo che mi faceva fare cose in cui non credevo e l’ho fissata a lungo sforzandomi di riconoscerla.
L’immagine era familiare, a parte la lunghezza dei capelli e qualche ruga, mi è parso di vedermi, eppure, mentre la osservavo interrogativa, lei, ancora mi domandava: “Dimmi chi sei? E cosa fai qui?”.
Interrogativi posti in modo veloce e pressante da togliermi la capacità di pensare, non sapevo cosa rispondere, ma il sentimento più angosciante l’ho sentito arrivare quando tali domande non era più la lei dello specchio a porle, ma io stessa alla donna dello specchio.
In silenzio, mezza vestita e mezza nuda, mezza conosciuta e mezza sconosciuta le ho domandato: “Chi sei? Cosa fai qui?”.
Ma non rispondeva Lucia, taceva!
Taceva e mi guardava con il volto di chi ha pena, con gli occhi di chi non sa piangere e, nonostante quella aridità di sentimenti, tu riesci a percepire che soffre, che langue di dolore, che soffoca di bugie, langue di verità, e muore di desideri e bisogni insoddisfatti.
Giusto il tempo di esclamare un: oh mio Dio!
E l’intero corpo s’è abbandonato alla durezza di quel letto inzuppandolo di pianto, insanguinandolo di disperazione e pensieri frenetici e singhiozzanti che urlavano: Chi seiiiiiiiiiii? Cosa seiiiiiiiiiiii? Chi eriiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii? E’ questo ciò che voleviiiiiiiiiiiiiiiiiiiii?
Ho pianto così tanto da rimanere priva di coscienza per molte ore, quando ho riaperto gli occhi ho visto la realtà di ciò che ero, ho capito che per non morire avevo imbrigliato il sogno, come un somaro, lo avevo obbligato a seguire il percorso tracciato dagli altri e dal destino, reso schiavo dal dovere di sopravvivere ad ogni costo e con ogni mezzo.

Sopravvivere
… cazzata linguistica.
Sopra la vita c’è la felicità.
Mai termine fu tanto ingiusto
nel rappresentare la vita
che non è vita, piuttosto
la si dovrebbe definire
-sottovivere-
quell’andare a fondo
lentamente
con la testa a pelo d’acqua
nel dimenarsi spinto
…dai piedi, dalle braccia,
nella bocca chiusa
agli occhi spalancati
–riversi- al filo divisorio
…orizzonte
dove finisce l’acqua,
dove comincia l’aria.

