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Raccolta Le mie stanze

la forza della vita



Devo vivere: è certo!

Mi tira per i capelli questa mano di pensiero che s’addormenta di fiducia alla notte e si risveglia di fatica al giorno in tutte le mattine doloranti nel corpo e nell’anima.
Certo, l’anima, a ritrovarsela ancora dentro, o magari intorno, già sveglia e pimpante, mentre le palpebre restano incollate alle ciglia con la pece trasparente dei pianti che hai seminato al terreno dell’ignoto che è dentro te come l’ombra gigante del tuo non essere, che è, senza esistere.
E mi ripeto che devo farcela, che devo aprirli i radar del corpo.
Devo farcela a stare dritta sulle gambe anche se mi dolgono le ginocchia e le caviglie, ed anche se la schiena non mi sta dritta, recito che mi passerà il dolore e, nonostante barcolli di capogiri, posso raggiungere ugualmente il bagno poggiandomi al muro, seguendo a tentoni le pareti del corridoio urlandomi: Cazzo… devi farcela anche oggi a vivere.
Ci sono troppe persone che aspettano qualcosa da te.
Milioni di esseri nel mondo si dicono le stesse parole, magari in frasi diverse e in molteplici lingue, ma il senso del monologo interiore è lo stesso.
Solo quando stai seduto sul vaso a fare la pipì cominciano a scollarsi gli occhi dal buio e, mentre vivi il risveglio della materia nel liberarsi dei liquidi, rifletti sul vuoto che la notte ti ha lasciato dentro, oppure, se te la ricordi, sull’ultima immagine del sogno appena finito, scervellandoti sui suoi vari, possibili significati.
Allora smetti di dare credito ai dolori, cerchi di non far entrare altri pensieri nella testa, ma è solo un attimo e l’immagine viene soppiantata, messa in fuga dalle cento cose che t’aspettano nelle prossime dodici ore di vita.
Peccato, è andata, perduta, si è dileguata la sensazione visiva del sogno che forse, per qualche minuto, nell’incoscienza dell’esistere, ti ha reso tanto felice, tanto quanto la realtà non potrà mai fare.
Ti spogli e ti lavi, ti rivesti e ti pettini cercando di vederti, ma guardi il nulla dell’immagine riflessa allo specchio che è solo la sagoma di un corpo, lo zombi di un’anima che vorrebbe parlarti, ed infatti ti parla, domandandoti il senso di questo forzarsi, di quest’andare ad oltranza verso il minuto successivo di vita, che ti pressa, ti affanna verso il caffè portandoti alla ricerca delle cose che servono per esistere.

E’ bastato un attimo, non te ne sei neanche accorto, stai già vivendo.

Hai l’impressione che ad attenderti nel giorno vi sia una salita faticosissima, in realtà è una discesa ripidissima che obbliga alla corsa e quell’affanno stretto intorno alla gola ti viene perché vorresti rallentare, ma la gravità della discesa fatica a piantare i piedi al suolo muovendoti le gambe ad un percorso obbligato, concentrate solo a tenere il ritmo della vita che non vuole cadere.

Dobbiamo riuscire a farcele venire dietro, lentamente, senza correre... anche se, tutto questo, è pur sempre vita in noi.



(Marilina Frasci)
Pubblicata il 10 maggio 2016 19:53:18


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