Autenticazione
Login


Password



Password smarrita? Clicca qui


Ricerca
Cerca per titolo

Poesia Prosa

Titolo





Cerca per contenuto

Poesia Prosa

Testo contenuto





Raccolta Le mie stanze

Chiunque tu sia: non leggermi!

Non è concepibile, mi sembra d’essere diventata ancor più scema del mio possibile, è da un pezzo che ci sto provando in tutti i modi conosciuti ed inimmaginabili, eppure, non mi riesce di comunicare con te in nessun modo. Mi piacerebbe sapere con certezza il tuo indirizzo di posta elettronica per poterti tempestare di messaggi lunghissimi e noiosissimi, vado in brodo di giuggiole al solo pensiero che tu possa venire a conoscenza di ogni microscopica sillaba prodotta da questo mio insano pensare.

Dove sei in questo attimo brutto, cattivo, razionale, inafferrabile maschio dei miei stivali? Dove nascondi la tua putrida e giovanile carcassa, inutile recipiente di virilità? Probabilmente, ti nascondi tra le grinfie di una acidula e femminea presenza, surrogato di una edipica figura materna, attraverso la quale, appagare la strabordante carenza d’affetto subita in età remota.

Forse, stai affondando la spada della potenza maschile fra le sue ossute gambe nel tentativo di navigare il torbido mare della tua illusione.

Pensi d’essere forte? Bello?
Irresistibilmente giusto per ogni piacere esistente al mondo?
Hai la certezza che nulla possa esserti negato, tutto ti appartiene, la gioventù, la bellezza, l’intelligenza, il denaro.
Cos’altro desideri e che pensi non ti sia stato ancora donato dalla bendata dea fortuna?
Anche lei, donna, è come me, arrendevolmente debole alle dolci lusinghe di un torbido ed ingannevole fascino maschile. Poverina! la vedo dinanzi a te, annaspare nel limpido mare di occhi ingannevoli e bugiardi, l’osservo, mentre si strofina alle poderose tue membra nel tentativo di sedurti, obliando, di donarti, ad ogni patetico tentativo di seduzione, ancora più fortuna e fascino, alimentando sempre più l’illimitato pozzo, dove occulto, riposa l’orrore della tua superbia e della tua superiorità.
Ti è concesso praticare questo gioco ancora per poco, perché lei, per quanto innamorata, è tremendamente volubile ed incostante, perciò goditela fino a quando i suoi occhi non si bagnano che nell’oceano dei tuoi, perché nell’attimo in cui avrà esaurito il suo interesse per te, ti accantonerà in angolo per concedersi ad un altro, ed è allora che ti si spalancheranno innanzi i battenti dell’interminabile attimo del pianto, ed è in quel luogo, in quel tempo che io t’attenderò.

Io, mio insostituibile nemico, vi sono già da un pezzo!
Il pensiero di saperti in prossimità di questo baratro quasi m’intenerisce, sento riempirsi il grande mare della mia insensibile rabbia di un sentimento di perduta tenerezza, lo seguo dilagarsi nell’animo putrefatto dall’insoddisfazione e giungere ad un cuore che, esterrefatto, lo vive assaporandone tutta la beatitudine che dona.

Grande maschio, ci sei?
M’ascolti? Mi leggi? M’osservi?
Oppure dormi?
Infallibile maschio, ci sei?
Mi brami? Mi desideri? Mi cerchi?
Oppure fuggi?

E se scappi, dimmi pure dove si nasconde il luogo che ospita i reconditi desideri tuoi, parlami delle paurose vie che percorri per giungervi stracco e afflitto dal peso di una corona di solitudine che impavido erigi a scettro della tua vigorosa potenza. Quasi mi assale, stordendomi, un gran senso di pena, in me cresce al pensiero di te avvinto e sconfitto dalla tua stessa bramosia di potere, ma che cosa dico? E’ molto di più di uno stordimento! E’ qualche cosa di inspiegabile, incomprensibile a me stessa, come vivere al contempo la tesi e l’antitesi di un concetto, l’odio e l’amore che insieme rotolano nel fangoso e oscuro pantano dei sentimenti. E’ disarmante e angosciante al tempo stesso. Mi scopro a vivere il desiderio di averti e di perderti, di carezzarti e di schiaffeggiarti. Un’aberrante dualità quella vissuta dal presente, che osteggia ogni mia possibile scelta, ogni eventuale e auspicabile cambiamento di rotta conoscitiva.