Quello che sto tentando di dirti Lucia, che si presenta all’analitica occhiata della memoria come una delle più colossali vanità, che tutto precipita in secondo piano, tutto stramazza al suolo, che ogni identità rotola nell’oblio delle emozioni, eventi e fatti storici, che tutto sostituisce di lesto e incommensurabile spasimo è che, in quel drammatico mattino, m’avvidi d’essere dimora del nulla.
Una fragile donna immemore del passato, povera del presente e senza la luce del futuro.
Mi prese l’angoscia della fuga, desideravo scappare da quell’essere che mi aveva fatta prigioniera e adagio uccisa nell’intimo dei sogni e delle speranze.
Una parete invisibile occludeva la visione delle reminiscenze, scrupolosamente, occultava il ricordo del brutto e del bel vissuto.
Altissima, ombreggiava d’oscurità la stanza della memoria.
Infiltrandomi in quel buio ho visto sparso, nell’ovunque della stanza, il sangue di una feroce guerra tra il bene e il male, cadaveri di entrambi gli eserciti ammucchiati uno sull’altro a imputridire la memoria della mia esistenza.
Questa guerra fratricida, che in me non ha conosciuto pause, che non ha concesso tregue, ha ridotto questo cuore ad un perimetro di pelle che più nulla riesce a contenere, e che adesso come custode del vuoto, come giardino di rovi, si offre alla cura delle tue mani con la speranza di poter essere ancora dimora del sogno.
Lucia, credimi! A te non potrei mentire, troppe sono le bugie che ho propinato a me stessa, tu saprai riportare luce in questa tenebra, saprei ripulire queste ossa dai vermi della degenerazione e dal puzzo della menzogna, saprai raccontarmi ciò che sono stata e non sapevo d’essere.
Quantitativamente, sono paragonabili al numero dei minuti di questi anni, i momenti in cui, oltre a non afferrare l’identità del presente, ho vissuto in trappola nell’indefinito ruolo di uno zombi, lucidamente colpevole e cosciente d’aver ucciso il passato per far nascere un presente che avesse la durata d’un solo giorno.
Mi bastava che fosse giorno e poi sera, e poi ancora giorno, e poi sera, mi bastava resistere ai secondi, ai minuti, alle ore, conquistandoli uno alla volta senza cadere vittima del pensiero di togliermi il respiro, per non sentirmi oppressa dalla verità di essere viva solo per quel piccolo fiato.
Ora comprendi perché sono qui Lucia?
Questa, è la motivata insistenza, che ha condotto la mano a premere lungamente al campanello della tua accogliente casa.
E’ palpabile alle dita della tua anima la povertà dal quale sorge l’attuale il mio bisogno d’aiuto?
Può, il metro della tua analisi, misurare la fame che orienta la mia ragione alla mensa della tua memoria, in cerca di rianimo e nutrimento?
Guardala Lucia, è accasciata, esanime, giace nel luogo della dispersione e chiede d’esser ritrovata.
Fa come se fossi ancora bimba e raccontami una favola, mettici dentro gli avvenimenti e le emozioni della tua vita, riportami con l’immaginazione ai fasti di un matrimonio, periziami di particolari, scartoccia nuovamente tutti i doni ricevuti, metti le ali allo spirito mio e fallo volare nelle ombre di quella sera, quando l’abbandono delle comparse hanno introdotto la tua vita al varco di una soglia dove il respiro del passato, del presente e del futuro s’aggrapparono alla sola forza d’un anello e alla mano di un uomo che da quell’attimo muove accanto a te gli incerti passi dell’amore.
A voce serena, sicura, dimmi come quell’anello e quella mano ti hanno cambiato la vita.
Fammi sapere come sono cresciuti i tuoi pensieri da quell’istante in avanti, dimmi di quell’incantesimo che di una ragazza fa una donna e di una donna fa moglie devota, sempre pronta alla fabbricazione di un si amorevole e accondiscendente che dona gioia e pace al cuore dell’amato.
Sii tollerante con me cara amica, pensami malata e bisognosa di cure, somministrami le medicine di cui ho bisogno e comincia con l’iniettarmi una massiccia dose di materna comprensione, fai udire alle orecchie il rintocco di quelle campane che portano al cuore il suono delle parole di una giovane e inesperta madre, fammi rammentare come anche io lo fui in sussurrate ninna nanne e dondolanti notti ai pianti infanti, fammi sentire il calore che esce dal cuore mentre abbraccia la più grande e fragile gioia della vita umana.
Fa che ricordi il tempo in cui distratta dal piacevole tormento delle incertezze, salendo ad uno ad uno i gradini del cuore, conquistai la ragione spargendo disordine, rompendo soprammobili, fomentando dubbi e, accrescendo paure, fasciai l’anima con le bende di una convinzione che mi rappresentava diversa dalle altre donne, non all’altezza, incapace d’essere la madre di una nuova vita.
Non abbandonarmi Lucia, parlami di queste cose e di tutte le altre che vorrai, mentre prepariamo il dolce della mia rinascita.
Hai in casa l’occorrente per la preparazione di un dolce commestibile?
Se così non è, non permettere a questa idea di turbarti, sarà certamente più divertente prepararlo con la povertà delle cose e la ricchezza dei sentimenti, io posso aiutarti allo stesso modo di un tempo, userò una manciata della mia goffaggine, un pizzico di ignoranza nell’arte della cucina, vi aggiungerò una discreta dose di comportamenti irritanti, poi rovescerò tutto nella calda teglia della tua rabbia, alla quale risponderò con una fanciullesca risata nella quale tu scioglierai l’ira stringendola ad un abbraccio, ad un sussurro, che tutto avranno, fuorché la parvenza di un rimprovero.
Da dove cominciamo? Non so dove mettere le mani, non ricordo più nulla della tua dimora, dovrò ritrovarli nei ricordi!
Dove riponevi gli strumenti per la preparazione delle tue straordinarie torte?
La memoria mi suggerisce che il pensile posto in alto sopra il frigo custodiva le pentole, si ma la farina?
Dove la conservavi? Già come si può fare un dolce senza la farina?
