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Raccolta Le mie stanze

E non si parla al silenzio


Spero tu mi abbia perdonata.

Non mi hai perdonata, ed io non posso dimostrarti la mia buona fede nell'errore.

Come si può dire la colpa?
E come si possono dire le speranze?

Non sarà possibile ad alcuno conoscere l'animo puro del desiderio che trafigge d'errore.
Gli uomini sbagliano e poi chiedono scusa.
Sono carne fragile di sospetto ed avidità, sono anime petulanti di sogni irrisolti, come problemi che nessuna scienza conosce.

Io non mi conosco.
Gioco con i pensieri, con l'esigua cultura, manipolo la razionalità, viviseziono i desideri, ed impasto una approssimativa identità che spaccio per me, ma io non so chi sono.
E la paura parla di me al mondo, semina di mine il vasto campo delle umane relazioni, s’appropria delle mie verità e, piuttosto che appenderle alle verdeggianti fronde dell’albero della vita, le accartoccia come immondizia sotterrandole alle radici del profondo.

Ed ho paura sai?
Quando lo sguardo sensitivo mi trapassa le vesti opache della vita; quando penetra nel poro della carne; quando afferra le viscere del mio sentire: io ho paura!


Mi pare di parlare al silenzio.
Sussurri e già conosci il suono della sua risposta.
E' così il chiacchiericcio di questa mia vita: esplicativo ed interrogativo del silenzio.

Cammino nelle cose del giorno e della notte e non vi è strada familiare nelle emozioni che incontro, tutte nuove, tutte sconosciute ed estranee.
Fatico ad abbracciarle e, quando sono loro a stringersi a me, io, spaventata, provo a liberarmene.
Fuggo e cerco.
Non conosco quello che cerco e non riconosco quello che fuggo.
Come ora, che desidero una risposta e, contemporaneamente, la temo.
E taci, in questo disturbo di parole che non scompaiono, decorando di imbarazzo l'attesa del perdono, che sperano e bramano l'arrivo della nuova amicizia.

Non l’oscurità è l’errore, ma la troppa falsa chiarezza è il disarmo della prudenza, l’abbandono della riflessione, la rinuncia dell’interiore interrogazione.
E’ il promiscuo, il confuso, l’amalgamato dell’io, nato da carne e spirito, cresciuto di fatti e sogni.
E’ l’indefinito l’errore.
Il credere di volere e di essere e non il comprendere di non essere ciò che si vuole.

E devo guardarmi dentro come una lanterna che rovista di luce il buio, vedermi bambina, riconoscermi donna, immaginarmi anziana, ed impaurisce anche il solo fiammifero, spaventa la sua piccola fiamma, trema insicura la mano, muore a tratti il respiro, grida frenetico il cuore.

Non ho imparato nulla, eppure, conosco ogni cosa!

Ingenuamente saggia tasto la vita da cieca e ne leggo i racconti con le mani sfiorando le esperienze piano piano, come fossero ali di farfalla da non deturpare, come fossero petali di fiori da conservare vibranti d’odore alla morte.

E non si parla al silenzio, se non con l’alito del pensiero, e non si cede alla vita, se non quando vedi l’ulivo fulminato al suolo e le sue orfane frange rotolare al vento in pianto.
Non si abbandona l’aiuto, non si sollevano le mani davanti all’implorazione del bisogno.
Non ci si arrende stanchi alla rinuncia di un desiderio che vuole l’amore immenso.
Non si lascia la domanda orfana, sol perché la risposta è dolorosa, sol perché la verità è difficile.

Si fa come l’edera, che resta verde al tronco spoglio dell’inverno e veste ugualmente di vita il bosco dei sentimenti.
Si rimane vivi al sentire anche quando il silenzio bisbiglia di dolore sconosciuto; si resta attenti allo spirito che insegna la durezza del crescere.

E tu, amore mio, quante volte hai ascoltato la silente voce dello spirito?
Quante volte hai teso le orecchie e volto lo sguardo all’ombra lunga delle sue domande?
Che parole hai ingoiato come pasto scarno di risposta?

Amore mio, solitudine dimenticata della mia speranza, hai mai pensato a me?
A questo desiderio umano, mio e del mondo; a questo bisogno universale scritto nei secoli della carne, ripetutamente risorto agli occhi tuoi, alle tue mani, alle labbra tenere dell’amore che non so dimenticare.

E mi hai dimenticata, come si dimentica il caldo seno della madre che sfama, mi hai rimossa dalle braccia, allontanandomi all’amore, che è soglia di una vita migliore.

Ed è ciglio ora, che guarda di vertigini il burrone, che osserva di capogiri lo strapiombo dell’aridità... e tremo di solitudini e paure in questo esistere priva della tua affettività.