Grande scimmione della sociale foresta, dimmi: a te non è mai capitato di attraversare il presente pantano e sentire il naso riempirsi del tanfo dell’identico dualismo?
Mi sento un pochino in colpa ad infierire su te in questo modo, in fondo, i rudi e velenosi pensieri che con generosa magnanimità dono al tuo universo, potrebbero essere del tutto infondati. Peccato! Se solo avessi la possibilità di conoscerti a fondo, se solo avessi la giusta intraprendenza, potrei finalmente entrare nel tuo infido e malagevole meccanismo cerebrale ed avere l’opportunità di vivere in prima persona il tuo sentire. Solo attraversandoti potrò comprendere, giustificare, ed infine perdonare le tante tue colpe.

Adesso però non intendo esagerare nella opposta direzione, non ho la volontà di rabbonirmi al punto da guadare il fiume delle nostre diversità, approdando sulla riva del torto, e questo, solo per aver avuto l’impudenza di esternare qualche piccolo e giocoso insulto rivolto al maschio dei miei pensieri. Anche perché l’uomo vero, non quello elaborato dall’esiguità delle mie conoscenze, non quello che vivo nella stressante realtà di donna contemporanea, frustrata dal grande ammasso dei desideri insoddisfatti, rinnegati dall’orgoglio, probabilmente, non combacia perfettamente all’icona di questo ritratto che molto istintivamente e poco razionalmente mi accingo a pennellare. Egli, e ne sono certa, differisce sicuramente dall’immaginario dipinto. Non escludo per nulla la possibilità che lui si accinge al compimento di faccende intellettuali, o corporali, motivato da intenti completamente diversi ed inaspettati, da quelli che, in modo ostinato, direi quasi malato, io cocciutamente sostengo. Quindi caro gattone, ti dirò che se le opinioni prodotte corrispondono a quella veritiera realtà che al momento si nasconde alla obiettività della intelligenza, potrai, giustamente, ritenerti autorizzato a dedurre che le esternazioni racchiuse nell’attuale testo inducono l’immaginario del lettore ad una sola e puerile rappresentazione, ossia, che la mia superflua e inconcludente esistenza annaspa soffocando me, ed il prossimo maschile, tra le piume di una candida, grossolana ed ocheggiante bugia. Ovviamente non puoi pretendere che io mi arrenda a questa conclusione senza neanche provare a manifestare le mie idee e convinzioni, poiché questa ipotesi falcerebbe sul nascere il seguito di una personale e insana lettura dell’universo maschile. Non mi arrendo anticipatamente, non perché sia invasa da preconcetti nei tuoi confronti, ma solo perché imprigionata dal limite della mia naturale testardaggine che mi obbliga a portare avanti la narrazione di una teoria che vive in me e che non vuole più essere ignorata. Non pretendo che tu sia un interlocutore muto con il solo compito di annuire, mi auguro di ricevere da te un sostanziale aiuto per consentire alla malata interiorità di analizzare, catalogare e descrivere ciò che il pensiero, condizionato dai valori e dai criteri imposti dalle diverse categorie di appartenenza, immagina di vedere e comprendere nel mio maschio “uomo” del terzo millennio. Sono stanca di elaborare e rileggere nel silenzio della mente una serie di costruzioni concettuali sul tuo modo di essere che non riesce mai a convincermi di aver raggiunto la verità sul chi tu sia e sul cosa vuoi dal mondo, dalla vita, da me. Mio caro uomo, ti confesso che nel seme delle idee del piccolo cosiddetto cervello di gallina, riconosco il riproporsi della confusa commistione dei misfatti reali compiuti dal mio gatto con gli stivali, con tutte quelle convinzioni che potrebbero essere tranquillamente estrapolate dallo scaffale dei pregiudizi che, purtroppo, ancora avvolge in una coltre di promiscuità, l’infedele figura e il non definito ruolo dell’uomo che, molto indegnamente, proverò a descrivere. Una delle preoccupazioni che imbrigliano la semplicità del limitarsi ad un fedele narrare le poco obiettive convinzioni, è il timore di condurre il personale discorso sui binari della banale recriminazione, oppure, tra i bellicosi sentieri della non sbollita rabbia femminile, che risale al remoto/recente passato, il quale, riesce, ancora oggi, a far udire le imploranti grida di vendetta delle compagne di categoria che hanno generato, sfamato, accudito, sostentato, curato, illuminato, amato e perdonato il maschio d’ogni tempo.