Non dirmelo Lucia, ti prego lascia che sia io a rintracciare questi frammenti di vita negli anfratti della mente.
Ma che stupida che sono, come ho potuto dimenticarlo?
E’ lì, proprio lì, sistemata nel mobile basso, quello accanto alla cassettiera attaccata al balcone che dà sulla veranda, dove abbiamo passato interi pomeriggi a studiare.
Lo so Lucia, non guardarmi così, so che nonostante il recupero di questo ricordo non potrò ritrovare la farina, non è forse vero Lucia?
Perché la cucina dei miei ricordi ormai non esiste più, anche ora, mentre sono qui a parlarti, si nasconde, portandosi dietro la cavità di quel mobile dove abita la farina che io cerco.
Che strana paura mi prende Lucia, non potrò aiutarti a preparare il dolce dell’oggi se tu non mostri alle mie mani il percorso da compiere per procacciarsi gli ingredienti necessari.
Perché continui a gongolarti in questo silenzio di dubbi?
Su Lucia, cosa aspetti? Alzati!
Indicami i luoghi da visitare con lo sguardo e depredare con le mani, non sto più nella pelle dalla curiosità, lo stomaco brontola come un orso in gabbia, ha fame e non vede l’ora di addentare questo nostro dolce.
Fermati, non sciupare la voce, ho già compreso dal brillio degli occhi ogni sillaba delle parole che intendono fuggire dalle tue labbra, non farlo!
Almeno oggi, vorrei poterlo fare sola, vedrai sarò in grado di elargirmi un rimprovero del tutto simile a quelli che tremendamente mi mancano, che tu sola eri abilitata a propinarmi.
Ascoltalo, dimmi se sono divenuta esperta come te: Chiara! Perché perdi tempo a vagabondare?
Perché ti istupidisci, relegandoti ai confini di un vivere inverosimile?
Perché sotterri il buon pensiero nella lussureggiante giungla delle umane fragilità?
Eh? Come sono andata? Sono stata brava?
Credi che da domani potrò farlo sempre da sola?
Però, ora che ho assolto all’interpretazione del ruolo della saggia e razionale donna con i piedi ben piantati sulla crosta del mondo, posso dire di sentirmi un pochino meglio, dato che il pensiero ha ripreso a strisciarvi sopra.
E’ bella la tua nuova cucina, voglio esternati il mio compiacimento per l’ottima scelta, gusto equilibrato, linee morbide e calde, colori rassicuranti che non stancano, però, nonostante il leggiadro ed elegante proporsi, il mio pensare si getta ugualmente nel disorientamento di una lucida pattumiera e mi impedisce di giudicarla con benevola obiettività.
Non posso ignorare quella vocina interiore che dice: “Si, si è bella, ma io volevo che ci fosse l’altra, quella che appartiene anche a me, quella dove ho mangiato e preparato caffè, questa è fredda, non mi fa sussultare il cuore di ricordi, non mi aiuta a rivivere le risate, si, si è bella, ma non mi piace!”.
Come una bimba indispettita grida dentro di me: “La rivoglioooooooooooooo!!!”.
Ed io, non certo per assecondare il capriccio di quella vocina, penso che forse ha ragione, che turba anche me quella idea di non ritrovarla, di non avere più la possibilità di vederla ritratta nelle pagine del libro dei ricordi, di non sperimentarla ancora in questa, seppure allucinatoria, realtà di incontro.
Il calore di questo nuovo arredo emana vapori intrisi d’umidità che non riscaldano il gelo della mia smemoratezza e vivo questo incontro come chi si addentra nell’ignoto, vissuto custode di scene alle quali, purtroppo, non ho avuto possibilità di assistere.
Pensi sia scorretto da parte mia manifestarti tutto questo?
Ma trovo ingiusto, irrispettoso, nasconderti la verità.
Questi pensieri ruvidi alimentano un malsano risentimento verso di lei, una avversione alla quale non mi sottraggo, quando a forza, somministra lo sgradevole gusto di un dolore che vuole ricordare momenti di vita tuoi di cui mi è stata impedita la diretta testimonianza.
Le emozioni di cui ti parlo sono chiare al mio io, ciò che invece proprio non comprendo è il come, questo stato di complicato smarrimento, possa, dopo tutti questi anni, ancora meravigliare la mia intelligenza.
Tutto questo pensare pazzoide per il semplice cambio di una cucina?
Tu prova ad immaginare cosa proverò quando mi mostrerai la nuova camera da letto!
Non so se piangere o ridere di questi miei deliri, forse sto veramente esagerando non credi?
Comincio ad accettare l’idea che non vi troverò più i colori della giovinezza attaccati alle pareti, magari non sentirò più l’abbraccio di serenità che provavo ogni volta che vi entravo, sembrava che tutto fosse ovattato al suo interno, ogni cosa, ogni emozione, ogni suono veniva attutito da un qualcosa o dal tutto che la componeva.
Si, ora la sento dentro, quella pace che saldamente si incolla ad uno dei gradini della scala dei ricordi sulla quale, scalzo e nudo, passeggia ciò che resta del mio io, come un fantasma lamenta la pena della prigione e delle catene, delle continue salite e discese fatte alla stregua di una infinita ricerca di quei frammenti di vita con i quali agogno saziare questa incommensurabile fame.
Questo miracolo sta già mutando la mia sterilità, è come se avesse imboccato la strada giusta, quella che restituisce il ricordo della vita alla memoria dell’oggi.
Rivedo il tuo armadio traboccante d’indumenti, il suo perfetto e non riproducibile ordine. Quando lo aprivi, mi faceva nascere dentro l’idea della perfezione, mostrandomi la magica potenza di chi riesce a trovare spazio per riporvi indumenti anche quando io concludevo che non vi fosse più posto neanche per adagiarvi uno spillo.
Eri straordinaria Lucia, con quelle mani che non perdevano mai il colore dell’estate, ravvivate dal luccichio degli anelli e del rosso lucido e vivace delle unghie perfette, bellissime, con grazia operavi piccoli movimenti, qualche invisibile spostamento e in un attimo gli abiti penetravano nell’impenetrabilità di fessure che io neanche credevo esistere.
Devo confessarti che spesso, in questi anni, ho pensato a te intenta a quel fare, ed ho gridato questa frase: “Ah come vorrei essere brava quanto lei!”.
