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Raccolta Le mie stanze

Prima edizione Incipit d'autore



Non è stato facile fissare questo incontro. Per ottenerlo ho dovuto mentire sulla mia identità. Mi aspetta nella hall dell’albergo. Mentre mi avvicino perdo tutta la baldanza che mi ha fatto arrivare fino a qui. Vorrei tornare indietro ma è troppo tardi: mi ha visto.

Indossa quell’abito che mi fa impazzire, rosso e stretto. Le carni bianche lo squarciano come un sole nella neve tra spacchi e scollature… è più bella che mai, più lontana che mai. Parla facendo finta di nulla si intrattiene con l’impiegato della reception. Mi tiene gli occhi fissi addosso, li allontana solo per qualche attimo, porge sorriso e parola a quell’uomo. I sussurri della voce arrivano fino a qui, se mi concentro a lei solamente posso comprendere ogni sillaba, sentire il sibilo del fiato che esce dolcemente dalle labbra. E’ bella che mi tremano le gambe, mi schianto il cuore immaginando ciò che fra un attimo mi dirà, se deciderà di camminare verso me, se avrà voglia di darmi una nuova occasione di dialogo. La fisso anch’io, sforzandomi al controllo della mimica facciale, cercando di non muovere un arto, di non far trapelare un solo battito di questo terremoto del sentimento in atto dentro l’anima. Fingo. Anche lei lo fa. Indifferenza, distacco, freddezza che non deve dire nulla del passato, che deve coprire la lava d’amore che siamo stati l’uno per l’altra. Sniffo l’aria in quel suo profumo, unico, indimenticabile. Chi si sveglia in questo aroma? Chi sfiora con gli occhi e le mani, in ogni istante di buio e luce la morbidezza della sua pelle? Come fa a vivere il mondo in questa giostra di cose utili ed inutili senza di me? Di quale sentimento è fatto il suo cuore che dice d’amarmi, eppure, mi lascia qui a morire d’indifferenza? Nuda, com’eri nuda in quel letto pallido di sospiri appena gridati di ti amo, così nuda da vedersi solo l’anima. Eri mia, anche lei era mia. Mi manca. Vorrei strisciarti ai piedi, supplicarti di amarmi come prima, in un senza tempo della vita, invece, resto pietrificato al pavimento come un sasso, con gli occhi dentro la mente del ricordo a raccontarmi di passato i pensieri, a farmi male da solo per non raccogliere dalla realtà tutto quello che mi hai fatto tu. Sto cercando una frase logica, una scusa credibile che giustifichi la menzogna di questo appuntamento strappato al tuo volere con l’inganno, ma ho la mente vuota di ragioni, ci sono solo quelle del vissuto amore. Ti guardo, mi guardi. Siamo prigionieri di una mimica eterna in cui la distanza dei corpi separati lascia spazio al silenzio delle anime che parlano il linguaggio della verità, quello che le sagome di questa vita rimasta si rifiuta di comprendere, di ascoltare. Mi sento sperduto di me stesso, come un bimbo in abbandono senza più madre sicurezza, più padre forza, ragno senza filo e ragnatela dove dondolarsi in attesa della preda. Sono io la preda, adesso. Mi sentivo maschio un tempo con te. Ora, faccio fatica persino a percepire il corpo. S’è perduto, insieme all’identità, tutto il senso della vita, se ne è andato nel click della serratura, quella sera… l’ultima del nostro insieme. T’avrei rivista dopo un mese, credevo, mai avrei immaginato nel saluto delle labbra chiuse in un punto di bacio, nei corpi accostati allo spicchio d’uscio sulla soglia, che quello era l’inizio di un tempo da chiamare: “Mai più”. Non andartene, non lasciarmi qui per l’eternità a masticare i pensieri nelle parole che vorrei dirti, mi sembrano inesprimibili, forse lo sono, ma io non le trovo. Ho dentro quell’ombra che abbuia le speranze e rende grigi e sfocati anche i sogni più brillanti. A cosa vale conoscersi, comprendersi, se tale conquista non può cambiarti, non muta di un punto l’errato del dentro e del fuori di una esistenza? A che vale il sapere, il sapersi? Da quando sei andata via mi cerco, scrostandomi del peggio, e di quella perfezione che, a volte, in preda al dolore, nego persino a Dio. Non ne ho. L’ho avuta, forse, dopo il non essere e prima dell’essere, quando mi costruivo nel grembo di una donna moltiplicandomi di me stesso, nutrendomi di umanità e limiti, di divinità e grazia. La sto cercando la semplicità, in ogni cosa che mi circonda, in quel mistero del quotidiano di cui tu mi parlavi, piccolo e nascosto, quasi impercettibile, come il respiro che mi fa vivo e non morto. Lo vedo, mi tocca proteggerlo, difenderlo dagli assalti della follia che sommerge di lotte trasformandomi in un animale ferito, inferocisce, fino a farmi mostro. Non avere paura di me. Sono io, quando bestemmio e prego, quando dono e rubo, quando piango e rido, quando ricordo e dimentico, quando conservo e butto… sono io, sempre, che non so dire quanto ha sapore d’assurdo il mondo senza il tuo amore.


Cosa fai, mi volti le spalle? Te ne vai di nuovo? Mi lasci qui senza una parola impietrito dal desiderio di stringerti?
Dammi almeno quel perdono che restituisce la vita, senza sono morto.
Non lascerò che tu vada senza avermi dato un attimo di voce, anche solo un respiro, ma lo voglio. Ne ho bisogno. Voglio quel fiato che salva dall’asfissia, soffiato in gola dalla paura e dall’affetto di chi non vuole che tu muoia.




(Marilina Frasci)
Pubblicata il 3 luglio 2011 8:20:24


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