Dimessamente, vaga l’identità alla ricerca del perduto io, in questo viaggio di emozioni che non riesco a leggere, che non riesco a spiegare, che, nonostante l’ignoranza, vivo.
Le subisco, le fuggo, le abbraccio, le rincorro, le immagino di fantasie irrealizzabili e poi, stanca dell’impossibile, le penso di razionalità e costrutti.
Una fatica immane, ciclica e ripetitiva, che ha tregua solo nei molteplici e continui automatismi dei bisogni.
Le mie piccole cenerentole relegate ai nascondigli, resettate dalla materia, anestetizzate dal lavoro, messe in fuga dai rapporti umani.

E ritornano, alla sera, nel silenzio, a servirmi la cena, a prepararmi il giaciglio.
Le cerco, le chiamo, le ascolto… e sento tutta la fatica che affrontano nel risalire l’abisso, sento tutto il rumore che fanno quando corrono per riabbracciare nuovamente me.

S’affollano, m’accerchiano, mi stringono, mi assaltano togliendomi l’aria, ed io non vedo altro che piccoli pezzi d’ognuna di loro, non le distinguo mentre s’avviluppano alla ragione, e si confonde ogni volta, mentre prova con discernimento ad approfondire la loro conoscenza.

Ogni giorno scorre come un’intera vita, e passa, senza lasciare memorie, senza conservare tesori.
E sono l’inversa Penelope che, all’incontrario, nella notte tesse e di giorno sfila l’identità.

Amore mio che c’eri e mi amavi... amore mio che t’ho perduto e mai cercato... amore mio che t’ho rinnegato e poi dimenticato... amore mio che t’ho creato e poi assassinato, avrai pietà di me?

Di questa sciocca e saggia anzianità che ad ogni sera invoca alla malinconia il tuo fantasma.
Torna senza mai andare e resta.
Svanisce senza mai sfiorire e vive dell’amore.
Di quel suo impudico desiderio, arrossisce e di pretese e violenze batte i pugni al muro della vergogna, si guarda palpitante nel tempo postumo degli imbarazzi, ed è vivo come nessun uomo potrà mai essere: il mio fantasma.

Viene, con il sangue nelle vene… a scorrere, a portare con se i sogni nella realtà.
Si ferma nella testa alla mente, si dilata nella carne, si ristora al cuore, e m’ama e l’amo.

E cadono le crisalidi dal cielo, s’aprono, al buio dell’anima spiegano di colori miliardi di ali … e volano. S’infrangono i ghiacci della vita, evaporano all’universo stellato e creano costellazioni di fuoco che sono la mia luce ed il tuo calore.
All’eterno vibrano, cantano, gridano e sussurrano queste due parole: Ti amo.
Sospirano nell’affanno e nel sudore dei corpi, riposano e corrono nel silenzio degli sguardi che parlano dell’eterno Dio nella perfezione dell’amore.
Amore mio: “Ti Amo”.
All’infinito, nell’eterno, per sempre… Amore mio: “Ti Amo”.

Il paradiso notturno dell’inferno, ecco cosa sei amore mio, che svanisci all’alba con la pioggia ed il sole della realtà.
Sei la verità negata e contraddetta, quella brutale parola che non vuol sentire il mio bisbiglio, che non vuole ascoltare il silenzio dell’anima, che non sa dire, che non sa spiegare le ragioni di un sentimento, di un amore bugiardo e nano che solo io vedo come un gigante muoversi a stento nell’anima.
Ed hai scelto mio despota… hai deciso!
Muovendo la voce hai ucciso.
Il diavolo ti si muove accanto, sembra che t’accudisca, che ti sostenga, intanto sibila veleni, srotola le immagini dell’inganno e tu gli credi.
Dinanzi al bene trema quell’infame e vede il suo potere sciolto come neve al sole e ti fomenta, l’aguzzino.
Sgridalo amore, sgridalo!
Rintanalo al suo compito e taccialo, che non osi mai più parlar male del sole, che non osi mai più, sporcare di quella luce il candore.

Pazzo amore mio, vecchio, bisbetico orso, nascosto alla foresta dell’assenza, malato di solitudine incancrenitasi alla sensualità del corpo, vieni e parlami, dell’amore e dei baci, delle carezze e degli abbracci, dei dolori che mi lascerai ogni volta che andrai, delle verità che mi porterai ogni volta che verrai.
Amore, ascoltami, io grido, non senti?

Non senti, non senti.
Ed io ne muoio.
Sali dalle tenebre la notte e corri e parli e pare che ami, poi, vai.
Ancora un bacio alle labbra rosse… amore.
Ancora un fremito al cuore.
E vai amore.
Io, resto alla solitudine, a questa follia.
Io, resto alla dimenticanza, alla quiescenza.
Ma poi, scelgo.
Ebbene, sia… questa pazzia, questa assurdità che vive nella notte seppellita ai giorni, alle verità, alle concretezze degli uomini.
Mi preferisco folle, mi sopporto meglio squilibrata, non morta al tuo sogno, presente alla tua speranza, trepidante alla coscienza che può essere l’amore… il tuo, il mio, il nostro.
Non qui, non ora, non come per gli altri, non come per pochi, ma solo per noi, solo per la notte, per le sue tenebre, per i suoi sogni, per le magie dell’innocenza e le follie della ragione… solo per noi, tra le braccia, sulle labbra, intorno al cuore… dentro l’anima amore… solo per noi.