Ogni volta lo stesso desiderio!
Sempre, tutte le volte in cui, costretta dalla lotta, mi trovavo a fare i conti con armadi troppo piccoli e troppo pieni, mi laceravo in mille repliche e tentativi, effettuati allo scopo di far entrare l’ingombro del passato che mi ero portata dietro fuggendo, lo tiravo fuori dalle quattro valige sempre più spiegazzato e consunto.
Ho lottato per molti anni fino a quando, costretta dalla mia incapacità e inettitudine, sono stata obbligata a gettare la spugna, a sventolare il panno della rinuncia, prostrandomi davanti all’armadio di turno esausta, sconfitta.
Quanti armadi hanno conosciuto queste mani… quanti sono stati?
A contarli sono più numerosi degli uomini della mia vita, uno, due, tre, quattro, cinque, sei… in quindici anni… è di gran lunga un numero superiore a quello dei miei spasimanti!
Dai non ridere!
Questa considerazione m’avvilisce enormemente!
Ora che sono con te non ho paura di ricordare che i loro specchi si sono dati il cambio nel riflettere la miserevole immagine della mia disfatta, ognuno ha accettato la sacrificale offerta, ad ognuno ho concesso il mio distacco da uno o più indumenti che, in quella particolare ora esistenziale, apparivano inutili alla vestizione del giorno, tutti riflettevano un rimprovero: mi accusava di non possedere la magica arte del riordino che a te riconosco.
Un talento che con maestria sfoderavi nel ciclico rito degli annoverati cambi di stagione vissuti dal tuo armadio con passiva arrendevolezza.
Io, invece, arresa e delusa, in questo peregrinare di sfide, di casa in casa, di armadio in armadio, sono stata costretta a ritirarmi nella stanza della pochezza personale, incatenandomi ad una realtà povera d’opportunità, trascinandomi dietro per ore e ore, per giorni e settimane davanti alle ante di quegli armadi i logori stracci del passato.
Con garbo, interrogavo il cuore chiedendogli a quale indumento avrebbe rinunciato volentieri senza rimanere profondamente ferito dalla esecuzione materiale delle mie scelte.
Lui, ben consolandomi, percorreva le strade delle più nascoste ed intime debolezze, intraprendendo il gioco dei tentennamenti, gli chiedevo: “Che faccio butto via questo o quest’altro?”.
Timido sussurrava un si, poi dubitava, temporeggiava, io nel frattempo attendevo la sua risposta seduta sul bordo del letto, d’improvviso sbottava in un fragoroso no, ed io sussultavo di paura e disperazione non sapendo cosa fare di quelle vesti che desideravo tenere in un angolo del presente come cimeli di una Chiara defunta al mondo e viva solo nel ricordo.
Con questo indeciso fare mi stringeva i polsi l’uno all’altro sospendendomi al vortice di un ballo, di una tiritera che aveva come epilogo il raggiro dei tranelli che gli avevo teso con incompetente furbizia, e lui, sogghignando, beffeggiava la mia intelligenza sventolando la sua vittoria, ridicolizzando e sminuendo ad una ad una le mie astuzie.
Attendeva pazientemente l’arrivo della stanchezza, mi aspettava al varco per obbligarmi a non buttare via nulla, allora rimpinguavo di passato maree di scatole, riponendovi i panni eccedenti, nascondendoli nella cantina, o accatastandole sull’armadio e altri mobili della casa di turno.
Solo allora si tacitava quel cuore beffardo, acchetava le paure, soffocava le indecisioni, finalmente libero da quel peso tornava a volteggiare nell’aria e s’assopiva ai bordi del letto, spiegava le ali e intraprendeva il volo del sogno alla ricerca della serenità.
Sapeva, che al ritorno di ogni piccola malinconia, avrebbe potuto riaprire quegli scrigni e trovarvi le vesti che un tempo coprirono le carni della sua identità.
Ho voglia di farti una domanda Lucia: hai ancora il pupo siciliano che penzolava ad una delle pareti della tua camera da letto?
Nei miei pensieri è rimasto attaccato ad un grosso e sporgente chiodo, se mi sforzo lo vedo ancora dondolare sul ripiano dello scrittoio in attesa di mani disposte a dargli attenzioni e stimoli.
Lo vedo resistere e sopravvivere alla statica impiccagione della parete in attesa che una umana e fanciullesca curiosità di gioco gli facesse sperimentare il formicolio della vita, come quando i gesti di una incontenibile e curiosa ragazza, armeggiando con i suoi tanti fili, movimentando la rigidità degli arti, architettava nella fantasia cavallereschi e romantici duelli a difesa di una bellissima e misteriosa damigella.
Quanta creatività e immaginazione ha introdotto nel mio animo quel suo muoversi al muro che emergeva dal libero spazio situato tra la libreria e l’immagine di un uomo il cui nome veniva associato alla forza di una tigre.
Come si chiamava quell’attore? Non lo ricordo più!
Non importa, tanto lui sarà ricordato sempre come la Tigre della Malesia.
Meraviglioso volto di coraggio e valore, di forza e purezza d’ideali, fungeva da cornice alla profondità di uno sguardo che colorava gli occhi di un invincibile guerriero sempre pronto a lottare per la salvezza dei più deboli.
Arguti, osservavano gli studi, i giochi e le noie della nostra acerba giovinezza.
Ancora mi abbaglia il fulgore della lampada riflessa nello sguardo della Tigre.
Ricordo che faticava ad illuminare il tiepido percorso dei nostri occhi dediti agli apprendimenti serali, con quanta fatica s’inerpicavano su per i sentieri dei libri maestri, com’erano stanchi e felici alla fine del percorso quando, sfregandoli al palmo delle mani, ci rendevamo conto d’aver raggiunto un altro e più alto grado di conoscenza.
I morbidi fili di luce effondevano nel silenzio della stanza un barbaglio di dialoghi sommessi, recitati piano piano come rosari, bisbigliati al piccolo cerchio di chiarore che ci avvolgeva accortamente, perché non fosse udito dalla restante ombra della stanza l’impegno del nostro studio.
Oh Lucia, dov’è finito quel tepore?