Uffaaaaaaaaaaaa! Quasi quasi mi spavento da sola, sarà un’impresa troppo ardua per me? Caro maschietto del mio subconscio, secondo te come farà questo microscopico cervellino a parlare del mondo interiore e sconosciuto che ti appartiene con le ridottissime esperienze che possiede? Sono talmente esigue da non essere bastanti all’intraprendere di un cammino complicato e controverso come quello del raffigurare la personalità vera dell’uomo contemporaneo. Il mio desiderio è quello di raccontarti come tu non ti sei mai enunciato, di comparare il tuo vissuto interiore al tuo vissuto esteriore confrontandolo con ciò che la mia criticità recepisce nell’attimo della concreta relazione con te, per poi estrapolarti dal ruolo socialmente affibbiato al tuo sesso da una lunga serie di consuetudini e regole pigramente consolidatesi nella storia genetica del tuo “io” con il trascorrere dei secoli. Ad ogni modo, difficoltoso, parziale, o poco obiettivo che sia, ho deciso che lo farò ugualmente. E poiché non ho storie da raccontare, né un’idea concreta e pregiudizievole da esprimere, come del resto sono priva di un finale prestabilito, tutto è esprimibile, tutto è raggiungibile nel vagabondare di questa nostra conoscenza. Sai, bel bimbetto, penso tu abbia ragione, mi sento proprio una femminuccia! Quest’eventualità mi spaventa un po’, e se giungendo alla fine del folle monologo scoprirò, come tutte le donne del passato, che mi piaci di più, ma ti conosco ancor meno? Ok, ok, mi rincuoro da sola, correrò questo rischio e prometto che indipendentemente dal risultato finale non accrescerò in me la percezione di dolore e di incompletezza che, attualmente, incarcera e logora le ragioni della mia ignorante esistenza. Mi sono sempre chiesta dove, come e chi, abbia dato origine all’idea non dimostrata e, a quanto pare, certa, dell’inferiorità della donna. Non vorrei risalire sino alla figura di Eva che nel giardino dell’Eden con un atto di ribellione rivolto al supremo essere diviene origine e causa della umana storia del maschilismo terrestre. In ogni caso, in questa occasione posso, con soddisfatta prepotenza, rivolgermi a te sussurrando, alla durezza dei tuoi padiglioni auricolari queste sconvenienti parole: Mio adorato gatto con gli stivali, a te, che pensi, crei, logori e distruggi desidero donare i bagliori e le ombre d’ogni mio pensiero; a te, che compri, possiedi, comandi e vendi delego il potere elargito alla servitù; a te, che inganni, menti, fingi e imbrogli rivolgo il presente appello: “Amami e se proprio non ti è possibile rispettami”. Beh, dopo tutte queste stronzate, dopo queste false e ingiustificate affermazioni, avresti anche il diritto di considerare ultimato l’insulso e irrisorio scritto, solo che, davanti a questa prospettiva, si manifesta un forte disagio al mio pensiero che ciarla della sua umiliante condizione di insoddisfazione. Proseguendo ti dirò, mio bello e infido gattino che tale percezione m’induce a tirare avanti il cammino di questo impossibile gioco narrativo sulle nostre diverse identità. Senti micetto, t’arrabbi se risbuffo? Vedi mi fai venire l’ansia, mi condizioni l’umore e stravolgi i miei naturali ritmi biologici. Mi sei lontano fisicamente ed intellettualmente, eppure mi agiti, la tua semplice esistenza gioca a destabilizzare le poche sicurezze che ho. Questo tormento interiore che sorge senza alcun motivo, senza giustificazioni valide concorre alla creazione di un interrogativo che apre l’orizzonte alla ricerca di un più fine insulto da esporre alla tua lungimirante avidità, e mi chiede di scovare la più tagliente delle verità da incartocciare come una caramella al miele nelle parole delle immutabili e antiche frasi scritte e consolidatesi nelle pagine della millenaria sapienza femminile. Non le senti gattastro? Ancora urlano, ancora parlano al vento, ancora scalano i monti, ancora solcano i mari, ancora ascoltano il racconto, ancora tacciono il verbo, ancora soccombono alle soffocanti intemperie del tuo universo e ciò nonostante, ancora vivono il sentimento dell’amore per te.

