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Raccolta Le mie stanze

Il Narratore
Il narratore è un visionario che fatica a raccontare i propri sogni, l’unico modo che ha per esprimerli è quello di incartocciarli come caramelle nelle storie vere degli altri che incontra. I suoi occhi hanno lo sguardo della fantasia che porta dentro, ed ogni fatto se ne veste. Così nascono alcuni scritti che non sai mai a quale categoria appartengono. Ibridi della letteratura che racchiudono il sogno nella realtà, l’utopia nella storia, figli che ti assomigliano. Lui, eremita, passa cantando i giorni in solitudine, orfano della propria esistenza, gioisce e soffre delle infinite emozioni, del mondo, di tutto ciò che per gli altri è spirito vitale. Lui, cavaliere solitario affaticato di parole e di allucinazioni, respira inondato di idee e sentimenti che vanno vissuti e capiti, giudicati e amati. Che curiosità mi fa quel suo mondo! A percorrerlo in punta di piedi mi ci perderei. E come sopravvive a se stesso, ai miliardi di mondi che si trascina in spalla? L’ho sentito lamentare una stanchezza, forse sono i mondi già scritti che gli curvano la schiena, oppure gli altri, quelli ancora dentro, che fanno il capo immenso come un universo sconosciuto tutto da conoscere e narrare. Un uomo, di carne, di sangue, di idee e passioni, solamente un uomo che vive e muore di parole, un mago che gioca con se stesso per imparare gli altri. Un sacrificio immane la rinuncia alla sua straordinaria identità. Si eclissa, si abdica, si dedica alle umanità abbracciandone il sentire e poi le narra.
Io sono meno che niente in questo mondo, solo un respiro con dentro incollato qualche sentimento, un poco di dolore, un abbaglio di gioia, un che di fatica… non sono che l’attimo esistente di una eternità inafferrabile. Non m’aspettavo di incontrarlo ed invece l’ho amato.
Mi sono sentita nel mezzo del cammin di vita, come Dante in una notte di metà febbraio, al di là dei vetri il lampione che da luce alla via, ed io a letto, due cuscini dietro la schiena sempre dolente d’ernie, una merinos ed un piumone come un muro addosso al pigiamone pesante, sciarpa, cappello, babbucce ai piedi, mancavano i guanti, impossibile digitare sulla tastiera del portatile adagiato sulle gambe, quasi come uno scaldino con il motore che non ventila più e che riscalda come la vecchia borsa d’acqua calda. Come tutte le sere ero lì a rotolarmi sui resti delle cento vite rotte, a perdermi nei pensieri che non fanno male, quelli degli altri, come un navigatore senza vascello, un capitano senza barca che prova a camminare sulle acque della vita come Cristo, senza mai riuscirci, e puntualmente, annegando, tende la mano a qualcuno, a qualcosa che non c’è. Ubriaca di cose fatte e distrutte, di altre da fare e poi distruggere ero lì che guardavo per la milionesima volta l’immagine di quell’uomo famoso, famosissimo, scrittore, giornalista, regista, poeta… non avevo letto nulla di lui, eppure sapevo che era bravo, non so quale fosse il criterio per il quale gli attribuivo tanta bravura, ma io lo sentivo che era un genio. Niente di lui, ma mi bastava il suo volto, quello sguardo sognante, il suo sorriso pudico che appartiene solo alla gente che mastica la sofferenza e la sa digerire, quell’accoglienza che le labbra mostrano alla vita con una grazia che solo le grandi anime sanno effondere. Ecco, mi bastava quello di lui e guardandolo m’apparteneva tutto quanto fosse stato, tutto quanto il suo pensato, il suo sentito, il suo scritto… e mi piaceva. E’ stato inverosimile imbattersi in lui. Per curiosità ho digitato il suo nome in Facebook e thò c’era. Gli ho inviato la mia richiesta d’amicizia, ed ancora più inverosimile lui l’ha accettata. Oh se mi batteva il cuore, sembrava volesse scappare nel bosco a saltellare con le volpi e a bivaccare con gufi, scoiattoli e cinghiali. Per molte sere mi ha tenuto compagnia la sua immagine tra gli amici in linea in chat , volevo, desideravo contattarlo, ma temevo di importunare, di disturbare la sua privacy, così scrivevo e poi cancellavo. Cosa mai si può scrivere ad un maestro di scrittura? Nulla che non abbia già dentro, che non abbia letto da altri o scritto lui stesso, ma una sera non ho resistito al desiderio di dargli un saluto, solo un semplice saluto e digitai nella finestrella queste parole: “Buonasera Poeta”. Era una di quelle sere che chiudevano il resoconto di un giorno e di una vecchia vita che tornava a seminare il panico dentro il mio corpo, stravolto da quelle paure che non muoiono mai e che ti fanno morire sempre, ogni volta che ritornano a galla. Mi rispose. Da quella notte la mia vita ha altre sembianze, gli assomiglia e non passa giorno che io non provi a sorridere al mondo così come fa lui.

Se mi frantumo
raccoglimi
amore mio.
Voglio che sia tu
a conservare
ogni mio pezzo.

Non valgono nulla,
ma portano inciso
da ogni lato,
in ogni frammento
l'amore che provo per te.


(Marilina Frasci)
Pubblicata il 6 giugno 2011 16:53:57


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