Dove s’è nascosto quell’abbraccio caldo e confortevole d’umanità che non ho più assaporato in nessun’altra situazione della mia esistenza?
Instancabile, donava energia e luce alla estenuante ricerca di risposte a domande mai appagate, alle quali, ad ogni anno che passa, aggiungo un nuovo punto interrogativo.
Credo di non averti mai confessato il grande piacere vissuto in quelle situazioni, adoravo venire a studiare da te, qualche volta ho persino creduto che tu l’avessi intuito, ho addirittura pensato che fosse proprio questo tuo aver compreso il mio taciuto gioire, a spingerti alla formulazione di quella richiesta che mi porgevi al termine d’ogni giornata usando queste parole: “ Chiara, ci vediamo domani alle 15,00, vieni tu qui da me vero?”.
Come il ripetersi di un copione immancabilmente, ogni volta, a quel punto della scena rispondevo: “Si, verrò io da te!”.
Era incoraggiante associare la sgradevole sensazione dell’obbligo allo studio, ad un clima accogliente e confortevole come la tua dimora, ho come l’impressione di sentirne di nuovo il profumo, ti ricordi?
Sbuffava fortemente dai minuscoli oggetti di legno riposti nella ciotola appoggiata sul tavolo dell’ingresso.
Scatenavano in me il desiderio di chinarmi e annusarli per inebriare il respiro con l’alchimia e la magia del loro balsamo, con un lieve sforzo posso respirarla anche ora.
Nulla però è paragonabile alla felicità che nasceva nel cuore quando sfiorando con la testa il tuo scacciapensieri egli cominciava a parlarmi con voce angelica e celestiale.
Io l’agitavo volontariamente, voluttuosamente facendogli danzare il capo sotto ogni volta che passavo per sentirlo parlare.
Non ho mai capito cosa mi raccontasse, so soltanto che era in grado di farmi sognare.
Dimmi che ancora oggi è qui ad abitare gli spazi di una casa libera, che potrò agitarmi sotto di lui in pensieri fantastici, mentre sonnecchia sospeso a mezza aria tra il soffitto e il pavimento, come nei giorni della naturale irrequietezza giovanile.
Ricordo che un giorno, in preda ad una inspiegabile regressione, a loro concessi, priva di remore, l’incontenibile desiderio di provocarli con tutti i metodi conosciuti, per ascoltare quella parola che, pur senza vita, segnò nel mio cuore la nascita di impenetrabili poemi.
Ne regalavano sempre di nuovi e diversi. Racconti misteriosi dell’impalpabile mondo, che allettavano, intrattenendola, la fantasia, stimolando la logica a scovare e comprendere i messaggi nascosti in loro. Mi ubriacavo di quel loro piacere, e quando avevo dato fondo all’ultima goccia, l’unico pensiero nella mente era quello di un ringraziamento rivolto all’oggetto induttore, artefice di un incantesimo capace di rivestire il mio animo di irreale e generosa pace, proveniente dal mondo di cui lui era sublime messaggero.
Non ti sorprenderà se ti dico che ad ogni nuovo incontro con uno di questi messaggeri, sparsi ovunque sui banchi dei mercati del mondo, non resisto alla tentazione di sfiorarlo per riascoltare il palpitare del cuore che, lesto, mi riconduce alla formulazione delle antiche fantasie.
Volontariamente, con tenerezza, mi lascio andare ad un ricordo, percorre senza fretta le vallate della gioia conosciuta ed amata nelle rivelazioni dei poemi composti e suonati dalla melodica voce del tuo scacciapensieri.
Il suono che prorompe dall’oggetto del presente non detiene nessuna parte della mia attenzione che è interamente assorbita dall’ingombro delle sole reminiscenze.
In queste rare occasioni, il passato mi rapisce alla vita, ruba come un ladro le preziose esperienze di un presente che faticosamente mi accingo a vivere, contornandole di nostalgica distrazione.
In questo mio strano esistere, la coscienza si nasconde al buio di una eclissi che ricopre il mondo circostante, incamminandosi sulla via che lo riporta alla casa dei sentimenti, edificata nella vastità di un campo chiamato “terra del passato” dove, indisturbata, coltiva e conserva l’abbondante raccolto con il quale nutre e sazia la fame di questo corpo negli attimi del presente.
Non ho mai desiderato ritrarmi a questi rapimenti, la mia fame è troppo grande, ed è paragonabile a quella che devasta i corpi e le anime delle popolazioni che abitano il paese più povero di questo nostro astro.
Mia cara amica, non potrò rappresentarti la letizia sperimentata in queste strane fughe dalla vita, in quei ritorni, atto di una confessione, che hanno reso il presente libero dai pianti e fatto prendere aria ai miei sorrisi, da secoli prigionieri del silenzio.
Non sarà semplice parlarti di quel doppio che scindeva ogni cellula materiale da quella spirituale quando, il sorriso del passato congiungendosi alla tristezza del presente, creava il figlio della nostalgia, che amarezza, che conflitto di emozioni, un sentire, un essere che mi falciava in due, dividendomi. Sarà impossibile dirti come questo patire, affilando gli artigli più sottilmente, in me feriva, uccidendolo, il desiderio di vivere.
In questo tempo di incontro immaginario regna sovrana la confusione, stritola il poco spirito pensante facendomi chiedere quale sia il modo migliore per schiuderti le porte della mente.
Vorrei farti atterrare nel fondo pozzo delle cose che io definisco assurdità, e che potremmo concordemente definire con l’uso del termine abilità.
Mi riferisco a quei moti del pensiero con i quali l’uomo tenta di ripercorrere la storica memoria degli eventi colmi di felicità e quindi positivi, velando gli stessi e l’attuale stato d’animo con opposti contenuti che si discostano dagli originali, trasformando sistematicamente, l’antico valore emotivo positivo, in un odierno valore emotivo negativo, e quello che un tempo fu un sorriso all’oggi si presenta sotto forma di pianto.
E’ ciò che accade ad ogni uomo nel tratto ultimo della vita. Seduto, rammenta il sogno che è stato in tutti quegli attimi di felicità, ma non sorride mentre ricorda… lui piange.
Nel ricordo la felicità diventa dolore.