Mi pare quasi di vederti mentre assorto, in estrema concentrazione, leggi questo scritto. Hai gli occhi fissi, sbarrati, come chi capisce troppo e ha sul volto la smorfia grinzosa di chi preferirebbe non capire niente. Prima ti soffermi all’analisi del contenuto, poi, quando senti che i concetti afferrano le budella sommergendo la razionalità e l’orgoglio di rabbia, smetti di capire e ti concedi interamente ad un pensare critico. Dentro di te sorge l’alba d’una sequenza d’esclamazioni: Poverina farnetica!
E’ in preda alla follia dei dementi e, come l’ignorante, vaneggiando, sopravvive al deserto delle sue angosce!
Come può esistere e percepire il corpo, i pensieri, se quel che possiede è altro dal razionale egoismo e dal potere della cultura e del sapere che nelle mie vene albergando bivacca?
Come può produrre respiro?
Come ha fatto a sopravvivere ai millenni della storia maschile?
Chi ha dato a questa mutante la libertà di esporre l’inutilità del suo sentire?
Di quale strana umanità si compone la sua mente marziana?
Chi è quel pazzo che l’ha fornita di sembianze simili alle mie?
Sono forse io quel pazzo?
Io, che mi ostino a consumare le lunghe notti nel desiderio di conoscerla, di razionalizzarla, di amarla pur non comprendendola?
Tranquillizza il tuo animo gattuomo! Non bruciare la poca legna posseduta dalla foresta spirituale in domande che non avranno mai risposte! Non puoi chiederti il perché di un sogno se ancora non sai di dormire! Non disperdere al vento il seme del senno lasciando che cada al suolo di un fertile e rigoglioso terreno quale l’insano e malato essere che, la tua stirpe, da sempre chiama “donna”. Per il momento a te deve bastare il suo esistere, il suo sorriso, che ti è concesso godere e mai possedere.
Vorrei smetterla con questo discorso, concentrarmi su altri affari, su narrazioni nuove. Stavo pensando di fare una catalogazione delle infinite tipologie dei gattuomini che hanno occupato e condiviso la terra insieme a noi ochette riempiendola di emozioni e mortificandola di omissioni.
Tanto per cominciare darò una parvenza d’ordine ai pensieri, tentando di estrapolarne una figura, una qualunque fra le tante nascostevi. Sarà la prima ad essere narrata, non per il particolare valore, ma semplicemente perché è la più intraprendente, quella che è meglio dotata d’irruenza.
Si la vedo è lei, si presenta con le caratteristiche di un maschio alto, muscoloso, insomma strapalestrato, biondo e con due fanali azzurri che non lasciano mai il volto al buio. Più che indossare degli abiti sembra ricoperto di autografi grandi, medi e piccoli, dottamente abbinati in modo da decorare, con approvato gusto, l’impeccabile abbronzatura da neve elitaria. Ovviamente non è solo, a destra e a manca, innanzi e indietro, in alto e in basso, a qualunque ora del giorno e della notte c’è sempre qualcuno a reggergli il lungo e pesante strascico della maestosa personalità.

(Marilina Frasci)
Pubblicata il 6 giugno 2011 16:54:07


Condividi