La verità non serve Amore mio, è come la materia: illusoria.

Io sono non reale.
Anche tu come me lo sei.
I tuoi pensieri, i sentimenti, le emozioni, le fantasie... e le personali stregonerie, quelle, sono la verità.
La verità di ciò che siamo dentro, e che, per alcuni, viene fuori nelle minime tracce delle parole che lascia.
La tua vita è come la mia: emozioni amplificate, complicate, distorte, modellate alle fattezze delle nostre sensibilità, che nella realtà non sappiamo dire, perché non abbiamo forza per abbattere il mondo.
Straordinario amore mio, è bello che la vita mi abbia concesso di incontrarti.
Senti ancora tutte le mie verbosità?
Vedi ancora tutti i miei legacci?
Riesci ancora a guardare le mie viscere senza riconoscervi nulla della tua stessa umanità?
Il silenzio è tutto quello che una persona desidera che sia: è dolore, gioia, promessa, speranza, punizione, sogno, indifferenza....

il silenzio, è la verità degli uomini.

Nei sogni, preghiere del profano, io resto.
Ad attenderti, ad attendermi finalmente “io vero”.
Nel luogo e nel tempo dove l’identità riemerge e ricorda d’essere, dove ritorna ad amare.

Il pensiero lo sa che oltre la siepe c’è il mare, ed anche il mare sa che oltre il verde ci sono io.
Questo sono le donne: un pensiero.
Un vento che non porta odori, ma racconta di libertà.
Una libertà che non ha casa, ed io vorrei essere prigioniera nel tuo pensiero, e lì vento, trovare pace.

Amore… amore mio, non mi stanco di te, delle tue suggestioni, delle parole che immagino e spero: io solamente…
Oh se fossero vere… vere come il rollio del treno, come la sterilità dei binari, come l’interrogazione di chi abita le dimore, di chi vi soffre e muore dimenticando il proprio amore.

Passa sai, scorre, come i giardini e i teli bianchi delle coltivazioni.
Passa sai, fugge, come il raggio accecante del sole che batte la plastica delle serre.
Come un pensiero che, a volte, segue lo sguardo oltre, e va verso la siepe verde, s’arrampica e la scavalca, e vede nella mente il mare.
E gli occhi giocano a fermarsi e poi a correre, in alternanza, gli occhi ed il pensiero.
Lui che si perde nell’inseguimento agli occhi e loro, per qualche attimo assenti, ad inseguire il mare e il verde del pensiero.
Questa io.
Queste le donne nei loro inespugnabili amori, inarrivabili, custodi delle morti e delle rinascite…
Angeli di carne e la consumano tutta: per amare.
E tu, amore mio, che angelo sei?
Di quale amore vivi e di quale muori?
La povertà oggi bussa al sentimento con un ramoscello di mimosa, chissà se sta chiedendo denaro, oppure, in realtà, anche lei vuole solamente amore.

Sono quieta, senza ansie.
Mi pare che neanche il desiderio pressi per giungere all’oggetto e pare che non esista neanche il bisogno d’averti, come se il solo pensiero fosse la completezza del bisogno della carne, della mente e dello spirito.
Non mi pressa l’arrivo, come se tu fossi già qui con me, ed io, nuda d’ogni sentire, felice innanzi a te.

Ed amo: come tu vuoi!
Con l’olio sotto i piedi, scivolando le insicurezze, come dune di niente spianate al peso del desiderio che ho di te, sotto la pelle, a tirarmi le ossa fragili, a farne corazze indistruttibili della conoscenza dei sensi, della saggezza eterna padre e madre dell’uomo, vita e morte dell’intelligenza.
Ti amo come sono in grado d’amarti, tra le parole scritte e quelle dette, tra il giusto e l’errato dell’essere.
Così ti amo.
E corro impudica a scavezzarmi l’anima, a distruggere l’assurdo, per costruirmi nuova nell’abbraccio di te.
Così ti amo: Amore!

Come una bimba senza decenze che non ha mai imparato il peccato, perché mai ha incontrato l’amore carnale e umano dell’anima.
Ed è in te la vita.
Quella guardata e non vissuta.
In te, quella goccia di sangue che genera e crea un pensiero silenzioso e struggente, amante ed eccitante, vero ed immaginario, terreno e soprannaturale che urla all’ignoto: “Leggimi d’amore l’anima con la mente, scrivimi d’amore il corpo con le mani, cantami d’amore il cuore con le labbra”.

…E non si parla al silenzio...
se non con l’amore, che ode di turbamenti la nostalgia dei sensi.
Non si parla al silenzio quando lo abbracci tenero di sguardi e languido d’abbracci, quando è lui a sussurrarti: “Non aver paura Amore: Avremo, faremo, saremo… un amore bellissimo”.




(Marilina Frasci)
Pubblicata il 6 giugno 2011 16:54:00


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