Lo so Lucia, non guardarmi con quegli occhi sgranati e fuori dalle orbite, pare vogliano cascarti giù da un momento all’altro, su dammi tempo, ce la farò a spiegarmi, ci sto provando, ma è difficile!
Forse è meglio che provi a chiarirti il concetto partendo dall’esperienza causata dal mio ricordare. Un esempio potrebbe servire a semplificarne la comprensione.
E’ una bellissima giornata di primavera, sono ancora disoccupata quindi il mio unico impegno è quello di fare la madre e la massaia, mi levo di buon ora, come tutte le mattine sbrigo qualche faccenda, sveglio la pargola le faccio fare colazione e l’accompagno a scuola, poi, mentre sto per rientrare mi domando: ma oggi che giorno è?
Mi rispondo che è sabato, giorno di mercato, guardo quanti soldi ho nel portafogli e mi dico: “Bene ci faccio una capatina, magari trovo qualcosa carina per la bimba”.
Sono immersa nella folla che mi circonda, non conosco nessuna di quelle anime e per questo non mi soffermo a guardarle, preferisco orientare gli occhi ai colori e ai contenuti dei banchi, passo, osservo, tocco, sfioro, ripasso, riosservo, risfioro, ritocco, riguardo e nel frattempo penso: questo non mi serve, questo non mi piace, questo costa troppo, e alla fine mi dico: “Ma che cavolo ci sono venuta a fare?”.
Sento il vuoto del mio intimo pensiero espandersi sempre più velocemente intorno a me, ho come l’impressione che stia per sbiancare ogni cosa, ogni essere che mi sta vicino, temo possa cancellarli tutti, fino a farmi rimanere sola, perdutamente, tragicamente, disperatamente sola, ma accade un miracolo, le orecchie odono un tintinnio, una parola conosciuta, una melodia che non mi è estranea, volto il capo e noto un banco pieno di ornamenti per signora, sbirluccica di pietre bianche e colorate, orecchini, anelli, collane e, lateralmente, ha un asse in ferro dove sono esposti una quantità enorme di scacciapensieri, a tale visione il mio cuore ha una sola esclamazione: “Ohhhhhhhhhhh, che belli!”.
Mi avvicino avida come il vento che li aveva smossi l’attimo prima, comincio a toccarli tutti per udire nuovamente la loro magica sinfonia.
Resto appiccicata a quel banco per non so quanto tempo ascolto e guardo nel vuoto, ripercorro la lunga distanza del tempo e torno nel passato, vi trovo te, la tua casa, la tua amicizia, il tuo scacciapensieri e tutti i miei sogni e sono felice, ma poi la voce del venditore mi trascina nuovamente a quel mercato chiedendomi se mi interessa un oggetto in particolare e se sono intenzionata a comprare.
Con quanta tristezza ho dovuto gettare il passato, con quanta amarezza mi sono riscoperta a disagio davanti allo sguardo di quell’uomo che mi scrutava interrogativo, domandandosi il perché dei miei occhi lucidi e rossi come quelli di chi sta per scoppiare in lacrime.
Ecco Lucia, questa è la dualità di cui ti parlavo, questa è la gioia ed il dolore che mi hanno lacerata in questi lunghi anni, questo è il motivo per il quale ho smesso di tornare al passato.
Il vivere dell’uno escludeva automaticamente l’essere dell’altro, la gioia dell’uno impediva il sussistere e l’esplicarsi della gioia dell’altro, ho dovuto scegliere, ho dovuto concedere al presente tutto il mio tempo, tutte le mie energie, ho dovuto lavorare molto perché quel vuoto e quella estraneità potessero, con il passare del tempo, mutarsi in un sentimento che avesse se non la sostanza almeno la parvenza dell’essere casa, famiglia, lavoro, amicizia … vita.
Ti rendi conto anche tu che una tale esistenza non poteva fare altro che indurmi a considerare i prodotti della mente come i frutti di un albero malato di pazzia che senza via di scampo lasciava franare l’io nel profondo burrone di queste domande: Quando, come e perché ho intrapreso il cammino di questo difficile sentiero?
Quale è il movente alla base d’un dolore che invade i pensieri e mi fa piangere per fatti che un tempo furono apportatori di felicità?
Quale disastroso atteggiamento ha infranto il muro che delimitava il confine tra i campi delle belle emozioni e quelli delle brutte sensazioni?
Quale il criterio di giustizia che per mio conto e nome solleva la provvidenziale barriera e divide il bene dal male?
Ho vissuto per anni nella disdicevole situazione della promiscuità emozionale, confondendo il bene con il male ed il male con il bene, non sapendo distinguere più l’uno dall’altro, fino a farmi odiare tutto di me stessa, fino a rendere la ragione la sede preferita di indefiniti miscugli che hanno donato al cuore sentimenti appartenenti ad etnie diverse, inquinati, ingrigiti, insudiciati gli uni del bene gli altri del male.
Indifesa, inerme, ho assistito alla trasformazione del nitido vissuto personale ad una indistinta massa di eventi cancerosi che avevano come itinerario l’esplorazione di quella strada che conduce alla morte della gioia contenuta nell’anima.
Oggi, che riconsidero insieme a te questo recente passato, che analizzo il tutto confortata dalla certezza di una analisi condivisa e sincera, più serena ed obiettiva, mi accorgo, grazie al tuo sostegno, di aver pensato ed agito in preda al turbamento di sensi oppressi dall’immobilità, fasciati da un presente che si sviluppava in una atmosfera surreale, palesando agli occhi il vivere di una pazzia che consideravo amica fedele e cordiale.
Con questo dire non intendo seppellire il tuo cuore sotto il peso dell’idea di un malessere ancora presente, che orienta e condiziona il mio agire, ciò è bel lungi da me, anzi voglio dirgli grazie per il supporto che offre consegnandomi con affetto ed amicizia le sue lucide memorie e la sua appagante serenità, dai quali ricaverò, anche per il prossimo futuro, l’aiuto di cui il mio equilibrio avrà bisogno, attribuendogli lo stesso amore e la medesima gratuità con il quale lo porge al mio oggi.
Hai il volto stanco Lucia, vuoi che mi fermi? Vuoi che ponga fine a questa narrazione?

No! Non fermarti!
Si, sono un poco affaticata, è difficile seguirti, perché le cose di cui mi parli appesantiscono il cuore riversando su di esso piccoli frammenti della tua sofferenza, sono piccoli ma li sento gravare tanto da spossarlo.
Forse se mi sentissi libera di piangere riuscirei ad alleggerirlo, ma ho timore d’affliggerti maggiormente e di rendere più difficile e dolente il tuo racconto, creando sensi di colpa al cuore senza che ne abbia motivo.

Guardami Lucia, guardami ora, mentre rincorrendo il passato assisto all’emergere di scene futuristiche durante le quali non farò altro che vivere immersa nell’intangibile regno della fantasia, riconquistando i sogni della perduta infanzia, rimasti illesi al lento e pedissequo trascinarsi di questa mia insignificante esistenza.
Guardami, non distrarti, non piangere, vedimi fiduciosa e serena perché insieme a te, in quest’oggi, imparo i mille volti che mi faranno compagnia sdraiata alle radici dei sogni che metterò a sostegno della volontà e che, ad ogni caduta dello spirito e della sua volontà, imporranno un nuovo rialzarsi alla speranza della vita.
Guardami Lucia, ora, mentre chiedo ai sogni di colmare i vuoti del mondo con la fantasia e la libertà che posseggono, perché riprendano a fabbricarne di nuovi, più colorati e disinteressati, in modo tale da sopperire alla mancata abilità della ragione che, sconfitta e dolente, s’è ritirata in un angusto tabernacolo a leccarsi le ferite in attesa della morte.
Non sarà la prima volta, né tantomeno l’ultima, in cui elemosinerò da loro un briciolo di potere, un piccolo ed innocente soffio di prodigiosa positività, che avrà il compito di raddrizzare e ritoccare le piccole e grandi storture della realtà.
Non ho più il conto delle volte che per me hanno fatto questo.
Si è perduto nei meandri di un convulso passato la contabilità di questo loro solerte e fruttuoso lavoro.
Un incarico sviluppato con immacolata ingenuità e grazie al quale, il cuore si è ridipinto di pace, salvandosi dalla cancrena dell’odio che rivestiva le sue pareti di mia sola solitudine, dove io mi sono persa, dove ho girovagato in preda alla disperazione come un bimbo smarritosi nel gigantesco labirinto della vita.
Non ho intenzione di fare torto alla follia, dimenticando di citare tutti gli episodi in cui i sogni, con involontario sadismo, distruggevano la realtà e alimentavano a dismisura le illusioni, ampliandole, tanto esageratamente, da infrangersi al muro di una lucida consapevolezza, tirata fuori dalla ragione ogni qualvolta riprendeva possesso del suo trono e avvicinandosi, severa, alle orecchie soffiava l’ascolto di queste parole:
E’ di me che hai bisogno! Non vedi forse? Sei cieca?
Ti dirò io cosa sono realmente quei piccoli frammenti di paradiso e oblio che chiami sogni, essi non sono altro che evaporazioni di un mondo inesistente... falsità!
Sono solo bugie, inganni, frodi, menzogne che ti condurranno alla rinuncia della vita!
E’ loro che vuoi?
E’ l’allontanamento dalla verità che desideri?
Con quanta umiliante rassegnazione ho accettato quelle intimidazioni, quel ricatto, quella subdola e minacciosa costrizione, mentre mi disponevo ad accogliere e obbedire ai suoi ordini.
Mi giungevano abbondanti e immediati, sotto forma di proposte sobrie, sagge e ragionevoli, con fattezze tanto eleganti da convincermi a rimettere ogni speranza del cuore tra le grandi e forti braccia della ragione.
Inginocchiata al suo altare ho sacrificato ogni sorriso rubato alla gioia dei sogni e dei ricordi, sperando di vedere proiettato sullo schermo del presente gli effetti benefici del suo scientifico operato.
In questo esistere di assenza alla vita infinite volte ho pregato all’inginocchiatoio dei sogni, chiedendo in prestito i loro geni positivi, che mi venissero incontro e con instancabile operato, chiodi e martello alla mano, ristrutturassero quel mistero dell’anima che si fa chiamare “Voglia di vivere”.
Ardentemente volevo, egoisticamente pretendevo, una ricostruzione perfetta dell’identità, senza crepe e spaccature, priva d’ombre e disuguaglianze, una assoluta uniformità, che al solo guardarla facesse dimenticare d’essere solo miseri uomini su di una povera terra.
Solamente adesso mi accorgo d’aver sognato, anche quando, sdraiata al freddo marmo della ragione, donavo ogni angolo del cuore a quell’amante intriso di prosopopea che, infidamente, mi depredava della ricchezza degli attimi nel giorno, ingigantendo quell’ardore che erompe dalla prolungata attesa.
Non avevo altra forza disponibile che credere a quelle promesse, non avevo altro tempo da consumare che guardare quegli occhi, non avevo altra volontà fruibile che ascoltare le disgraziate e saccenti bugie provenienti da quella bocca sensuale, in grado di predicare senza prece la verità di una vita che prima o poi sarebbe divenuta realtà.
Un pusillanime bastardo, noncurante delle attese, un degenerato corrotto che, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, ragione dopo ragione, realtà dopo realtà mi ha nutrita di frutti insipienti cresciuti al terreno arido e pietroso del suo giardino, venuti su al fetore d’un lezzo proveniente dai cumuli di sterpaglie, ex piante di questi miei sogni umani, prima carezzati e odorati e poi, con indifferenza, sradicati e abbandonati.
Una positività in tutto questo esperire?
Si, una: “Avere avuto la possibilità di percorrere la sconfinata recinzione di un dolore che deriva dal sentimento della delusione”.
Ho potuto, grazie alla sua logica, conoscere quell’amarezza che lentamente avvolge di disgusto ogni piacevole sapore dell’esistenza.
Ho dovuto, grazie a quella nausea, ritrarmi alle offerte del mondo che parevano veleno e non nutrimento.
Ho voluto, grazie alla inaffidabilità della ragione, ricostruire intorno al cuore un muro di recinzione a difesa di quel poco di umano che in me è sopravvissuto.
Sono gradatamente ritornata alla bugia dei sogni, a quel fanciullesco fantasticare che ha raddrizzato le gambe e staccato le ginocchia dal ghiaccio di quel marmo, ho smesso di credere e avere fede nel mondo, negli uomini e soprattutto in quella finta e fallibile loro ragione.
Nascosta! Così ho scelto di vivere! Contenuta alle mille opportunità della sofferenza!
Eclissata alle troppe nefandezze provenienti dall’eterno compromesso delle relazioni!
Morta al superfluo dio del potere sono tornata a praticare l’idolatria venerando la primavera dei colori e dei profumi dispensata dagli dei mediante l’effusione dei sogni.
Ospitali e confortevoli, come il dolce grembo di una madre, sorridenti e generosi, come una suora che accoglie senza domande il carico di nulla che grava sulla schiena del viandante, e alla stanchezza del suo sguardo reca sollievo facendolo sentire l’uomo più importante della terra, mentre alla sua esistenza elargisce ristoro, abbracciando quella solitudine, nutrendo quella fame d’amore, curando quell’inspiegabile dolore che viene dalle aberrazioni degli uomini.
Così mi aspettavano i miei piccoli sogni, trepidanti e comprensivi, saturi d’amore per me.
Illusori e incantatori portavano avanti la vita rendendola lieve e non più schiava dei problemi che ad ogni ora del giorno affondavano gli artigli nel cuore, segnandolo di graffi profondi e sanguinanti.
E’ un modo banale per descriverti come sia riuscita a sopravvivere in solitudine ed in cattività in questi lunghi anni di separazione, ma forse questa è l’unica immagine che potrà rappresentarti la mia vera condizione di sofferenza.
Ero io, così, come un arlecchino saltellante e riverente, con gli occhi ingenui ed il naso sempre puntato alle farfalle, con le mani sempre tese ed agitate nel tentativo di afferrarne una.
Su e giù, di qua e di là, prima inginocchiata all’altare della ragione, poi frastornata dalle lusinghe dei sogni, ed ancora affranta e sola, priva della speranza di entrambe.
Ero io, smarrita dentro quest’imprecisa indecisione dell’identità.
A merito di questo perpetuo e circolare moto dell’esistenza sono giunta da te, catapultata in questa insolita ricongiunzione d’anime, grazie ad una probabile intuizione, o forse ad una miracolosa folgorazione che ha concesso di raccogliere il tutto del niente trovato durante il percorrere di queste strade, fluttuandomi in una nuova dimensione che non è il passato, non è il presente, non è il futuro, che non è né ragione né sogno, ma altro che non so definire, dove posso esplicitare e sottoporre all’attenta e scrupolosa analisi della tua anima ogni cosa veduta, conosciuta, scoperta, amata, odiata, sofferta, ragionata e sognata durante gli anni di questa invisibile malattia che si fa chiamare solitudine.
Magari ho vissuto in sogno, una premonizione, dalla quale è scaturita la convinzione, che solamente usando insieme la follia della ragione e la saggezza dei sogni, gli uomini potranno realizzare quelle azioni che porranno fine alla buia, sofferente e insulsa esistenza che li allontana dall’anima, dall’uomo, dal mondo.
Desidero anche io raggiungere la conoscenza di queste azioni, e finalmente compierle, desidero studiare questa sconosciuta disciplina insieme con te, ripercorrendo gli avvenimenti sopravvissuti alla mia guerra interiore e ritenuti dalla memoria tesoro prezioso da conservare e mai dimenticare.
Tu sarai la guida serena, obiettiva… sarai la maestra che insegna le regole ed i metodi per amare nuovamente ogni cosa, tu… la forza di quell’anima che più non ho.

Una voce è il risveglio della vita
… quel qualcosa di noi
sempre cercato,
continuamente perduto
tra le azioni degli uomini
che rinnegano altri uomini,
in quelle che devastano il mondo
dei sentimenti e del cuore.

Solo la vita fa sveglia l’anima.

… solo l’amore degli altri
ci aiuta a sondare
le oscurità della morte interiore,
solo la speranza nel domani
fa gridare l’anima…

Chiara… Svegliati! L’ora dello sguardo a ritroso è terminata.
Solleva gli occhi dai giorni finiti e soffermali altrove.
Raccogli le forze che ti sono rimaste, concentrati, respira forte, recupera il meglio dell’energia che ancora giace nel tuo cuore e prosegui il cammino, la tua isola è vicina, più vicina di quanto tu possa mai immaginare.
Rema, rema, rema, non fermarti, non stancarti, non arrenderti proprio ora che siamo di nuovo insieme.
Guarda, osserva dritto davanti a te, quella che vedi è l’isola del nostro presente, è la terra dove creare il futuro, il paradiso dove potremo nuovamente sorridere all’amore.
Ora, se vuoi, puoi riposare tranquilla, sei giunta al termine del lungo e solitario viaggio, da domani inizierà una vita lunga quanto l’eternità.
Avremo esperienze da affrontare, sogni da realizzare, avremo da intraprendere la strada che conduce alla gioia del dono di sé agli altri, come Lucia si è data a te nel tempo del dolore.

Chiara svegliati, sorriditi!

Si, mi sveglierò, sorriderò… perché oggi il sole splende come mai ha fatto prima, perché ho voglia di dirmi: “Buongiorno Chiara!”.



Insostituibile,
stupenda anima mia,
mio sospirato e ricercato tesoro,
lunghissimo e doloroso
è stato il cammino
fatto in assenza di te.

Interminabili notti ho traversato
per giungere al tuo ritrovamento.

Inenarrabile il dolore
causato dalla tua assenza.

Incontenibile
fu per me il tuo rimpianto.

Inappagabile
il desiderio di ricongiungermi a te.

Afferra la mia mano
-conducimi-
ovunque tu voglia
…io sono pronta.









(Marilina Frasci)
Pubblicata il 18 giugno 2011 11:46:46


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